
L’amore al tempo del Covid
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 2: Simplicio
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Florentino Ariza aveva aspettato cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni, per poter realizzare il suo sogno d’amore; Celestino Cabitza molto di più.
Si conoscevano sin da bambini. Avevano frequentato la prima e la seconda classe elementare insieme, poi Giustina l’avevano costretta a trasferirsi in città, al servizio di una famiglia benestante, per aiutare la domestica più grande. Ancora bambina, lontana da casa, da sua madre e dalle sue sorelle, piangeva e correva, da una parte all’altra della casa e del quartiere, per obbedire ai comandi della padrona, della padroncina e anche della domestica più anziana.
La signora le diceva corri, Giustina, vai a prendere l’acqua e subito dopo sua figlia la richiamava: «Ajò, sbrigati, ti ho detto che mi devi lavare i capelli» E la donna di servizio, intanto, strillava:«Ita ses’abettendi a potai is arrestus de su pranju a su can’e cassa?» (Cosa aspetti a portare i resti del pranzo al cane da caccia?)
Celestino, invece, aveva continuato a studiare fino alla quinta elementare. Gli ultimi due anni aveva frequentato la scuola serale, dopo tante ore di lavoro nella piccola azienda di suo padre, modesto proprietario terriero e di bestiame. Lui si occupava dell’orto e della vigna. Suo fratello maggiore badava alle vacche. Ai porci e alle galline provvedeva sua madre, con l’aiuto di Nassia, la serva.
Celestino concimava la terra con lo sterco delle vacche che lasciava maturare nei cumuli, setacciandoli prima di spargerli nei campi.
Quando aveva compiuto vent’anni, stufo di stare in mezzo al letame, era partito per andare a lavorare in continente, a Torino, in una fabbrica di scarpe.
Aveva conosciuto una ragazza che si chiamava Giacomina. Simile la capigliatura, la medaglietta sul collo e anche la statura: somigliava a lei, ma non era lei.
Giustina, una volta, tornando da scuola, lo aveva salutato con un sorriso che sembrava una promessa ed era come se gli avesse spalancato le porte del paradiso terrestre. Da quel giorno nessun altro sguardo riusciva a reggere il confronto.
Quando era andato in pensione, a sessant’anni, dopo quarant’anni di onesto lavoro in fabbrica, era tornato al suo paese, tra i fitti boschi e i monti imbiancati della Barbagia.
Lei, intanto si era sposata con un falegname. Era un bravuomo e un abile artigiano. Tutte le porte e le finestre, il tavolo della cucina, l’armadio e il letto della loro casa, erano opera sua. I mobili e gli infissi erano in legno di noce o di faggio, con intarsi, cornici e fregi, che rivelavano la mano esperta di un artista del legno.
Quando lui si era ammalato Giustina l’aveva assistito per quasi dieci anni, senza riposo domenicale o festivo. Lo stato fisico in cui si era ridotto era penoso persino allo sguardo.
Una pena quotidiana anche per lei, senza lasciarsi sfuggire alcun lamento. E quando era rimasta vedova aveva avuto un crollo. Un attacco ischemico transitorio, poi un altro e infine un lieve ictus che le aveva causato una leggera emiparesi destra. Il primo periodo non riusciva nemmeno a parlare. Una nipote si era prodigata per l’inserimento in un centro di recupero che garantisse l’assistenza continua, la fisioterapia e la logopedia.
Era il 2019, quando la pandemia sembrava ancora lontana da quel territorio abitato da gente longeva che poteva respirare l’aria salubre della montagna.
Celestino, ancora scapolo, iniziava a sentirsi meno stabile e, senza figli e senza i nipoti vicini, aveva deciso di chiedere accoglienza alla RSA più vicina al suo paese.
Si erano ritrovati, sorpresi e contenti, allo stesso tavolo, uno di fronte all’altra. Lui aveva perso la sua folta chioma bruna. Lei aveva sempre la stessa pelle chiara e liscia di un bambino, o così pareva a lui, che non vedeva tanto bene come prima. E anche gli occhi di lei, cerulei, erano ormai un po’ velati e più spenti.
