
L’AMARA BALLATA DEL MIO LIETOFINE
Chiedo scusa, ma nel pezzo che segue le regole della grammatica tradizionale sono state trascurate in nome di un diverso sentire.
Prego come gli insetti, santuari nei loro cubi in plexiglass – le hai mai viste certe mantidi? La supplica nelle zampe, quando ti lacera il cuore – mentre tu, sicuro di quello che sei sempre stato come ogni sera riemergi dal buco nero di qualche metropolitana – la tua figura, un’apparizione. Un angelo custode, un Cristo dalle acque – ma senza miracoli, soltanto, cattive novelle – le mie. Il volto sacro, illuminato dall’Iphone e scritti a pelle, o nella memoria, i miei giorni ma aspetta, fermati un attimo – che fai? Non sono cartacce i miei sogni, né mozziconi, eppure. Nell’identico modo ora, li butti, e no. Non ero pronta.
Esistono i copioni, non lo sapevi? Prima di andare in scena si formano gli attori, si studia, ci si prepara all’ultimo atto, non te lo hanno mai detto? Si regolano i costumi, si entra nella parte. Ci sono le trame delle luci da aggiustare c’è il trucco, la scenografia da montare. E poi l’audio, l’audio è fondamentale, è da curare nei minimi dettagli è la parte che da più grane. C’è da assicurarsi che ogni parola venga scandita, e bene, il pubblico ha bisogno di ascoltare e di capire, ogni dettaglio, ogni parola, deve essere dosata, deve arrivare. Non si improvvisa così, su due piedi, e nessun attore che si rispetti – ricordalo bene – nessun attore se ne va mai prima della fine, eppure. Ora tu. Per l’ultima volta come ogni volta mi accompagni sotto il portone e dici è questa, la fine. Sono schiaffi, le tue parole sopra le guance a bruciare. Nel midollo il veleno di uno scorpione. Bocconi guasti e maldigeriti le tue ragioni, bloccate in gola quanto il respiro – e a fiato mozzo mi dico nessuno, nessuno pagherebbe il biglietto per questa razza di scena.
Non lasciarmi sotto il portone.
Cosa?
Non lasciarmi qui. Non sotto il portone.
Che non esiste uno straccio di spiegazione decente, per questo delitto in disarmo di ossa rotte promesse infrante e macerie, e pretese tu pretendi, ma cosa? Giusto, certo, che io comprenda, e mi lasci alle spalle proprio no. Non mi lasci così. Io non ci scendo dalla macchina non la sbatto la porta non le salgo le scale io non ci torno domani alla vita comune – che verranno. Lo so già, stormi di mani tese arriveranno, come le crocerossine a spalmare unguenti di non te lo meritavi non era giusto ma cosa vuoi che sia, proverbi zen e passa, tutto quanto, e chissà quante altre stronzate e no. Io non li voglio ascoltare. Io non le spengo le luci io non me lo levo il trucco io non ci esco dalla parte non scendo dal palco io non la lascio la scena. Spogliami piuttosto, e appendimi a croce, costato aperto e braccia scese sopra un balcone qualunque, col sangue finto che cola quasi fosse succo di lampone o peggio, quasi fosse sangue vero, il mio, e allora si che partiranno gli applausi – penseranno sia arte contemporanea, urleranno al capolavoro – prenditelo tutto il merito, è mia la pelle ed è opera atroce, ma è opera tua, e sicuramente migliore di questo scemo di un portone. Come corpo vuoto, quando hai fatto, ti prego sollevami. Guida in silenzio, guida piano – sopra i sedili dietro farò finta di dormire come quando andavamo al mare. Guida fino alle prime luci del primo autogrill e quando nessuno vede apri la portiera – abbandonami – ma non come i randagi, no, abbandonami sul ciglio come le cose care di un tempo andato, quelle che hai amato tanto e ora ammettilo, è un vero peccato, ma non ti servono più.
