L’amore è quello che farò

Serie: Fino all'ultima paura #3stagione

Dicembre 2016

Lucca

Si chiama Mattia, ha una canotta bianca finissima sul torace scolpito, sulle braccia scorrono dei tatuaggi evidenti e un poco colorati, sul braccio sinistro uno arriva fino alla spalla e poco dopo ne incontra uno nuovo sul collo, si butta addosso una felpa spessa e grigia e i suoi muscoli evidenti vengono nascosti sotto di essa.

“Vieni che ti accompagno.”

Mi fa strada con la mano e sotto la sua barba biondo scuro, a me pare che mi stia sorridendo.

Su un sopracciglio arcuato ha un piercing, è giovane, forse ha la mia età, ma fa di tutto per indurire un viso che di per sé sarebbe dolcissimo.

Le mani e le unghie sono torturate di segni e graffi, botte e tagli.

Rappresenta tutto ciò che di più lontano ci può essere da me, ma quando mi guarda ha il dono di distrarmi da ogni mio pensiero.

“Sei un sommelier?”

“No, anche se amo il vino. Lavoro per un magazzino della zona che fornisce molti locali, vieni a trovarci abbiamo un sacco di cose.”

“Lo farò.”

Abbiamo paura a camminare vicini ma non riusciamo a stare distanti, è sfrontato e timido insieme, ed io lo so che non c’entra niente, ma a me ricorda Giacomo.

Due corpi che si desiderano la sanno subito, e subito, in quella paura eccitante, si vorrebbero avere.

“Puoi toglierti gli occhiali?”

“Li porto sempre, anche quando c’è poco sole, scusa ma sono fatta così.”

“È che mi piace vedere negli occhi della gente.”

Tolgo gli occhiali per lui, è un incrocio di sguardi fugace.

“Ecco, siamo arrivati.”

Mi indica un portone verde spesso e imponente, la via la conosco bene, è aperto e faccio per entrare.

“Aspetta, ti aiuto.”

E mentre spinge il portone per accedere, mi guarda e scivola, il suo cellulare cade dalla tasca dei pantaloni e finisce a terra.

“Stai bene?”

“Io sì, il mio orgoglio meno.”

“Non preoccuparti, io faccio di peggio.”

Mi guarda ancora per un attimo.

“Ce l’hai Facebook?”

“Certo.”

Poi senza nemmeno vedere se il cellulare si è graffiato come le sue mani, me lo passa.

“Scrivi il tuo nome completo.”

“Ecco, sono questa, direi che si vede.”

“Sì, sì, sei tu. Ti serve altro?”

“No, grazie.”

“Sicura? Io purtroppo dovrei tornare al lavoro.”

“Vai tranquillo, a presto allora.”

“A presto.”

Mi scruta da lontano e poi sparisce, a passo veloce e ritmico, con l’ombra del tatuaggio sul suo collo ancora evidente.

Lascio che il pesante portone si richiuda alle mie spalle, seconda porta a sinistra del terzo piano, la luce delle scale non funziona, prendo il cellulare per azionare la torcia e mi accorgo che è spento, lo riaccendo veloce digitando il pin in fretta.

Mi arrivano diversi messaggi, mamma che mi chiede se torno davvero per cena o se mi fermo per la notte ancora nella casa vecchia, tante telefonate di Fabrizio e poi lui, Mattia.

Apro messenger incuriosita.

‘Ho dimenticato di chiederti una cosa importante.’

‘Cosa?’

Lui visualizza subito.

‘Il tuo numero di telefono!’

‘Ah, pensavo peggio.’

Poi glielo trascrivo e in un attimo mi scrive su WhatsApp.

‘Cosa fai stasera?’

Prima ancora di capire cosa faccio stasera, Fabrizio mi chiama.

“Dove diavolo eri?”

“Mi si era spento il cellulare, cosa succede?”

“Vincenzo Bini ti dice nulla?”

“Non mi pare.”

“Eppure lavorava sotto la comunità in cui stavi tu in quel periodo.”

“Ah, ma l’agrario.”

“Eh, lui.”

“Sì mi ha dato un passaggio, una volta, anni fa. Nulla di più.”

“Quindi non sai altro di lui?”

“No. Ma l’ho rivisto qualche giorno fa.”

“Come? Dove?”

“Era seduto accanto a me sul treno per venire a Lucca. Ma che succede?”

“Ho bisogno di parlarti urgentemente. Dove sei ora?”

“In via Santa Croce.”

La sua voce è una tensione nervosa acuta e netta.

“Ci vediamo tra un quarto d’ora a Palazzo Bernardini, capito? Nessuna distrazione, vieni spedita lì, chiaro?”

“Sì, chiaro.”

Riaggancia senza altra parola, poi rispondo a Mattia.

‘Stasera lavoro.’

Non faccio in tempo a salire due gradini che mi risponde.

‘E domani sera, ti va di uscire con me?’

E con tutta la voglia che ho di dirgli di sì, l’unica cosa che riesco a fare è salire le scale e andare a vedere l’appartamento, l’amore è quello che farò domani, oggi non sono ancora pronta a viverlo.

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Seguirla è stato così facile, quando la gente si trova nel suo ambiente naturale non fa mai caso se qualcuno la osserva, è senza filtri o paranoie.

Quando era seduta al bar pensavo fosse il momento, sarebbe stato tutto così facile, le offrivo un caffè ed era fatta.

Invece quell’imbecille tatuato si è messo in mezzo e giocando a fare il romantico l’ha accompagnata per la città, come sanno essere ridicoli i giovani.

