L’anziana

Serie: I tormenti d’animo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nient’altro che i nostri tormenti: la vita!

Lei entrò in quella casa in un pomeriggio di aprile. Il caldo si faceva già sentire, nella sua insistente forza afosa, un caldo primaverile, prematuramente estivo. Lei, la signora Maria, era un po’ sudata. Un po’ impaurita, quando entrò, osservò con attenzione tutte le persone che le vennero incontro: vide avvicinarsi un ragazzo, alto, molto alto, dovette piegare la testa un po’ all’indietro per guardarlo meglio, le sembrò di averlo già visto, ma non seppe decifrarne né il luogo né il tempo; vide una signora sui cinquanta, con fare allegro e sicura di sé, avvicinarsi con un sorriso accogliente, lei ebbe un attimo di sollievo, lo manifestò respirando profondamente, ma fu solo un attimo. I suoi occhi caddero presto su altre persone ospiti di quella casa. Si accorse di una donna, a suo parere più anziana di lei. L’anziana aveva lo sguardo fisso sul pavimento, non si muoveva, era di una immobilità assoluta. La signora Maria, per un solo attimo pensò che fosse morta. Poi, con suo sollievo, anche se non la conosceva ancora, la donna mosse il braccio, con lentezza si accarezzò la testa, e lo rimise nella stessa posizione di prima. Non le sarebbe piaciuto se qualcuno di quegli anziani avesse deciso di andare a conoscere il Creatore proprio nel giorno del suo arrivo, sarebbe stato una brutta accoglienza. Così non fu e ne rimase contenta. Passando davanti alla donna immobile disse alla signora ancora col sorriso stampato in faccia

“Perché dorme qua?”

“Venga signora Maria, le presento tutti gli altri”

La signora, proprietaria della casa di riposo, non dando retta a quello che la donna aveva detto, aprì la porta, entrò, fece accomodare la signora Maria: era una stanza di accoglienza, lì si trovavano seduti una ventina di vecchietti. Molti, all’arrivo di Maria, sorrisero, contenti del nuovo arrivo di un’altra compagnetta di vita, altri si limitarono a far sorridere solo gli occhi, guardandola quasi con amore, sostenendola con lo sguardo di chi sa cosa significhi , di chi sa cosa voglia dire il primo giorno, il distacco dalla famiglia, l’ambientarsi in un luogo che appare indiscutibilmente ostile. Molti di loro avevano imparato che adattarsi, ed in fretta pure, a nuove situazioni, di qualunque tipo, fosse salutare. L’amico, l’amico che si andava a conoscere, non era altro che una sorella, un fratello, una donna, un uomo con l’impegno ed il desiderio di spurgare gli ultimi giorni che la vita riservava loro, uno scrollarsi di dosso rami secchi, che facevano male, come rimorsi o rammarichi, senza farsi trascinare in in un passato andato. Era sicuramente una perdita di tempo e salute se ci si impantanava in giorni morti e sepolti. Occorreva dedicarsi invece ai giorni dell’oggi, dedicarsi a se stessi e a chi aveva avuto la stessa sorte. Si andava a trovare una dimensione di stessi, un vivere diversamente la vita.

Non rari furono in quella casa di riposo, che poteva ospitare fino a quaranta anziani, delle storie di vero amore, innamoramenti, di altro tipo, che destarono commozione e tenerezza.

Un tenero applauso, contenuto nell’intensità dei decibel, ma molto sentito nel cuore.

Delle bocche sdentate accolsero Maria volendola quasi abbracciare, muovendosi anche un po’ pericolosamente dal posto dove erano stati collocati.

“Maria, lei è Maria, e noi diamo a lei un caloroso benvenuto.”

Con questa frase, detta con enfasi e con voce molto alta, la signora proprietaria mostrò la nuova ospite agitando le sue mani verso la nuova arrivata, ridendo e contenta diede un segnale con la testa a due infermieri che presero la nuova ospite per metterla seduta vicino agli altri.

Maria, sorridendo a tutti quanti ed applaudendo anche lei del suo arrivo, passò in rassegna, con amore, tutti quei vecchietti, ma con la coda dell’occhio non distolse lo sguardo dall’anziana signora, da sola fuori, ancora immobile. La cosa le sembrò strana, molto.

Se avesse potuto farlo sarebbe sicuramente andata da lei. Era incuriosita da quella sua amica, perché così già la sentiva, una sua amica, una donna che la attraeva, con la sua stessa sorte, apparentemente triste, e voleva sapere al più presto perché si appartava. Perché rimaneva da sola in atteggiamenti sopiti e misteriosi.

Tutto sommato quell’accoglienza non le dispiacque e un po’ la distrasse.

Una corrente d’aria calda attraversò la stanza; una dipendente aveva aperto la porta in fondo, l’aria come se andasse di fretta, diventò una ventata disturbante, fece chiudere gli occhi alla signora Maria. Fu come una vampa che le attraversò il cervello, per un attimo non riuscì a sentire nulla, a capire dove si trovasse, solo, un sapore misterioso della vita, che la immerse del tutto in uno stato di tepore, abbassò ogni difesa: il buio fu la sua realtà.