Lasciami, e non pensarci più. Farò la fine dei detriti – delle installazioni inaugurate dentro le piazze per chissà quale sagra del cazzo, e dimenticate lungo il guardrail a ridosso della statale, quando le auto sfrecciano e nessuno le vede – oppure la fine di certi uccelli migratori, gonfi di catrame e pece sopra le spiagge a morire – arriveranno le squadre di soccorso – andate via. Voglio restare qui.
Io, voglio essere ritrovata tra milioni, e milioni di anni – ritrovata come i fossili, le tombe, i graffiti dentro le caverne – restituita al futuro dall’ esplosione delle lave e protetta da lastre ghiacciate, o spuntata a sorpresa dagli scavi di una qualsiasi città durante i lavori per un nuovo quartiere. Ci saranno macerie – ci saranno anfore conchiglie posate schermi sbeccati e vasi ma intatta, là sotto, ci sarò io. Mi guarderanno stupiti, arricciando il naso, come di fronte ai regali. Si avvicineranno con la cautela che si riserva ai tesori – avranno mani esperte, pennelli di seta, visiere per ripararsi dal sole. Guanti. Chiameranno i piani alti, bloccheranno i lavori. Porteranno le corde, i cartelli per delimitare lo spazio, l’ovatta, i solventi che non fanno male – e premurandosi di non spaccare il colore dal suolo, come dai muri gli affreschi leveranno quello che resta di me – mi porteranno in un laboratorio illuminato dal neon, e senza finestre, con un termostato per regolare l’umidità e la temperatura – mi adageranno sopra un tavolo asettico, bianco, disinfestato – studieranno i miei tratti il mio volto, faranno la mappa dei lividi dei nei delle vene, come si fa coi misteri – saneranno le crepe, ripuliranno gli aloni. A un certo punto vorranno capire chi sono, da dove vengo, decifreranno i segnali, cercheranno le tracce, e finalmente. Ritroveranno anche te. Infilato di sbieco dentro le costole, confuso inchiostro sbiadito nei tatuaggi o impresso, come le ferite, come i per sempre, nel cuore. Ci troveranno, e faranno quello che gli umani sanno fare – daranno un senso, una nuova storia, ci daranno una fine – inventeranno per noi una nuova vita – la useranno per sopravvivere – ne faranno materiale di studio e d’esposizione. Dentro i palazzi, le sale, i musei, le pagine dei libri e le piazze. Le chiese.
Come dai ponti levatoi o dentro gli schermi piatti sopra le tangenziali, ci mostreranno – mostreranno la mia pelle, bianca, la stenderanno come fosse il lenzuolo della prima di tutte le notti e lasceranno i piatti i panni i figli i lavori – lasceranno i televisori accesi, lasceranno i doveri – a naso all’ insù come i pazzi correranno a vedere, a chiamare bellezza quello che ora è dolore.
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Ciao Dea, questo non lo avevo letto, è straordinario. Bellissimo. Sostanzialmente un monologo, doloroso e pieno di amore sofferto.
“Non si improvvisa così, su due piedi, e nessun attore che si rispetti – ricordalo bene – nessun attore se ne va mai prima della fine”
e
“A un certo punto vorranno capire chi sono, da dove vengo, decifreranno i segnali, cercheranno le tracce, e finalmente. Ritroveranno anche te. Infilato di sbieco dentro le costole, confuso inchiostro sbiadito nei tatuaggi o impresso, come le ferite, come i per sempre, nel cuore.”
Sono parole di, checché se ne possa pensare, di una dolcezza e di un amore fuori dal tempo.
Mi è piaciuto molto.
Grazie Nino, quasi quasi mi commuovi. Mi fa davvero piacere che le mie parole ti siano arrivate.
Sì, arrivano come sempre.
Potente, preciso, di grande impatto e teatralità. Potrebbe essere uno splendido monologo. Funzionerebbe benissimo. Sulla pagina è vulcanico. Sembra scritto all’alba, in una macchina ferma, senza fari, con il rossetto sul vetro appannato.
Grazie Luigi, bellissima l’immagine che mi dai: l’alba, il finestrino appannato…se fosse un istantanea questo racconto sarebbe esattamente così. Ne hai colto l’essenza precisa.