Così sono qui che faccio il turista, guardo in giro e aspetto, come se non avessi già aspettato abbastanza, dieci lunghissimi anni.

Ma tra poco, finalmente, l’amore è quello che farò.

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Lasciarla sola in quell’androne mi è dispiaciuto, era così bella in quella sua giacca in maglia, e quando ha tolto gli occhiali sono stato travolto dal profondo dei suoi occhi, mi ha avvolto nel suo sguardo e ancora non mi sento liberato.

L’avevo già vista passare ogni tanto, era quasi sempre in compagnia di un uomo molto alto con sul braccio un grande tatuaggio con una lunga spada nel mezzo, su di lui si notava appena, non è di certo il genere di tatuaggio che mi faccio io, erano tutti e due eleganti, lui con la camicia con le iniziali e i mocassini, lei in tubini o gonne di pizzo, una coppia bellissima vista da fuori, quel genere di mondo a cui io non mi avvicino nemmeno da lontano.

Lei non c’entra nulla con me, ma che fisico che ha, e come si muove, seduta a quel tavolino non ero riuscito a smettere di guardarla, la sua pelle e quelle sue gambe lunghe sui tacchi alti e così sottili, solo lei sa come riesci a starci in piedi.

Poso i guantoni e il paradenti, prendo il cellulare, ancora nessuna risposta, la palestra intanto è piena di gente che come me lotta, sorrido perché immagino che anche lei non si avvicini mai al mio mondo, ma quanto vorrei che mi rispondesse ora, senza nessuna paura.

Non so cosa desidero esattamente da questa ragazza, ma so che vorrei scoprirlo dentro ad un letto, sapere che comunque vada, l’amore con lei è quello che farò.

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Il taxi mi ha lasciato a metà del centro storico, oltre in macchina non si può continuare.

Vorrei arrivare il prima possibile all’appartamento ma i tacchi e le strade antiche non la pensano al mio stesso modo, ho caldo e il vestito di maglia si appiccica al mio corpo e alla mia rabbia.

Tutto parla di festa e amore e famiglia e tradizione, mentre io sono venuta qua per gridarglielo in faccia che l’amore, quello, con lui non lo farò mai più.

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Palazzo Bernardini è sempre maestoso, con le sue entrate aperte che collegano due strade diverse e nel mezzo il suo androne fatto di volte e mezzanini con scale larghe e imponenti, agli angoli ci sono lanterne sempre accese e il menù di un locale situato nell’angolo più a nord, dalla parte opposta le piante ornamentali compongono quadri naturali e rigogliosi.

Sono in anticipo e la sto già aspettando, ho bisogno che sappia cosa sospetto.

Il cellulare suona ma non è lei.

“Commissario!”

“Dimmi Debiase.”

“Bini è a Lucca.”

“Questo lo so già.”

“Ah, sa anche dove?”

“Basta giocare agli indovini, dammi questo dannato indirizzo.”

Debiase riattacca e mi manda la posizione di un appartamento in centro storico.

Chiamo veloce Beatrice, ma anche ora è irraggiungibile, dev’essere il vizio della giornata.

Le scrivo un messaggio che non lascia dubbi.

‘Sarò in ritardo, ma tu rimani qui, prendi un aperitivo, leggi un libro, qualsiasi cosa ma qui, in un posto con molta gente, e se dovessi incontrare nuovamente Bini, stagli alla larga. Ci vediamo tra non molto.’

Poi in un attimo sono di nuovo nella folla frenetica della gente immersa nelle compere di dicembre, sacchetti gonfi e brillanti si scontrano con le mie gambe e urtano contro la fondina della mia pistola, Carla mi aveva avvisato, mantenere un basso profilo, ma una visita di cortesia non ha mai fatto male a nessuno.

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Il terzo piano di questo stabile è magnifico, ci sono affreschi lungo le pareti che continuano verso il soffitto a cupola, dove dei lucernari fanno entrare fiotti di luce che illuminano angeli e rose.

I portoni degli appartamenti sono di una marrone cupo e lucido, c’è odore di resina e incenso, come nelle Chiese vecchie e umide, qualcun altro da un piano più basso, sta cuocendo del cavolfiore.

Su questa piano ci sono quattro porte, due per lato, probabilmente il piano nobile di un tempo è stato diviso in due mini appartamenti.

Sulla porta che interessa a me c’è scritto ‘affittasi’ e qualcuno da dentro parla di come sarà possibile arredarla, in futuro.

Quella più infondo è sbarrata con due assi e c’è scritto ‘in costruzione’ ma si vede benissimo che qualcuno sposta abitualmente quelle assi per entrarci dentro.

La prima porta si apre ed io mi nascondo nel mezzanino, senza sapere il perché della mia reazione, una signora bassa dice ad una coppia giovane di pensarci, che quella è una bellissima casa per viverci.

Quando la coppia giovane è ormai scesa dalle scale, immersa nei propri pensieri, le due assi si muovano e da sotto ne esce una ragazzina.

Quello che vedo non lascia dubbi, è proprio Marika.

Serie: Fino all'ultima paura #3stagione
  • Episodio 1: Sentimenti promessi
  • Episodio 2: La paura del futuro
  • Episodio 3:  Operazione casa nuova al via 
  • Episodio 4: L’unica decisione 
  • Episodio 5: La condizione delle scelte
  • Episodio 6: Il dolore di essere le stesse persone 
  • Episodio 7: L’amore è quello che farò
  • Episodio 8: La paura è alla luce del tramonto 
  • Episodio 9: Resistere per non morire
  • Episodio 10: È così che deve iniziare 
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