In quel momento i loro sguardi si erano incrociati e accesi, e come se una fiammata li avesse fusi insieme, da quel momento non si erano persi di vista nemmeno per un giorno. Si sentivano vicini anche quando erano distanti, sui due lati diametralmente opposti l’uno dall’altra. Durante la messa, all’ora dei pasti o per guardare la TV, c’era sempre un filo invisibile che li teneva legati.
Il loro bisogno di conforto, di tenerezza, di non sentirsi soli, era così forte che, sin dal primo istante, erano diventati un’ancora di salvezza, l’uno per l’altra.
Il bisogno di una maggiore intimità era cominciato poco tempo dopo. I loro corpi atrofizzati, il sangue che circolava a rilento e i loro cuori intirizziti, richiedevano il calore di un abbraccio, un contatto fisico stretto, in uno spazio appartato.
Le loro camere da letto erano sorvegliate, la cappella un luogo sacro, la lavanderia, che funzionava solo di mattina, dal pomeriggio in poi, era chiusa a chiave.
L’unico spazio ancora in dubbio era la camera mortuaria. Qualche volta anche quella porta veniva chiusa, altre volte era occupata dall’ultimo ospite deceduto e persino affollata. In quei giorni era libera e accessibile.
Celestino e Giustina si erano intrufolati in quella stanza semibuia, con un po’ di esitazione, per paura di essere scoperti.
Si erano seduti sul pavimento, sopra un telo di spugna, nascosto da lei sotto la maglia. Ogni parola era superflua. Si erano fusi in un abbraccio tenero e forte e caloroso. Nell’angolo freddo di quella stanza senza cielo, era come l’apice del sole caldo di maggio.
Il Covid aveva trasformato anche quella struttura, così come le altre, in una prigione senza grate.
Le visite erano sospese. Gli ospiti non potevano circolare liberamente nei corridoi, da un reparto all’altro e tanto meno da un piano all’altro.
Celestino e Giustina, prima l’uno e poi l’altra, appena vedevano il corridoio libero, si affrettavano a entrare in ascensore, per andare giù, al sottopiano, al solito appuntamento, nella piccola stanza riservata ai defunti.
Dopo la prima vittima da covid, rimasta per qualche ora in quella camera, avevano deciso di cambiare alcova.
Il laboratorio di bricolage, dopo le diciassette, era sempre vuoto, ma chiuso.
Le chiavi stavano nell’ufficio del direttore. Bisognava architettare un piano. Ci avevano pensato a lungo, poi Celestino aveva avuto un’idea. Lei sarebbe andata, con un pretesto, a parlare con il direttore, mentre lui avrebbe acceso una sigaretta, per far salire il fumo nel punto esatto in cui avrebbe fatto scattare l’allarme antincendio.
Il direttore si sarebbe precipitato fuori dal suo ufficio e lei, intanto, avrebbe preso la chiave necessaria.
Il piano era fallito. Le chiavi appese al muro erano talmente tante che Giustina non era riuscita a trovarla. Quella dell’ufficio, però, era nella serratura: l’aveva tolta e si era allontanata.
Quella notte erano usciti furtivamente dalle loro camere, quando tutti dormivano. L’infermiere e l’OSS di turno erano intenti a guardare la partita di calcio nel salone in fondo al corridoio.
Il divano di pelle nera dell’ufficio era lungo, spazioso e comodo. Loro due, stretti, stretti, occupavano poco spazio.
Li avevano sorpresi, beatamente addormentati, la mattina dopo, quando avevano spalancato la porta per le solite pulizie.
Il direttore era arrivato subito dopo. Li aveva rimproverati e umiliati, minacciando di cacciarli via ad un’altra bravata così. Celestino aveva reagito con veemenza, mentre Giustina, in lacrime, avrebbe voluto scomparire.
Avrebbero voluto fuggire il giorno stesso, per la vergogna e per la rabbia, ma dovevano organizzarsi.
Una casa lei l’aveva ancora, era in vendita da molto tempo, ma nessun potenziale acquirente aveva confermato l’intenzione di acquistarla.