Quando rinvenne, si sentì sdraiata su di un lettino. Guardava il soffitto con attenzione. Aprì e chiuse gli occhi velocemente, vide delle macchie scure in un bianco già di suo molto sporco. Volle alzarsi. La aiutarono due infermiere: la sollevarono con delicatezza e la fecero camminare, giusto due passi. Lei vide fuori che la notte s’era impadronita della città, dei lampioncini, un po’ bassi di intensità, le regalarono un giardino solitario da dove arrivava un silenzio misterioso, una voce della natura affascinante, almeno così le parve. Le infermiere, accertatosi che lei era in grado di stare in piedi da sé, la lasciarono vicino ad una finestra. Lei avvicinò la faccia al vetro. Due occhi grandi e rugosi si videro immersi in una danza di stelle luminose, proprio in quel momento la signora Maria vide una scia luccicante nel buio dell’universo e ne rimase entusiasta: sorrise al suo destino. Socchiuse gli occhi, piano piano stava per allontanarsi per rientrare in stanza, quando, sotto ad un vecchio albero di carrubo, un’anziana signora stava seduta, immobile. La signora Maria riconobbe la stessa anziana che aveva visto quando era arrivata. Voleva uscire per andare da lei. Andò verso la porta ma con suo rammarico si accorse che la porta era chiusa e non c’era modo di uscire. Però non si diede per vinta. Accanto c’era un’altra stanza, lei entrò con lentezza, sicura di trovare qualcuno, ma non fu così, si accorse invece di una porta che dava sul giardino, provò a vedere se fosse aperta, bene, si trovò fuori. Abbracciandosi, come se avesse davanti a sé un figlio, per il fresco che le arrivò addosso, con un passo leggermente più sostenuto, dando degli sguardi ovunque, destra, sinistra, in alto e in basso, si avvicinò al vecchio carrubo, si accorse però che l’anziana non c’era più. Stranamente, era scomparsa. Vicino alla sedia dove stava seduta, vide un paio di scarpe, una vestaglia, uno scialle e una rosa rossa: un biglietto aperto con una scritta in neretto, ben visibile, la fece piegare per prenderlo.

“Benvenuta Maria, raggiungimi presto, il mio silenzio è il tuo. La mia pace è la tua.”

La signora Maria raccolse le cose per terra, rientrò e le portò con sé nella stanza.

Nel silenzio della sua notte, davanti alle lacrime della vita, indossò la vestaglia, le scarpe da camera, mise lo scialle sulle sue spalle e guardò tutta la notte la rosa rossa del suo domani.

Serie: I tormenti d’animo


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Hai trattato il tema della vecchiaia con estrema delicatezza e anche con trasporto. Hai fatto tuo il tuo personaggio e lo hai curato, fino a esporlo agli occhi del lettore. Davvero poetica l’ultima immagine con quella raccolta di indumenti, stretti al petto che poi la signora Maria finisce con l’indossare lei stessa. Molto bello.

    1. Cristiana, questa fase della vita forse è sottovalutara, oserei dire, banalizzata, riducendo quei momenti a un fine corsa naturale, l’anziana nasce dagli ultimi giorni di mia suocera. Ma lei è noi, e noi siamo lei.

      1. Quando i nostri racconti non sono banalmente eseguiti come semplici esercizi di stile, ma ‘pescano’, attingono, dal nostro quotidiano, dal vissuto, dalle emozioni e dal cuore, allo, che dire? Si sente

        1. Decisamente, le parole sono li, che vivono con noi. Ti fanno entrare dentro le emozioni. Hai ragione

  2. La morte è un evento con il quale dobbiamo fare i conti, e per natura stessa non sappiamo farlo. A me sembra che in questo racconto ci sia davvero tanta eleganza e tanta capacità di comprensione. Complimenti.

  3. non so cosa dire, se non ammirare la delicata bellezza del tuo racconto. C’è da augurarsi che la vita, a qualsiasi età e in qualsiasi circostanza, non sia mai così triste e che la morte o il suo avvicinarsi possa aver luogo al di fuori di luoghi costruiti al solo scopo di depositarvi i vecchi. Meglio a casa propria, forse addirittura meglio da soli.

    1. Ciao Francesca, grazie. Purtroppo è una scena che la vita potrebbe presentarci. Vedere contesti simili dovrebbe farci riflettere un po’ di come un anziano possa soffrire. Sofferenza sempre più evidente in una società veloce ed egoista.

  4. “Non rari furono in quella casa di riposo, che poteva ospitare fino a quaranta anziani, delle storie di vero amore, innamoramenti, di altro tipo, che destarono commozione e tenerezza.”
    😘

  5. Un racconto che esprime una spiccata sensibilita` verso chi si trova a doversi adattare, oppure soccombere, tra le mura di certe case affollate, luminose e fredde, accoglienti e desolate.
    Ho conosciuto questo genere di case: certe volte sono esattamente cosi`; altre volte molto peggio.