Ne sono contento. Mi sono arrivate le vibrazioni, le luci e gli ambienti.
“abbandonami sul ciglio come le cose care di un tempo andato, quelle che hai amato tanto e ora ammettilo, è un vero peccato, ma non ti servono più.”
Bellissimo e lacerante.
Era un passaggio chiave, mi fa davvero piacere tu l’abbia notato.
“C’è da assicurarsi che ogni parola venga scandita, e bene, il pubblico ha bisogno di ascoltare e di capire, ogni dettaglio, ogni parola, deve essere dosata, deve arrivare.”
Cruciale in drammaturgia.
Grazie per averlo notato
Che dire! Basterebbero già il titolo e il pezzo di Brondi per essere soddisfatti!
Ma poi si inzia a leggere e si precipita dentro di te senza rete, senza precauzioni. Un vortice di coscienza che ti trascina giù senza possibilità di scampo. Mi hai lasciato stremato nella consapevolezza di quanto possa essere doloroso un addio, soprattutto quando è infinito e asimmetrico. A differenza di quanto letto in alcuni commenti non riesco a farne una disamina tecnica, perchè sarebbe inutile… è talmente dritto da sfuggire qualsiasi categorizzazione! Questo secondo me è il tuo mondo, qui la tua straordinaria capacità di emozionare!
Grazie mille Piero! Questo pezzo è stato scritto soprattutto per emozionare, al di là della tecnica, e mi fa davvero piacere abbia fatto il dovere!
Ciao Dea, premetto che il mio non è un commento dei più facili, spero però che possa tornare utile e confido nella tua sensibilità, che sgorga da queste righe, affinché sia interpretato nel modo come lo intendo io: un gran complimento accompagnato da un altrettanto, importante, “warning”.
Trovo che questo testo, dove hai dimostrato una rara maestria nell’articolazione, a parole, di un sentimento doloroso e complesso (abilità che resta un valore assoluto), si perda nel dedalo di un intricato esercizio di stile. Reputo che le parole di @Scrittricepazza siano state, in questo contesto, significative, centrate. Espresse con una spontaneità disarmante. Le terrei in considerazione, onestamente.
Proseguendo, non c’è niente di sgrammaticato, anzi. E’ comprensibile, perfino lodevole che tu abbia voluto lanciarti a dipingere un quadro con uno stile nuovo, un tipo di sfida che, prima o poi, ha sedotto ognuno di noi. A mio parere però, per le competenze che dimostri di possedere, raggiungerai i livelli più alti quando eserciterai sulle tue parole un controllo e rigore proporzionali (leggi: di alta intensità). Attenzione, so che lo sai fare, che questa tua è stata una scelta. Ma sarebbe un peccato, dal punto di vista di un lettore, essere travolti dall’onda quando invece, cosa ben più difficile, può cavalcarla con la guida dell’autore. In estrema sintesi, mi sembra sia stato il messaggio che ha voluto lanciarti Alisea, al quale puoi aggiungere il mio: non reputo sia questo il modo più giusto per far emergere il tuo talento.
Ti sembrerà strano, ma mi trovi d’accordo, e ti ringrazio per questo commento. Il commento di Alisea mi aveva fatto riflettere, ma mi ero concentrata a difendere il pezzo. Ora, a distanza, mi rendo conto che avrei potuto domare e gestire questo torrente in modo migliore. Certe volte è come se avessi tra le mani una forza che non so dosare. E invece di guidare, mi faccio travolgere pure io😅
Grazie Robert.
Una forza viva e vibrante sostiene la tua opera, sciolta dalle forze dell’io che impongono consapevolezza….
Una corsa attraverso l’impossibile galleria dell’io per trovarlo….perché questo è il nodo che fai esplodere, con un’angoscia compositiva che è quiete tempestosa e che tocca il pensiero nell’immediatezza della fascinazione…..
Benvenuta Migeè, e grazie di cuore per essere passata di qui. Non posso che essere onorata di queste tue bellissime parole.
Grazie a te, è un vero piacere essere qui con voi.
