
Mercoledì
Serie: 11
- Episodio 1: Domenica
- Episodio 2: Lunedì
- Episodio 3: Martedì
- Episodio 4: Mercoledì
- Episodio 5: Giovedì
- Episodio 6: Venerdì
- Episodio 7: Sabato mattina
- Episodio 8: Sabato sera
STAGIONE 1
Sono le quattro del pomeriggio. Deve essere la volontaria dell’associazione.
– Gene, vai ad aprire!
Ho fatto finta di non sentire il campanello, ma niente.
Forzo con le braccia sulla sedia per arrivare allo spioncino. Non è la solita faccia rotonda, decisa, che occupa tutta la visuale. Questa è più affilata, scarna. E vorrebbe essere in un altro posto. Si capisce.
– Chi è tesoro?
– Non lo so.
– Sarà Heather.
– E allora perché me lo chiedi!
Tiro la maniglia e lascio girare la porta sui cardini.
La squadro dalla testa ai piedi. È più bella di Heather ed è incinta. Questi incontri sono una vera scocciatura, ma per far contenta mamma, devo sottopormi a questa tortura.
Mi raggiunge pulendosi le mani. – Gene, falla… – Si accorge che non è chi si aspettava. – Desidera?
– Buongiorno, sono Jane e sostituisco Heather.
– Buongiorno, Jane. Gene, lasciala passare, su.
Entra in sordina. Non mi sbagliavo, vorrebbe essere dappertutto, tranne qui. Ormai so leggere negli occhi della gente, quella luce che denota commiserazione.
Mamma le porge la mano. – Io sono Tracy, la madre di questo bel giovanotto.
– Piacere. Come dicevo, Heather non può venire, oggi, ma mi ha spiegato tutto.
– Spero non le sia successo nulla. – Indica la pancia di Jane. – Maschio o femmina?
La solita invadente.
– Tracy, non credi che dovresti farti gli affari tuoi? – la riprendo.
Jane sorride timida, grata per il mio intervento e lascia cadere la domanda.
Ma mamma deve sempre avere l’ultima parola. – Che ho detto di male?
– Niente, ma forse la signora non ha voglia di subire un terzo grado.
La invita a sedere, mentre le prepara un tè. Io rimango a distanza, sulla porta della stanza. La osservo. Tiene la mani in grembo, quasi a difendere il suo bambino. Come se in questa casa ci fosse qualcosa – qualcuno – che potrebbe fargli del male.
*
– Grazie per il tè. – Jane si alza. – Heather mi ha detto che il mercoledì va al parco.
Parla di me in terza persona, proprio come dopo che uno è morto.
Mamma è quasi euforica. – Dobbiamo approfittare di questi ultimi giorni estivi, no?
Jane sospira. Di sicuro si sta chiedendo chi gliel’ha fatto fare. E io farò di tutto per farglielo pensare.
Mamma si avvicina e mi bacia sulla testa. Io mi ritraggo infastidito. Non voglio queste scene davanti agli estranei.
Ci accompagna in auto. Al momento di scendere, invece di prendere dal baule la sedia a rotelle, fa per tornare al posto di guida, scocciata.
Ci guardiamo, io in cagnesco, lei fingendo incredulità.
– Cosa aspetti a scendere? Mi farai fare tardi.
Che faccia tosta. Io continuo a fissarla. In tutto questo Jane sta in disparte.
– Ti farà bene fare due passi, tesoro.
Mi sale la rabbia. Il suo forzato ottimismo mi esaspera.
– La prendo io, – si propone Jane.
Questo costringe mamma a intervenire, non lascerebbe mai che una donna incinta faccia un tale sforzo. Quando vedo la sedia aperta, allora scendo e mi ci accomodo sopra.
– Ci vediamo più tardi. – Dal lunotto posteriore mi scocca un fulmine.
– A che ora? Più o meno, – fa Jane.
– Sarò di ritorno alle sei. Va bene per quell’ora.
*
Restiamo fermi sul marciapiede. In mezzo al viavai di gente. Jane si morde un labbro.
– Vogliamo andare! – Sono intenzionalmente scorbutico.
Si scuote. Mi guarda. La guardo. Adesso vorrà spingere la sedia, da brava crocerossina. Faccio da solo, la spingo verso l’ingresso del parco.
La sedia scende senza sforzo sul vialetto in leggera pendenza. Lei mi segue a qualche metro di distanza. Due donne che parlano si aprono per lasciarmi passare.
Il loro sguardo pietoso sento che mi insegue. È fastidioso, ma dura poco, saranno già tornate a discutere delle loro cazzate.
Raggiungo una panchina rivolta verso l’Hudson.
– È solo per questa volta, – la voce di Jane arriva da lontano.
Un battello diretto alla Statua della Libertà. I turisti schiamazzano, si fanno foto, si sporgono per vedere l’acqua scorrere via.
Jane si siede, lasciando tra me e lei il muro che ho eretto. Guardiamo in due direzioni diverse. È assurdo che sia qui, lei che sta per dare una vita e io che sto per avere la morte.
– Cosa faresti se mi buttassi nel fiume? – In fin dei conti, non sto già affondando lentamente?
Non risponde. Lo sapevo, non gliene frega un cazzo.
– Non lo so… io…
– Tanto a te cosa interessa? Non mi conosci neanche.
Si avvicina, forse è imbarazzata da questa conversazione e non vuole farsi sentire.
– Faresti questo a tua madre?
– Non lo dice, ma non vede l’ora di liberarsi di questo peso.
– Non dirlo neanche per scherzo! – si inalbera. – Sei suo figlio!
