L’ultimo giorno

Serie: L'ultimo giorno


Parte 3

Giorno 85

La svegliò il sole delle otto. I raggi penetravano dalla finestra della camera da letto. Sulla sedia di fronte al matrimoniale, una massa di capi sporchi e stropicciati che aspettavano di essere messi in lavatrice. Khun riposava accanto a lei. Quante volte le aveva detto di non salire sul letto? Innumerevoli, ma Khun non voleva sentire ragioni. Casa sua era il suo regno, e in quanto regina di quel territorio si sentiva libera di fare quel che le pare e piace.
« Khun, scendi. »
Alice si mise seduta, i piedi nudi a contatto con le piastrelle fredde. Si strofinò gli occhi fino a vedere, nel buio dietro le palpebre, macchie verdastre, puntini bianchi e grigi come sullo schermo di un televisore senza segnale. Si sentiva esausta. Le gambe fiacche, senza spinta, con l’inerzia che la guidava nuovamente sotto le lenzuola. Le mutandine appena macchiate di un rosso rappreso. Le guardò, fece un lungo e rumoroso sospiro. Avrebbe dovuto gettarle nella pattumiera, comprarne altre. Le serviva una doccia calda e una buona colazione. Ma più di tutto, un benedetto tampax.

L’unica in grado di aiutarla era Benedetta. Indossò una tuta comoda, un paio di pantofole, si sistemò i capelli alla bell’e meglio e si infilò l’eskimo col cappuccio col finto pelo. Prima di uscire di casa aprì una credenza in cucina, prese il grosso sacco di croccantini e ne versò un pugno e mezzo sia a Khun che a Serafino. Dopodiché prese una mascherina dalla confezione da cento e allacciò i lembi dietro le orecchie.
« Torno subito, fate i bravi. »
Ma Khun si disinteressò alla ciotola. Si era avvicinata alla porta, si era alzata su due zampe e aveva cominciato a grattare il portone blindato dell’ingresso.
« Khun, ti prego, lo sai che non posso farti uscire. »
Tese la gamba e la spostò piano, costringendola a tornare sulle quattro zampe e ad allontanarsi.
« A dopo. » e uscì.

Sono fuori di casa, pensò. Dopo quanto tempo? Un mese? Che strana sensazione. Aveva mosso il primo passo oltre l’uscio, superando lo zerbino, come il primo uomo mosse il primo passo sulla superficie lunare. Sentì l’aria gonfiare i polmoni per poi inumidire appena l’interno della mascherina. Il pianerottolo deserto, silenzioso. Solo due voci si alternavano dal fondo del corridoio. Forse gli attori erano impegnati a intrattenere i loro spettatori online. Si avviò verso l’appartamento di Benedetta e famiglia. D’improvviso, alle sue spalle, un click.
Si voltò di centottanta gradi con il capo.
« Signora Belmonti. »
« Oh, ciao cara. », disse mentre chiudeva a chiave a doppia mandata.
« Dove va? Lo sa che oggi non è giorno di spesa? »
« Ah, lo so signorina. »
« La prego, mi chiami Alice. »
Quando la signora Belmonti sorrideva le si dilatavano le guance, e diventavano così rosee e tenere che Alice doveva trattenersi dal pizzicarle. Gli occhietti le si facevano piccoli piccoli e la bocca si allargava quel tanto che basta per far notare l’assenza di un canino e due premolari.
« Alice, se devo essere sincera… »
« Mi dica. »
« Stavo andando da un veterinario. Birba non sta affatto bene. »
« Oh, mi dispiace. Che cos’ha? »
« Mangia a malapena, è sempre stanco. », disse giocherellando con il portachiavi a forma di osso. Lo sguardo sulla moquette grigia, l’espressione contrita.
« Ha chiamato l’ambulatorio? »
« Sì, quattro giorni fa. Avevano detto che avrebbero mandato qualcuno, ma… ancora niente. Sono tanto preoccupata. E se stesse sul punto di… oddio, il mio Birba. »
« Non si preoccupi, signora. Starà bene. Però, la prego, torni a casa. Chiamerò l’ambulatorio anch’io. Se non bastasse chiamerò la Municipale. Torni dentro. Non ha nemmeno la mascherina. Lo sa che è pericoloso, là fuori. »
« Sei una cara ragazza. »
Una fitta allo stomaco ricordò ad Alice la sua priorità. Raggiunse l’appartamento di Benedetta mentre alle sue spalle la signora Belmonti tentava con difficoltà di ritrovare le chiavi giuste nel grosso mazzo. Bussò.
« Chi è? »
« Sono Alice! »
« Dimmi. » l’accolse la voce gentile.
« Avrei un problemino. »
« Di che tipo? »
« Intimo. Hai qualcosa da darmi? »
« Cosa? Non ti sento. Hai la mascherina? »
Alice si guardò attorno. Non c’era nessuno, la signora Belmonti era riuscita a rientrare in casa. Si abbassò la mascherina e prese aria.
« Ho un problema intimo. Puoi darmi un…? »
« Oh, tesoro. Io sono in menopausa. Non le ho più da un anno e mezzo. »
Cazzo, imprecò fra sé, perfetto. Ora che faccio?
« Grazie lo stesso, Benny. »
« Mi dispiace! Ciao! »
Per un attimo pensò di ordinarle su Amazon, ma il corriere sarebbe arrivato tardi. Da quando il Tetra-Virus aveva cambiato il mondo, i corrieri erano diminuiti, costantemente in ritardo, sottopagati al limite dello sfruttamento.
Dovrò andare al supermercato, pensò. 