Ho letteralmente adorato le acrobazie stilistiche e strutturali della tua opera, la sottigliezza tecnica, la prosa altamente musicale delle parole che si inseguono come in una fuga…..non un racconto che rappresenta pensieri, ma un racconto che pensa.
Un’ esperienza di lettura complessa, un tocco d’artista il cui flusso di coscienza è quello di un poeta inconsapevole……straordinaria Dea.
Posso seguirti?
Grazie infinite, davvero🥰
E mi farebbe un immenso piacere se tu mi seguissi e continuassi a leggermi!
Ti ringrazio, e ricambio.
Premetto che io ho un problema con romanzi psicologici/sperimentali di questo tipo, quindi non ho la pretesa di giudicare se vada bene o no, io mi limito a descrivere il come l’ho percepito anche se andrò molto in controtendenza.
Più che una storia sembra un flusso di pensieri che alla fine non fa altro che ribadire di continuò lo stesso messaggio, senza contraddirsi, cambiare idea o un senso di progressione. (so che esistono storie che non seguono la grammatica e che descrivono i pensieri e le emozioni così come sono ma questa storia mi pare un po’ ripetitiva)
Le metafore sono un ottimo modo per veicolare emozioni, sensazioni ed è potente all’inizio ma quando se ne usano così tante per me, a lungo andare, perdono di significato.
poi, non ho capito il criterio con il quale si cambiano le regole della grammatica e quindi la tecnica più che emozionarmi mi ha confuso e reso la lettura abbastanza complicata.
in compenso sono aperta a delle spiegazioni, motivazioni e discussioni, magari ho da imparare qualcosa.
Ciao Alisea, e grazie per aver riportato questo punto di vista. Lo definisci in controtendenza, ma non credo sia così. Semplicemente, è il tuo un punto di vista, e ogni parere è ben accetto. Non credo ci sia un modo giusto, o sbagliato, per percepire se un pezzo è o meno nelle nostre corde. Non credo neppure esistano o meno parametri per poter affermare se vada bene o meno (bene, ma rispetto a cosa? giusto o sbagliato, rispetto a cosa?)
Credo tu ti sia posta, se me lo consenti, le domande sbagliate. L’analisi che fai, è corretta: non è una storia, è un flusso di pensieri. Non ci sono inizio ne fine, è un girare in tondo. Non intendevo raccontare, ne arrivare da nessuna parte. Intendevo trasmettere, a modo mio, un certo tipo di sentire. E’ uno sfogo, una libera espressione di uno stato d’animo, senza grammatica e zeppo di metafore. L’hai percepito esattamente per quello che è. Purtroppo, e me ne dispiaccio, (ma il limite è del pezzo nei confronti del tuo particolare sentire, e non tuo), non ha toccato le corde giuste, e non ti ha convinta. Ma non si tratta di giusto o sbagliato. Si tratta di espressione. Vederci un capolavoro che riesce a toccarci, oppure un girare in tondo che non riesce a convincerci, è puro parere personale. Ed entrambi, per come la vedo io, sono due punti di vista che hanno ragione d’essere. Io non credo tu abbia da imparare nulla, se non che l’arte e la scrittura sono terreno di gusti, e non di regole giuste o sbagliate da seguire. A malincuore, temo che la mia scrittura non faccia per te. Spero in futuro di poterti far ricredere. Hai però sollevato una questione interessante con questo tuo commento. Se ti va di approfondire il confronto, contattami pure privato. Grazie Alisea, e buona scrittura.
ma infatti questo genere non è proprio il mio. Per questo ho messo le mani avanti: per come sono fatta io penso che una storia nel vero senso del termine debba avere uno sviluppo (non per forza una morale) altrimenti la percepisco come fine a se stessa e non mi colpisce. per me è come trovarsi davanti ad una persona che parla continuamente di se stessa senza preoccuparsi di te e senza considerare chi la sta ascoltando e senza arrivare ad un punto. Mi stanca. Però tutto il resto ci sta, insomma, metafore, uso della grammatica, alla fine ognuno sperimenta come crede. Mi ritengo soddisfatta dal fatto che l’hai scritto sapendo ciò che facevi.