Avrebbero pagato qualcuno degli operatori per assisterli a domicilio e sarebbero stati liberi di vivere insieme, vicini, vicini, ad ogni ora del giorno e della notte.
***
Così è stato, e il mese scorso si sono uniti anche in matrimonio.
Dopo averci raccontato la loro storia, Giustina ci ha chiesto se volessimo un caffè. Io ho detto sì, volentieri; anche Maura, che mi aveva accompagnato, ha accettato l’invito.
E mentre Giustina si alzava per andare a preparare il caffè, osservando i suoi passi lenti e poi lui, che sorrideva sereno, non riuscivo a credere che quella coppia di sposini fosse ancora così attiva e vivace. Una coppia da record: duecentouno anni in due.
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
Beh, era da un pezzo che non leggevo qualcosa di tuo e ritrovarmi in questo meraviglioso, tenero, romantico, avventuroso racconto di un amore ritrovato, ha coccolato il mio cuore secco, facendolo palpitare quel tanto da farmi credere di essere ancora umano. Emme, come al solito ti meriti tutta la mia adorazione.
Che bella sorpresa. Io ti leggo sempre, soprattutto quando scrivi racconti divertenti come quello dei gatti o della serie precedente “La ragazza delle meduse”. Leggo e commento anche se tu non mi dedichi la stessa considerazione; però queste attenzioni inaspettate con le tue parole esagerate, ma molto lusinghiere, mi fanno esultare di gioia. Grazie.
♥Emme!♥ Se avessi una briciolina di tempo in più, lo passerei buttato a leggere tutti gli autori che amo su questa piattaforma! Che non sono pochi. Ho trascurato un sacco di racconti di chi considero, senza mai avervi visto o parlato, vero amico o vera amica! Tu, per me, saresti idealmente la mia amica del cuore. Passerei i pomeriggi ad ascoltare le tue idee e a farmi trascinare in posti che nelle tue storie sembrano incantati… Poco dopo aver bevuto l’ultimo goccetto di ( io ho portato due bottiglie: una di Anima Nera e l’altra di Assenzio Pernod… decidi tu) quella bottiglia che mi ha stroncato le gambe. Ma anche se trascuro un sacco di cose in questo periodo, spero sempre di farmi perdonare in un modo o nell’altro.
Ciao Emy, per fortuna non hai abbastanza tempo per trascorrere interi pomeriggi ad ascoltare le mie idee; altrimenti correresti il rischio, di restare deluso o annoiato.
I racconti sono dovuti per lo più alla fantasia che dovrebbe aiutarmi a compensare altre carenze. Se dovesse capitare di incontrarci per fare due chiacchiere strampalate, io proporrei un buon liquore di mirto con torta di mandorle preparata in casa. La mia specialità.
Ciao, un abbraccio.
il covid ha portato molte disgrazie, ma ha avvicinato anche molte persone come questa coppia trovata a condividere la tragedia e l’amore poi…bellissima storia, e il finale spero tanto che sia vero e non inventato, ciao Maria Luisa! aiò! 🙂
In Sardegna ci sono molte coppie che sono andate anche oltre. Nella struttura dove ho lavorato fino a pochi anni fa, e alla quale mi sono ispirata, qualcosa di simile é successo.
Grazie per aver letto e per avermi confortato, come sempre, con le tue parole.
Un abbraccio.😘
“«Ita ses’abettendi a potai is arrestus de su pranju a su can’e cassa?» (Cosa aspetti a portare i resti del pranzo al cane da caccia?)”
grazie per la traduzione! 😂
Grazie a te, Maria Anna, traduzione doverosa.🙏
Florentino… lo sai meglio di me. E anche la vecchiaia, ma sempre giovane, dell’amore. Sono stata via per un po’ ma sono contenta di aver letto fra i primi questo tuo testo.
Grazie Francesca, considero questo tuo commento il secondo 🎁 di oggi. Un buon inizio del mio sessantaquattresimo.
Un abbraccio.
allora un milione di auguri e- è il caso dirlo proprio a te – cento di questi giorni.
