Mi chiamo Eva Ruth

“Mi chiamo Eva, Eva Ruth. Ho venticinque anni e da diversi mesi vivo segregata in un enorme palazzo di cemento armato. Non so quanto tempo sia passato da quando i miei aguzzini mi hanno prelevato dalla mia cameretta in un pomeriggio d’inverno, fuori pioveva e faceva più freddo del solito. Ero intenta a leggere l’Amleto, quando sfondarono la porta della mia camera e strattonandomi mi fecero entrare in una macchina dai vetri oscurati. I miei genitori non erano presenti,  avrei voluto urlar loro di aiutarmi e di impedire che queste persone mi portassero via dalla mia casa. Ho urlato e tirato calci mentre mi trascinavano come un animale fuori da casa mia, ma non bastò. Sono troppo minuta per far paura a qualcuno, per intimidirlo e costringerlo a fare ciò che gli dico. Quindi mi ritrovai a fare il viaggio fino a questo squallido posto con un uomo enorme che mi teneva per i polsi. Seduto accanto a me, mi prendeva in giro dicendomi che sarebbe andato tutto bene e che non avevo nulla di cui preoccuparmi. Ricordo di essermi voltata e di aver tentato di liberarmi ancora una volta, provai a mordere quelle dita che mi tenevano ferma. Lui urlò e mi diede della troia, poi mi legò i polsi con delle manette e mi iniettò qualcosa nel braccio. Da quel momento in poi è tutto molto confuso. Quello che so per certo, è che sono mesi che mi sveglio in una stanza minuscola da dove non riesco a vedere il sole e nemmeno al luna. Durante il giorno fa caldo, la stanza sembra trasformarsi in una sauna, di notte fa freddo come se fossi nel bel mezzo di una tormenta. La mia vita qui è un inferno, voglio tornare a casa mia, ma non me lo permettono e continuano a drogarmi con farmaci che non voglio prendere. Mi ostino a tenere la bocca chiusa, ma loro me li infilano in gola per tenermi sedata. Non so cosa succeda mentre sono incosciente, non so cosa mi facciano questi mostri che mi hanno rapita da casa mia. Quando mi sveglio sono sudata, confusa e stanca. Mi sento sempre stanca. Qui non c’è il riscaldamento e mi danno da mangiare una sorta di zuppa che sa di acqua stantia, ma ci sono dei giorni in cui ho talmente tanta fame che tappo il naso e la mando giù. Obbligo il mio corpo a trattenere il vomito, a non consumare ulteriori energie per far contorcere lo stomaco e rimettere. Le pillole che mando giù credo peggiorino la situazione, mi infiammano i tessuti e li distendono. Un pomeriggio, dopo che mi hanno obbligata a mandarle giù, mi sono svegliata con quella specie di camicia da notte che mi hanno fornito sporca di sangue e non so che altro. Fuoriusciva da me, avevo un taglio lungo e profondo sul palmo, ma non ho memoria di come o quando me lo sia procurato. Forse, quando sono arrivati i miei aguzzini, hanno tentato di violentarmi o chissà cosa. Forse ho tentato di difendermi, ma ero troppo stordita per riuscirci. Le miei giornate passano sempre così; mi sveglio e mi drogano, rifiuto il pranzo e mi drogano, rifiuto la cena e mi drogano, chiedo di uscire e mi legano. Si, ogni tanto mi è concesso prendere una boccata d’aria. Ci sono sempre i miei aguzzini accanto a me, pronti a farmi del male se solo oso pensare di scappare da questo inferno. Porterei con me anche tutti gli altri, altre persone alle quali hanno rubato la vita costringendoci a vivere in questo palazzo di cemento armato fuori dal mondo. Mi sono chiesta spesso per quale ragione non ci sia nulla attorno a noi, ma poi ho capito. Se fossimo troppo in vista, se attorno a noi ci fossero altre persone, non potrebbero farci tutto ciò che vogliono. Se intorno a questa struttura ci fosse qualcuno che possa salvarci, loro cadrebbero a picco in un burrone. E non possono permetterselo. Quindi, qui non c’è nulla. Silenzio e alberi. Di tanto in tanto sento qualcuno urlare, qualcuno che come me vorrebbe tornare a  casa dai propri genitori e dir loro che va tutto bene. Che non siamo ancora morti, ma solo torturati. Penso spesso ai miei genitori e mi chiedo se mi stiano cercando, se si siano rassegnati alla mia scomparsa o se non si arrendono a questi mostri che mi hanno rapito. Penso a mia madre, al modo dolce in cui mi guardava, in cui sussurrava il mio nome. E a mio padre, che mi carezzava la testa con affetto. Mi mancano, mi mancano tanto. Ma c’è una donna qui, forse l’unica persona che mi tratta con gentilezza e che ricordi che siamo tutti esseri umani. Credo si chiami Signorina Graves, ma non ne sono poi così sicura. Dopotutto non è importante. Ciò che conta, sono i suoi toni pacati e la delicatezza che usa per la mia persona e che sia l’unica a chiamarmi ancora per nome. La signorina Graves mi piace e non comprendo cosa ci faccia in un posto tanto misero. Sento dei passi, saranno i miei aguzzini pronti per torturarmi ancora. Pronti per ferirmi e drogarmi per un altro giorno. Chissà se domani potrò ancora scrivere della mia prigionia.”

