L’amore è quello che facevo

Serie: Fino all'ultima paura

Settembre 2016

Bergamo

Le case abbandonate sono rovine che hanno crepe delineate come le rughe di donne vecchie e avvizzite, vengono ricoperte da fasci altissimi di spighe giallastre come capelli biondi e secchi, ci sono gomme da masticare e lattine incastrate fra massi e avanzi di pioggia e fango, uomini in tuta bianca vanno e vengono da oltre le transenne, milioni di tracce biologhe intorno noi mentre cerchiamo di capire quale sia stata la sorte di Ylenia quando si è fermata fra quelle mura abbondante, se per caso qualcuno l’ha notata, come ha fatto quel sangue a finire sul suo giubbotto, se è davvero suo quello sporco di colore marrone.

Il cielo brilla di un sole potente e afoso ma il grigio della città smorza quella saturazione estiva come i filtri all’incontrario di Instagram, c’è nell’aria l’odore rovente dell’asfalto a pochi metri da noi e il sentore della miseria di rifiuti abbandonati e tragitti che forse proprio lì si sono fermati, mischiati al sesso ad ore, promesse di innamorati sotto il sole e ombre troppe corte per celare il dolore di rapporti fugaci.

Gli alberi oscillano sopra la mia testa come fossero gocce in pausa, sospese, di una breve pioggia statica.

“Commissario?”

“Dimmi Debiase.”

Il volto cupo di Luca ho imparato a riconoscerlo in lunghe ore di appostamenti, da fuori l’ispettore potrebbe essere il classico ragazzo anonimo italiano, scuri i capelli e scuri gli occhi e la faccia bonaria che non esprime mai nulla di esplicito e comprensibile.

“Il sangue sul giubbotto è della ragazzina, me lo ha confermato la scientifica. C’è dell’altro, la traccia è mista, altro DNA risulta mischiato al sangue della ragazza.”

“Può essere di chiunque.”

“Sì, e la scena non aiuta, ci sono tracce di un’infinità di soggetti.”

“Prelevate il DNA a tutti i ragazzi e gli educatori della comunità e anche i volontari, di tutti quelli che sono entrati in contato con la ragazza.”

“Vuole fare un raffronto con il sangue sul giubbotto?”

Annuisco a Debiase e cerco di bloccare con un fazzoletto i rivoli di sudore da dietro il collo, lui scompare tra quelle spighe mentre io, di nuovo insicuro di me stesso, so che devo porre una domanda scomoda ad una donna per trovare la risposta alla sorte di una ragazza.

Settembre 2016

Lucca

Giacomo la guarda senza esitazione, non un solo istante di quella notte appena passata è rimasto senza osservarla, sa di amarla ma è anche certo di non poterlo fare per tutta la vita, vorrebbe ammetterlo con se stesso, con lei, ma quando l’amore non è abbastanza per amare, che spiegazione si può dare ai rapporti che si vivono con le persone a cui pensiamo di volere bene?

Sa che non vorrebbe perderla e sa anche, con estrema certezza, che non vedrà mai comparire le rughe sul suo viso, era stato immediato consumare la giovinezza insieme e adesso che è tempo di essere maturi, comprende il fatto di non essere pronto a farlo, forse nemmeno di volerlo.

Lei non sarebbe mai stata abbastanza potente contro le sue paure interne, le stesse che prima l’avevamo fatta innamorare di lui e che dopo, con una pietà concreta e persistente, l’avevano fatta soffrire senza possibilità di salvezza.

Beatrice muove gambe e braccia come lunghi elastici meccanici, lungo la notte aveva condensato il suo corpo dentro lo spazio ristretto del divano, la coperta disordinata tra le costole e il ventre e poi la pelle nuda e abbronzata incastonata tra l’aria e gli occhi di Giacomo.