– Cosa ne sai, tu, che non sei ancora madre? – Ritorno a fissare il fiume.
La osservo di sottecchi, il corpo scosso da lievi singulti. Non starà piangendo?
Tira su con il naso. – Vado in bagno.
Il battello è quasi arrivato alla statua.
*
– Bravo, papà! – la voce acuta di un bambino. – È volato lontanissimo!
Giro la sedia.
– Adesso tocca a me!
Il bambino si china nell’erba e raccoglie un aereo di carta. Indossa il cappello da pilota del padre.
– Bagnagli la punta con la saliva e vedrai che andrà più lontano ancora.
Lui si infila la punta in bocca. Poi prende la mira con la lingua di fuori. Mima il lancio un paio di volte.
– Aspetta. – Il padre lo prende per i fianchi e se lo carica in spalle. – Adesso andrà ancora più lontano.
Il bambino lancia. L’aereo esegue due giravolte, poi, sospinto da un colpo di vento, la traiettoria si allunga, mandandolo a finire quasi sui miei piedi.
Sulle ali è dipinta la bandiera americana. A metà fusoliera è disegnato un pilota che saluta dal finestrino.
– L’aereo è mio, – rivendica, raccogliendolo, ma portandosi subito a distanza di sicurezza. – Che cos’hai? – chiede.
Il padre arriva e si mette in piedi dietro al figlio, la mani sulle sue spalle.
– Non disturbare, Justin. – A me. – Lo scusi tanto.
– Papà, perché questo signore è triste?
– Perché è malato. – Lo prende per mano. – Su, andiamo a casa. Mamma ci aspetta.
Padre e figlio si allontanano. L’uomo gli lascia la mano per sistemarsi il cappello in testa. Justin ne approfitta per svicolare e corrermi incontro.
Questa volta non ha paura di avvicinarsi. Mi porge il suo aereo.
– Te lo regalo. Così ci puoi giocare un po’.
Deglutisco. Non so dove guardare. Non so cosa fare, in effetti.
Mi appoggia l’aereo sulle gambe e corre via saltellando. Raggiunto il padre, questi lo bacia sulla fronte e gli scompiglia i capelli.
Adesso sono io, che ho paura di mettermi a piangere.
Jane ritorna pochi minuti dopo… con Tracy.
*
– Come ti è sembrata la nuova ragazza?
Tracy non perde mai la sua verve, anche se ha capito benissimo che Jane mi ha scaricato perché le ho detto qualche cattiveria.
– Come l’altra, – rispondo, glaciale.
Non si arrende. – A me sembra una bravissima persona. – E non rinuncia a tirarmi una stoccata. – È difficile avere a che fare con persone malate. È indice di grande generosità.
Oltrepassiamo la nostra via.
– Casa nostra è di là!
È impegnata a manovrare, quindi si limita a guardarmi dallo specchietto.
– Tesoro, ho ancora del lavoro da fare. Se fossi rimasto con Jane… Invece ti tocca venire con me. E poi la tue ore d’aria non sono ancora finite.
Attraversiamo il Brooklyn bridge ed entriamo a Brooklyn Heights. Raggiungiamo un centro estetico in un palazzo di una ventina di piani. All’ingresso è posizionata una sbarra. Mamma mostra il suo badge al custode.
– Buonasera, signora Parker.
Non capisco perché si ostinino a chiamarla con il cognome da sposata. E perché lei si lasci chiamare così! Capisco gli altri, che ricordano solo le stellette della divisa di mio padre, ma mamma sa che razza di uomo era.
– Come va, Buzz? La famiglia?
– Sono diventato nonno, sa? Per la terza volta.
– Wow! Complimenti!
Fruga nella borsa sul sedile del passeggero. Estrae una scatola di cartoncino e la allunga all’uomo.
– Lo regali a… maschio o femmina?
– Un maschietto, signora.
– Allora questo fa proprio al caso suo. È una crema per le classiche irritazioni della pelle, con una spugnetta apposita e del borotalco.
Buzz la riceve come fosse una reliquia. – È molto gentile, signora. Molto.
– Beh, adesso devo proprio andare. – Fa un cenno verso di me. – Ho già avuto un imprevisto, oggi.
La sbarra si alza ed entriamo nell’ampio parcheggio interno.
– Salgo al centro estetico.
Lascia le chiavi nel quadro e scende.
L’orologio del cruscotto si avvicina inesorabile al termine della mia uscita e mamma non torna ancora. Comincio a spazientirmi.
Poi la vedo uscire da una porta di metallo, che tiene aperta con il piede, perché ha le braccia ingombre di scatole. Alcune fumano.
Le appoggia sul tetto della macchina, dal profumo presumo che sia cibo orientale. Le sistema sul sedile, stando attenta a sistemarle per bene, perché non si rovescino.
– Ho preso delle cose dal ristorante tailandese. Sembrano appetitose.
Si volta indietro. Mi prende la mano e la accarezza. – Ci facciamo una bella cenetta. Noi due.
Siamo rimasti solo noi due!
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Jane sembra avere alle spalle una storia, chissà se ci darai la possibilità di conoscerla… Lo scritto riesce a ben comunicare la frustrazione di Gene
Grazie per i vari commenti che hai lasciato. Nei fatti, c’è la storia vista dalla parte di Jane già scritta, ma per mancanza di tempo ho dovuto sospendere la pubblicazione. Spero di riuscire prima o poi a riprendere a pubblicare.
Lo spero anch’io 😀
“Ormai so leggere negli occhi della gente,”
è una qualità che ha una doppia faccia, bella e brutta