Il Dottor Teach aveva quasi terminato il suo giro di visite, gli mancavano solo gli ultimi due casi, quelli più articolati. Mancavano solo il Signor Sallivan e la Signorina Ruth. Sia avvicinò con calma alla stanza della ragazza, seguito come sempre dall’infermiera. Eliza Graves aveva preso a cuore Eva Ruth e sembrava che la paziente fosse sempre più quieta quando era presenta anche la donna. Aprì la porta della stanza senza compiere movimenti bruschi o frettolosi. La trovarono seduta sul proprio letto a gambe indiane, il suo fidato diario sulle ginocchia. Non appena li vide sgranò gli occhi e si affrettò a nascondere l’oggetto sotto il cuscino. L’uomo si fermò, lasciando che fosse Eliza ad avvicinarsi, per non turbarla.

-Buongiorno, Eva. Come stai stamattina? –

La ragazza non rispose, terrorizzata dalla troppa vicinanza del Dottor Teach. Guardò fisso negli occhi l’infermiera e la donna poté leggervi tutta la paura che l’attanagliava. E come ogni giorno, si chiese come fosse possibile che quell’adorabile e minuta ragazza fosse un’assassina. Le lasciò la colazione e le sorrise gentile, poi si allontanò con calma sperando che almeno mangiasse. 

-A più tardi Eva-

Quando si richiusero la porta alle spalle, Eliza sospirò. Il Dottor Teach le strinse una spalla in segno di sostegno, comprendendo il suo malessere.

-Non possiamo aiutarla, Signorina Graves. La schizofrenia non ha cura e Eva Ruth ha mostrato sintomi positivi e cognitivi. Ricordi che ha assassinato i propri genitori-

-Ma non ne ha memoria- sussurrò tra se l’infermiera.

-Andiamo- 

Il Dottor Teach la superò preparandosi ad entrare nella camera del Signor Sallivan, Eliza Graves rimase ancora un attimo fuori la porta della paziente. La sua storia l’aveva colpita più di tutti gli altri: una ragazza tanto delicata aveva assassinato i suoi genitori colpendoli a morte con un paio di forbici ed era stata portata lì per la sua incolumità.  Durante i colloqui con lei, il Dottor Teach aveva compreso che la ragazza non avesse memoria di ciò che aveva compiuto e che nascondeva il suo delitto dietro allucinazioni e deliri. Si era parlato di comorbidità, di false convinzioni circa la sua realtà in cui era stata rapita da persone cattive. 

Volse un ultimo sguardo alla porta, poi seguì il dottore verso l’ultimo paziente.

Avrebbe rivisto Eva Ruth quel pomeriggio.

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Discussioni

  1. Inaspettato il finale. Da vittima a carnefice. Sentirsi dentro la storia di Eva e poi essere catapultati dentro una realtà esterna che è poi quella vera. Bel racconto

  2. Il racconto porta il lettore dentro quel palazzo, dentro quella stanza. Il finale spiazza e improvvisamente fa abbandonare quel senso di vicinanza e protezione che si prova per la protagonista durante tutta la lettura.
    Il cambio di prospettiva è potente.
    Brava, alla prossima lettura.

    1. Grazie per le belle parole, mi fanno comprendere che sono riuscita a trasmettere ciò che avevo in mente. Temevo fosse palese alla seconda riga dove volessi arrivare e sono felicissima di vedere che è andata bene.
      Grazie davvero!
      Spero alla prossima,
      S.

  3. Molto apprezzato. Soprattutto il cambio di prospettiva è lo slittamento della narrazione della prima persona alla terza. Avvincente il colpo di scena che rivela un pregresso inaspettato. Unica cosa, che può succedere a chiunque: c’è un po’ si confusione nei tempo verbali nella narrazione fatta da Eva. Si oscilla da un passato prossimo a uno remoto, a volte anche nello stesso periodo. Non è un grosso problema, te lo segnalo giusto per… Alla prossima. 🙂

    1. Oh cielo mi dispiace, di solito cerco di essere particolarmente attenta a questo genere di cose! Chiedo scusa.
      Grazie per le belle parole e sono sempre più felice per il riuscito colpo di scena!
      A presto,
      S.

  4. Stile asciutto e rapido per una storia dal finale inaspettato. La trama ricorda alcune storie cinematografiche e di narrativa ma viene personalizzata e quindi resa unica dalla penna descrittiva e delicata dell autrice che riesce a coinvolgere il lettore ed incuriosirlo fino alla fine.

    1. Grazie mille, è la prima volta che mi cimento in questo tipo di narrazione e sono lieta di sapere che è stata apprezzata. Ma più di tutto lo sono se il finale è stato inaspettato.
      Grazie ancora e a presto
      S.