Grazie Francesca. Le tue parole contribuiscono a rendere piu` confortevole questo giorno particolare.
Un abbraccio virtuale a te.
Mea culpa, non avevo colto la citazione e senza i commenti non ne sarei venuto a capo.
Brava Maria Luisa, come sempre. Però a volte di più. Questo racconto è dolce e romantico, ma anche un po’ crudo…forse è così che è la vita.
201 anni in due, vero o fantasia hai raccontato una storia entusiasmante.
Quasi off topic ma non troppo: leggevo due minuti fa su FB di una certa Lisetta Mercalli, 109 anni, di Cagliari… Ne sai niente?
Luisetta Mercalli, nota Lisetta, e` la stessa donna ultracentenaria di cui ho parlato nella prima parte del racconto “Gioia mia”, di questa serie. Stava in una RSA di Cagliari, fino a pochi mesi fa; non so ora.
Grazie Francesco, non mi aspettavo tutti questi commenti cosi` benevoli e ne sono felicissima. Mi sorge solo il dubbio che avrei dovuto mettere le virgolette alla frase iniziale per essere recepita immediatamente, ma in tal caso avrei dovuto lasciare solo le parole testuali del grande Marquez.
Avevo pensato che il titolo di questo episodio potesse ricordare immediatamente l’altro, ben piu`importante titolo del romanzo “L’amore al tempo del colera”.
Meravigliosa. Ho invidiato il loro amore, e mi sono sentita un poco presuntuosa, se mi passi il termine, che ho sempre pensato l’amore come una roba da giovani…invece… io da questi due ho soltanto da imparare. Davvero bravissima.
L’idea dell’amore nella camera dei defunti è di una potenza…te l’ho invidiata. È una di quelle idee che dici: avrei voluta averla io!
Grazie🙏
Il tuo commento mi da la carica per portare a termine questa serie, che ogni tanto vacilla, nella mia testa, con mille dubbi del tipo: ancora vuoi parlare dei vecchi? Ancora vuoi insistere sulla storia della longevita` in Sardegna? Ancora speri che i pochi, ma bravi autori che ti leggono, potranno essere toccati, nel profondo dell’anima, dalle storie ambientate, per l’ennesima volta, nella tua isola?
Si, confesso, ci ho sperato, e grazie a voi, ora potro` andare avanti.
Ancora, assolutamente ❤️
😘
Credo sia una delle cose più difficili, raccontare l’amore da vecchi. È un amore che crede di doversi nascondere, come si nascondono le rughe e il tremare delle gambe e peggio. D’altra parte, come tu ci racconti con una voce davvero struggente, un amore da vecchi permette di affrontare meglio la vecchiaia. Grazie per avermi fatto pensare alla mia nonna più amata, vedova a cinquantasei anni e poi nuovamente fidanzata – in casa di riposo – a settantasette.
Grazie a te Francesca, riuscire a suscitare pensieri dolci, bei ricordi o piacevoli fantasie, mi da una grande gioia, come succede quando le ciambelle vengono col buco e qualcuno le assaggia con gusto.
Te l’ho già detto altre volte che questo è il mio episodio preferito della serie? 🙂
E come si fa? Vorrei tantissimo che una cosa così bella capitasse anche a me e vedere cosa si prova a guardare con occhi che non sono più gli stessi, ma forse sempre uguali. Mi sono commossa quando hanno steso il loro telo sul pavimento. La cosa più da ragazzini che si può fare. Che brava sei Maria Luisa, dolce e discreta, abile narratrice che sa portare rispetto. Leggendoti mi sono spesso chiesta se loro stessi ti leggano e cosa provino facendolo. Grazie a te per tutto questo.
Grazie Cristiana, questo racconto esprime anche la mia speranza che l’eta` dell’amore non abbia mai fine e che, magari, da vecchi, possa essere in qualche modo anche migliore.
Speriamo, veramente 😊
” Ancora bambina, lontana da casa, da sua madre e dalle sue sorelle, piangeva e correva, da una parte all’altra della casa e del quartiere, per obbedire ai comandi della padrona, della padroncina e anche della domestica più anziana.”