Non aveva mai visto il centro di Milano così spopolato. Senza persone, le città appaiono ancora più grandi e, soprattutto, inutili. Una sensazione di vuoto le riempì la gola. Chiuse il portone dietro di sé. Sbrigati, si disse, non dovresti essere in giro. Cominciò a marciare a passo spedito. Le sembrava di essere l’ultima superstite di una città fantasma. Per strada, solo pochi rider di Deliveroo e Fiorino di panettieri, ditte di pulizia. Procedette in prossimità del Duomo. Poco più in là, un uomo con un giubbotto sciupato color oliva, jeans strappati, guanti in acrilico tagliati sulle dita. Fumava una sigaretta, la mascherina legata al polso.
« Scusa? » le gridò.
Lo vide avanzare verso di lei, un passo dietro l’altro, i lacci delle scarpe malconci e ciondolanti.
« Scusa? », le urlò ancora per attirare la sua attenzione.
Ma Alice non voleva fermarsi. Non doveva. Evita i contatti con gli sconosciuti senza mascherina, incombeva la voce degli spot informativi dello Stato.
« Ehi! Scusa?! »
L’uomo gettò la sigaretta a terra e aumentò il passo. Nel vuoto di Piazza Duomo riecheggiava il suono dei passi.
« Lasciami stare! », lo intimò da dietro il tessuto della mascherina. Ora anche lei aveva accelerato.
Il calpestio cresceva di metro in metro, lo poteva sentire nelle sue orecchie, nella sua gola, nella sua cassa toracica.
« Va’ via! »
« Aspetta, voglio solo chiederti una moneta. »
« Non ne ho! Lasciami in pace! » si mise a correre.
L’uomo l’aveva quasi raggiunta. Alice corse più forte che poteva. Le gambe le reggevano appena, il sangue le risalì le vene tanto in fretta da temere un infarto.
Cazzo cazzo cazzo cazzo
Sentiva il suo fiato sul collo.
« Fermati, puttana! »
Cazzo cazzo cazzo cazzo, dov’è quel maledetto supermercato?!
Mentre correva lungo la galleria, inciampò su una bottiglia di vetro e cadde a terra. Atterrò con i palmi aperti sui minuscoli frammenti di vetro verde opaco. Nel tentativo di rimettersi in piedi, le suole persero aderenza e scivolò ancora.
« Vieni qui! », urlò lui con la bava alla bocca.
Era a meno di due metri da lei quando riuscì a recuperare l’equilibrio. Si scrollò di dosso i residui di vetro e ricominciò a correre a perdifiato. L’uomo scattò più veloce, tese un braccio e l’acciuffò con la mano destra. La strattonò per un braccio, lei perse per un istante il senso dell’orientamento per il rinculo.
« Lasciami! », urlò così forte che l’uomo dovette tenersi le orecchie con una smorfia di fastidio. Sentirono il cigolio di una porta che si apre. Si era affacciato un uomo sulla trentina.
« La prego, mi aiuti! Mi sta aggredendo! »
Tentò di divincolarsi, e ci riuscì. L’uomo sulla trentina rimase sulla soglia a osservare la scena, sgomento.
« Faccia qualcosa, la prego! »
Ma lui era immobile.
« Dammi una moneta, troia di merda! »
Lei riuscì a scivolare via dalla morsa e riprese a correre. Eccolo lì, finalmente, dietro l’angolo. Il maledetto supermercato. Aspettò l’apertura della porta e si intrufolò. All’ingresso, una guardia in abito scuro la guardò con sospetto.
« Signore, aiuto, c’è un uomo che mi insegue. Non lo faccia entrare, la prego, non lo faccia entrare. »
La guardia s’impettì. Non disse una parola, attese l’arrivo dell’uomo. Da dietro il vetro, la sagoma dell’uomo ansimante, le vene pulsanti nelle tempie, la bava che gli scivolava dagli angoli della bocca.
Alice si tastò dappertutto. L’aveva graffiata, ferita? Era riuscito a rubarle qualcosa? No, tutto bene. Nessun segno sulla pelle. Sentiva solo i polmoni aprirsi e chiudersi come palloncini di spugna. La mascherina umida che rientrava nella bocca per poi gonfiarsi con l’eccessiva espirazione. Non ce la faceva più, non respirava. Non desiderava altro che togliersi quel dannato fazzoletto dalla bocca. E lo fece, d’istinto.
Prese un lungo respiro.
« Signorina, le devo chiedere di rimettere la mascherina. »

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