Non era riuscita a dormire con lui, ad abbracciarlo in mezzo a quel letto che tante volte li aveva visti uniti nei sospiri e tante volte schiacciati e soffocati dentro il non capirsi reciproco, non era così l’amore che si era immaginata, Giacomo era stato più bello di ogni sogno mai proiettato nella sua mente, come quei vecchi film di nicchia che sembrano incredibili e irrealizzabili, ma poi arrivavano sempre al punto di essere tristi l’uno dell’altra, e lei era stanca di quella loro proiezione, del fatto che per quanto si amassero il per sempre non sembrava concretizzarmi mai, quante volte gli aveva fatto le valige cacciandolo via e quante volte le aveva fatte lui, partendo e tornando nei momenti in cui lei ormai di lui desiderava altro.

Adesso sul divano ripensa a Davide, a quell’idea di amore distorto che dieci anni prima le stava ingombrando la mente, a quanto ci aveva messo per essere una persona diversa, nuova e autonoma, quanto era stata grata per quell’amore con Giacomo così diverso e vero e sincero, per ritrovarsi adesso a non voler condividere il letto.

Se a Giacomo, un giorno qualunque di quegli anni insieme, avesse raccontato di Davide, della fuga e della comunità, sapeva che non l’avrebbe mai amata nello stesso modo in cui lui la sta guardando adesso, gli occhi aperti diretti verso di lei, seduto un vecchio baule a ridosso del divano aspettando che lei si svegli piano, dolce, come lo era sempre stata, ogni mattina e ogni notte in coperte spesse o lenzuola sottili.

Beatrice li guarda il petto nudo davanti a lei, come si può amare qualcuno a cui non si è detta la verità sul proprio passato?

“Buongiorno.”

“Buongiorno.”

“Bea, non voglio perderti.”

“Sai quante volte lo hai già detto?”

“Troppe, rovino tutto, ogni volta mi sembra che recuperare sia impossibile.”

“Non è questione di recuperare, non possiamo andare avanti così.”

“Ce la sto mettendo tutta, per me non è facile. Cos’è questa musica?”

“Il mio cellulare.”

“Perché non lo spegni di notte? Non rispendere, per favore.”

“Ormai è mattina.”

“Fa lo stesso.”

“Fammi almeno vedere chi è.”

Beatrice si alza dal divano, le gambe sono molli come l’impasto ancora umido del pane e gli occhi hanno righe sbavate di matita nera e solchi unti di ombretto bianco e marrone, barcolla fino al letto e prende in mano il cellulare, Fabrizio è il nome che lampeggia luminoso da oltre lo spiraglio della custodia di pelle rosa, deve rispondere per forza mentre la voce si preparare a fare l’entrata in scena cancellando il rauco suono del sonno.

“Pronto?”

“Beatrice buongiorno, sono il commissario Prandoni.”

“Buongiorno commissario.”

“La disturbo?”

“No, mi dia solo un attimo.”

Beatrice si infila veloce un vestito leggero di maglia turchese, supera veloce Giacomo e con la mano sul microfono cerca di congedarsi da lui il più in fretta possibile.

“Devo rispondere per forza, scendo in cucina a parlare e intanto preparo il caffè.”

“Va bene, ma chi è?”

Beatrice già sulle scale non ha nessuna intenzione di rispondere a quella domanda, accende la macchina del caffè per farla scaldare e riprende la conversazione con Fabrizio.

“Mi dica.”

“Alle case abbandonate, cosa ci andava a fare?”

“Cosa?”

“Lo so che non è una domanda facile è ma importante che lei mi risponda sinceramente, perché andava in quel posto?”

“Non sono tenuta a risponderle, sono stata disponibile ad aiutarla ma questo cosa c’entra…”

“Sono in quel luogo in questo momento, abbiamo trovato degli indizi importanti su Ylenia, una delle due ragazze scomparse, perciò Beatrice la prego, mi dica, cosa veniva a farci qui?”

Ci sono domande a cui si può dare l’impostazione di attesa del futuro e altre che invece attendono l’arresa di una passato impossibile da celare.

“L’amore, ci facevo quello. Ci andavo con Davide, ci trovavamo di nascosto lì, era un posto che molto stupidamente pensavamo potesse essere solo nostro. In realtà non lo abbiamo mai fatto, ci abbiamo provato ma insomma io ecco, non ce l’ho fatta.”