Più che sapere cosa facevo, avevo idea di farlo così 😅
Ciò non toglie che, col senno di poi, qualcosina da aggiustare ci potrebbe essere, al di la del genere e degli inenti. Quindi ti ringrazio per questo confronto!
*intenti
Le tue parole sono un poema in prosa che scivola verso la climax che io individuo in quella immagine scioccante del Cristo in croce e delle sue carni scoperte. La persona abbandonata, quasi a gridare, fammi del male fino alla fine, ma per favore non lasciarmi con quell’aria di bonarietà, perché io non voglio che tutto questo finisca. La sofferenza esposta e il dolore gridato, come dovrebbe sempre essere. Perché quando soffriamo abbiamo/avremmo il diritto di urlarlo. Il dolore soffocato fa tanto male, eppure siamo maestri in questo. Come va? Io bene, grazie, e tu? Un abbraccio.
È davvero straordinario Cristiana come riesci sempre a trovare il punto giusto, e sentire esattamente quello che sto cercando di dire. La tua sensibilità è un dono. Grazie di cuore.
“Per l’ultima volta come ogni volta mi accompagni sotto il portone e dici è questa, la fine. “
Un lungo, dolce e poetico preludio che porta a questo? Certamente sì, perché la tua originalità lascia sempre senza parole.
Sei sempre attentissima nel notare i dettagli. Grazie Cristiana.
“Chiedo scusa, ma nel pezzo che segue le regole della grammatica tradizionale sono state trascurate in nome di un diverso sentire”
Un inizio così, già vale tanto. Brava
❤️
A me hai fatto venire in mente il panettone di cemento giallo, chiamato tecnicamente dissuasore di sosta, che al pari di quel portone da te descritto, mi sta particolarmente antipatico, soprattutto nei minuti che separano la pausa pranzo dall’inizio del turno lavorativo.
Il tuo scritto è come uno di quei temporali estivi furiosi che ti beccano per strada carico di buste, quasi tutte di carta riciclata.
È come quando sei al mare in pieno agosto e ti decidi per “una discesa libera sui sassi, senza aver le scarpe, per fare i fricchettoni”. Una cosa così. Per questo motivo lo adoro. ♥
Ma ciao Emiliano! Che bello vederti passare di qui…panettoni, portoni, “sudoku che non torna” e impicci vari, insomma. Ma se servono ad avere commenti così, ben vengano mi vien quasi da dire. Grazie davvero, per le belle parole e per la buona musica 🙂
Forte, audace, un fiume in piena, un mare in tempesta.
E poi, alla fine, solo il pensiero della quiete che, prima o poi, arriverà.
Non chiedere mai scusa per queste cose, perché certi racconti vanno solo ascoltati e non analizzati.
Bravissima!
Grazie Giuseppe!
Mi fa piacere che il contenuto, al quale tenevo, sia passato in primo piano rispetto al resto. Anche perché non sarei riuscita a scriverlo diversamente questo pezzo.
Un racconto di rara bellezza. Grazie di averlo condiviso con noi.
Grazie a te Cesare. Mi fa davvero piacere che tu sia passato di qui.
Cara Dea, ci chiedi scusa e ci esponi le motivazioni per la scelta che hai compiuto nella modalità di scrittura di questo brano, ma non ci devi domandare o spiegare un bel niente. In realtà siamo noi che, ancora una volta, dovremmo ringraziarti per averci regalato questo scritto che dimostra tutto il coraggio della protagonista di mettersi a nudo, di essere vittima senza fingere di non sentirne il dolore, senza venirci a raccontare che siamo persone forti, che non ci scalfisce nulla, che le ferite non fanno poi così male, che al mondo c’è gente che muore sotto le bombe quindi noi che diritto avremmo di fare tanto casino per una storia finita male?