Una piccola Cenerella😃
Ai tempi in cui i protagonisti di queste storie erano bambini, da noi le Cenerelle erano tante, mia madre compresa.
“Florentino Ariza aveva aspettato cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni, per poter realizzare il suo sogno d’amore”
Se cominci così, mi fermo, scendo le scale, arrivo alla mia libreria, allungo la mano e comincio un’altra volta, va bene? 🙂
Sai Cristiana, e` stata la tua intervista su Instagram che mi ha dato lo spunto per questo incipit. Tu hai letto tante volte Cent’anni di solitudine, io l’ho ripreso in mano tante volte e non l’ho mai finito. Amavo leggere Marquez, ma il mio preferito (l’ ho adorato), era L’amore al tempi del colera. Questo era il momento giusto per citarlo.
E grazie anche a te.
Si tratta di una storia vera?
Ni Kenji, o anche So.
Ho lavorato in una struttura come quella che ho descritto, per tanti anni, e ho visto cose che… non potete immaginare.😂
“Le visite erano sospese. Gli ospiti non potevano circolare liberamente nei corridoi, da un reparto all’altro e tanto meno da un piano all’altro.”
Che tristezza 🙁
Tutto vero e terribile, per chi non aveva piu` il conforto dei propri familiari da mesi.
Questa storia è meravigliosa, di una dolcezza che ti fa sciogliere come il burro. Se mai dovessi incontrarli di nuovo, manda loro i miei migliori auguri per un felice e longevo matrimonio!
Grazie Roberto, la tenerezza che ho provato spesso per tanti ospiti del centro di riabilitazione che ho conosciuto da vicino, dalle vostre belle parole che mi scaldano il cuore, debbo dedurre che e` riaffiorata e che, bene o male, sono riuscita ad esprimerla.
Dolcissima M. Luisa! Che bello questo amore che accarezza le rughe e non le vede! Che ingiusta questa società che si indigna per manifestazioni d’amore e che accetta quotidiane ingiustizie verso i diversi: per pelle, per credo, per gusti, per soldi. Il mondo non cambierà, non subito almeno, quindi beati noi che lo vorremmo migliore. Un abbraccio. Beppe.
Caro Giuseppe, grazie🙏
come spesso accade, scrivendo, ho proiettato anche qualcosa di me, le mie speranze, l’inguaribile idealismo con un pizzico di romanticismo.
A volte penso che se l’umanita` ancora non si e` estinta, nonostante il mondo sia vario e parecchio avariato; finche` esisteranno creature amorevoli come Celestino e Giustina, a smorzare l’energia malefica che ci sovrasta, reggera` ancora.
Che splendida storia questa di Giustina e Celestino!
È un racconto la cui lettura fa stare proprio bene ed è incredibile che alla loro veneranda età abbiano davvero deciso di sposarsi. Un lieto fine davvero molto appagante.
Grazie Giuseppe, sono felice e quasi sorpresa per le tue parole e per tutte le altre di questi vostri commenti.
Forse il rito del matrimonio, in un’eta` in cui le prospettive future sono ridotte quasi a zero, non sarebbe piu`necessario per tanti motivi, ma per chi ha sperato per tutta la vita nel coronamento del grande sogno d’amore, immagino che abbia un senso che si rafforza, per chi e` credente, sentendo il bisogno di consacrare quell’unione, attraverso la sua benedizione.
Mi sono commosso. Sei così brava che è difficile sapere se la storia sia vera o romanzata, ma mi ha messo davvero tanta fiducia e speranza in un futuro che si accorcia ogni giorno.
Grazie.
Grazie a te Giancarlo, posso dirti che questo racconto potrebbe essere una favola, oppure una storia vera che ho ascoltato o intuito o magari visto con i miei occhi, incontrando i tanti vecchietti della struttura che li ospitava.
Di certo, sarei felice se riuscissi davvero a trasmettere un po’ di fiducia e di speranza, anche se per pochi minuti, e se, come i cerchi sull’acqua, riuscissero a diffondere altri messaggi positivi, talvolta necessari per affrontare i nostri affanni quotidiani.