Le scale di legno scricchiolano il rumore di una presenza, i capelli di Beatrice fanno un piccola giravolta mentre il collo si volta nell’incontrare la figura di Giacomo seduta sulle scale, lo sguardo incredulo e gli occhi duri, pronti a non capire quelli mesti di Beatrice.

“Mi scusi commissario, la devo lasciare, la richiamo io.”

Beatrice appoggia il cellulare sul marmo chiaro nell’istante esatto in cui la macchinetta del caffè lampeggia la luce verde, pronta a ricevere la cialda che farà colare di crema l’espresso caldo.

“Cos’è questa storia?”

Un lungo bip dell’acqua calda echeggia nell’aria, Beatrice e Giacomo si guardano a lungo, lei pensa a Davide e Fabrizio e alle mattine in cui su quel marmo al posto del cellulare poggiava mani per aggrapparsi ai fremiti della passione, mentre un tempo si faceva l’amore adesso si aspettano risposte al dolore presente.

Agosto 2016

Bergamo

La strada sterrata fatta a piedi sembra sempre lunghissima e ancora non posso credere di essere scappata, di averlo fatto davvero, sapevo di desiderarlo da tanto ma non ero sicura di esserne in grado di farlo, oggi fa caldissimo ma la pioggia che mi sta bagnando tutta mi da molto fastidio addosso, sento i capelli fradici indorarmi il collo di acqua calda e consistente, le scarpe si aprono tra un passo e l’altro ma ad arrivare alla stazione non manca molto, cammino dritta senza guardare nessuno e poi sarò davvero libera. Via da qui, da tutti loro.

Un clacson mi distoglie dal mio tragitto, un suono corto che mi punta addosso, il rumore di una macchina che rallenta.

“Ehi, Ylenia!”

Mi volto a guardare il volto di quella voce, saluto, so chi è e sorrido.

“Lo vuoi un passaggio?”

Salgo in macchina, improvvisamente la strada di casa è più vicina. 

Serie: Fino all'ultima paura
  • Episodio 1: Sentimenti negati 
  • Episodio 2: La paura del passato 
  • Episodio 3: Operazione cena fuori al via 
  • Episodio 4: La tormentata decisione 
  • Episodio 5: Il dolore di essere persone nuove
  • Episodio 6: La condizione dei ricordi
  • Episodio 7: L’amore è quello che facevo
  • Episodio 8: L’intromissione delle domande 
  • Episodio 9: Il male è alla luce del sole 
  • Episodio 10: Armi invisibili
  • Episodio 11: Resistere per non soffrire 
  • Episodio 12: È così che deve finire  
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Marta, nuovo cambio di prospettiva. Mi piace come rendi protagonisti i tuoi personaggi, anche se per solo un fuggevole attimo. Questa serie somiglia ad un caleidoscopio.

      1. Marta Borroni Post author

        @micol_fusca sì, volevo dare a tutti personaggi uno spazio da protagonista, seppur piccolo, in modo che tutti loro potessero sentire le proprie emozioni in maniera profonda e quindi essere letti in modo diretto.

    2. Tiziano Pitisci

      Anche su questo episodio è impresso il tuo caratteristico marchio di fabbrica: l’introspezione interiore e quella fra le vicende umane, talvolta complicate da sentimenti in contrasto tra loro. Oltre al piacere di leggerti, di leggere le tue metafore delicate ed eleganti, si aggiunge la suspense di questa storia.

      1. Marta Borroni Post author

        Le dinamiche umane sono quelle che essenzialmente preferisco raccontare, forse perchè inevitabilmente sono quelle che tutti noi dobbiamo attraversare e provare, delineano la nostra vita, anche e soprattutto quando si mettono in contrasto con noi stessi.
        Ti ringrazio sull’eleganza, in cui mi crogiolo un pò e per la suspense, in cui inesperta, spero di poter migliorare ancora molto!