Con questo mettere da parte la grammatica e la sintassi poi affondi una bella stoccata, una lezione di umiltà a tutti quelli che, come me, cercano di incanalare le emozioni in periodi ragionati e rigorosi quando in realtà, ad essere capaci come te, si può riuscire a farci comprendere da chi ci legge anche e soprattutto quando ci si lascia andare al trasporto del momento e alle sbandate momentanee prese contro il guardrail, visto che alla fine quello che siamo, tutti quanti, è nient’altro che macchine usate, alle quali non sarà certo un graffio o un’ammaccatura che farà perdere valore di mercato. Che poi, alla fine, perché mai dovremmo essere in vendita?
A un certo punto nel brano scrivo: io non li voglio ascoltare. Ovvero, pioveranno inutili e triti i luoghi comuni e le uniche parole che in certi casi vorresti sentirti dire, mamco a dirlo, non arriveranno mai. E invece. Eccole. Me le porti tu. Non avrei saputo farlo meglio. ❤️
” Farò la fine dei detriti – delle installazioni inaugurate dentro le piazze per chissà quale sagra del cazzo, e dimenticate lungo il guardrail a ridosso della statale, quando le auto sfrecciano e nessuno le vede – oppure la fine di certi uccelli “
Formidabile. Non è autocommiserazione, è una precisa richiesta. Strappa. E vattene.
Hai centrato in pieno.
Io non lo so fare, mi riesce poco e di rado, invece tu ci riesci benissimo. Usi le parole come strumenti, imponi al tuo periodare un ritmo, che segue la sua storia, e questa storia è quella che racconti. Ed è quella che il lettore è costretto a seguire, non solo con la mente ma con i sensi e con le emozioni, perché oltrepassa la mente razionale per arrivare direttamente dentro. Molto brava.
Sai Giancarlo, la mia paura, quando scrivo, è di non riuscire a fare ne a trasmettere quello che tu hai appena colto. Mi dai davvero una botta di autostima con le tue parole. Grazie ❤️
Un flusso di “mestruale” di coscienza folgorante. Mi ha rimandato ai beat, Ginsberg in primis. Formidable
Non ci provo nemmeno ad assurgere a tale paragone ma si, ammetto che mentre scrivevo Ginsberg ce l’avevo nelle vene. Grazie Hugo ❤️
Racconto forte, un monologo che trasmette al lettore la disperazione per la fine di un rapporto. Al di là della grammatica volutamente disordinata il testo va a segno in pieno. Merito anche delle parole, perché per trasmetterla quella disperazione ci vogliono le parole giuste. C’è un passaggio che mi è particolarmente piaciuto: “stormi di mani tese arriveranno, come le crocerossine a spalmare unguenti di non te lo meritavi non era giusto ma cosa vuoi che sia, proverbi zen e passa, tutto quanto, e chissà quante altre stronzate e no. Io non li voglio ascoltare.”
Apprezzo tu abbia segnalato questo passaggio. Non era lì per caso, tutt’altro. Grazie di cuore per le tue letture sempre attente, Francesco.
Il dramma di una storia d’amore che finisce paragonata ad una rappresentazione teatrale, esasperata dal dolore bruciante del momento. Situazioni che in qualche modo, da un lato o dall’altro della scena, suscitano empatia o evocano ricordi più o meno lontani. La narrazione intensa e toccante di una voce che sorge dall’ istinto, e sale, carica di emozioni e sentimento.
Uni stile alto, da vera drammaturga.
È sempre un piacere MariaLuisa quando passi a leggermi. Spero davvero di continiare ad essere all’altezza di queste tue bellissime parole.
Avevo dimenticato ormai cosa si prova a essere lasciati ma tu hai descritto in modo così efficace quella disperazione, che ogni volta sembra dover essere eterna, da farmi ritrovare l’amaro di quei momenti. E insieme il sollievo di poter dire: per quella strada non ci devo più passare. Proprio brava.
Grazie Francesca, mi fa piacere tu abbia colto l’essenza di quel che volevo dire.
“Ritroveranno anche te. Infilato di sbieco dentro le costole, confuso inchiostro sbiadito nei tatuaggi o impresso, come le ferite, come i per sempre, nel cuore.”
❤️
“io non la lascio la scena”
❤️
“e a fiato mozzo mi dico nessuno, nessuno pagherebbe il biglietto per questa razza di scena.”
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