Scrittura creativa

Serie: Cinquanta Racconti


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La stanza è piccola, stretta. Le luci al neon ronzano, fastidiose, come vecchie lampadine che nessuno si preoccupa di cambiare. Gli studenti sono seduti davanti a me: dieci, forse undici. Ognuno ha un quaderno aperto, le penne pronte, e mi fissano con quegli occhi pieni di aspettative che mi ricordano quanto fossi anch’io così, un tempo. Alcuni sorridono, forse per nervosismo, forse perché pensano che sia tutto un gioco, che scrivere sia qualcosa che si può insegnare come una ricetta per fare una torta.

Prendo una sigaretta. Una ragazza, capelli raccolti in una treccia, mi guarda male. Ha una di quelle facce che ti fa venire voglia di scusarti, ma io non mi scuso. Accendo la sigaretta e mi appoggio alla cattedra.

Sono sicuro che qualcuno vorrebbe che iniziassi a parlare di tecniche narrative, di come costruire un personaggio o sviluppare un dialogo, ma non lo farò. Non oggi.

“Iniziamo” dico, esalando il fumo. “Se siete qui per imparare a scrivere seguendo delle regole, siete nel posto sbagliato.”

Guardo gli studenti, uno per uno. Qualcuno prende appunti, qualcuno morde la penna.

“Non esistono formule per scrivere. Non ci sono metodi infallibili. Se cercate istruzioni, vi conviene cercare su Google.”

Li vedo già un po’ confusi, ma continuano a fissarmi, come se avessero ancora speranza. Mi viene quasi da sorridere. Non sanno cosa significa scrivere. Non ancora.

“Volete sapere come si scrive?” domando, la voce più calma, mentre lascio che le parole scivolino tra loro come fumo. “Si scrive vivendo. E non intendo solo il lato bello della vita. Si scrive quando si è stanchi, quando si è arrabbiati, quando si ha il cuore spezzato. Si scrive quando si è soli, così soli che non si riesce nemmeno a dormire.”

Faccio una pausa. Qualcuno abbassa lo sguardo. Posso quasi sentire i loro pensieri, le domande che non hanno il coraggio di fare.

“Scrivere non è per chi cerca la felicità” continuo, spegnendo la sigaretta nel posacenere pieno. “Se pensate che si possano scrivere grandi storie quando la vita vi sorride, vi sbagliate. Le storie vere nascono dal dolore, dal fallimento, dal buio che ci portiamo dentro. Se non avete mai provato nulla di tutto questo, allora dovete trovarlo. Dovete cercare quel dolore, perché è lì che troverete le parole che valgono la pena di essere scritte.”

Un ragazzo alza la mano, esita per un momento, poi parla. “Ma… non si può scrivere anche di cose felici?” La sua voce è bassa, quasi timida.

Sorrido. Un sorriso che forse non arriva ai miei occhi. “Sì, certo. Puoi scrivere di cose felici. Ma dimmi: chi vuole davvero leggere di felicità?”

Lo guardo mentre abbassa la mano, cercando di capire cosa ho appena detto.

“La gente non legge per sentirsi meglio, capisci? Leggono per sapere che non sono soli nel loro dolore. Leggono per ritrovarsi nelle parole di qualcun altro, per scoprire che c’è qualcuno che soffre quanto loro, forse anche di più.”

La stanza è silenziosa adesso. Ogni respiro sembra pesante. Mi appoggio di nuovo alla cattedra; mi sento stanco, ma continuo. C’è sempre qualcosa che devi dire, anche quando non ne hai voglia.

Una ragazza con i capelli raccolti in modo disordinato mi fissa. Ha quegli occhi curiosi che mi fanno sempre sentire a disagio, come se volesse scavare dentro di me.

“E lei? Cosa l’ha spinta a scrivere?”

Mi fermo un attimo. Cosa mi ha spinto a scrivere? Potrei raccontare tutto: le notti passate da solo, le ore a fissare un foglio bianco, i giorni in cui la vita sembrava un peso insopportabile. Ma non lo faccio. Invece, guardo quella ragazza negli occhi e dico solo la verità. Una piccola verità.

“Ho iniziato a scrivere per non perdere me stesso” rispondo piano, come se lo stessi confessando per la prima volta. “Scrivere è stato l’unico modo che avevo per restare vivo. Tutto il resto… tutto il resto non aveva importanza.”

Il silenzio torna. Non il silenzio di prima, però. Questo è diverso. Posso quasi sentirli riflettere, cercare di capire se ciò che ho detto può avere un senso per loro. Ma so che non lo capiranno mai davvero finché non lo proveranno sulla loro pelle.

Mi alzo dalla cattedra e spengo il mozzicone. “Ascoltate,” dico, e la mia voce si ammorbidisce un po’. “Scrivere non è una scelta. È una necessità. Se sentite questo bisogno dentro di voi, allora scrivete. Scrivete anche quando fa male, anche quando non vi va. Ma se non lo sentite, se pensate che la scrittura sia solo un hobby, allora lasciate perdere. Troverete qualcosa di più facile, qualcosa che non vi consumi.”

Esco dalla stanza senza aggiungere altro. Chiudo la porta e sento il ronzio del neon, i loro sussurri che si dissolvono nell’aria.

Mi accendo un’altra sigaretta, faccio un lungo respiro e poi mi confondo tra le strade della città.

Scrivere non è per loro, penso. Non lo è per quasi nessuno.

Ma è per me.

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Di fronte a lui ci sono interlocutori attenti e vigili, ma sembra piuttosto che parli per se stesso. Quasi una lunga riflessione che ogni tanto anche noi ci rivolgiamo, soprattutto nei momenti di ‘inceppamento’. Mi ha dato molto su cui pensare.

  2. C’è molto di vero in ciò che hai scritto, ma non tutto. Si può scrivere per otto miliardi di motivi, uno per ogni persona della terra. La maggioranza saranno lacrime ma non escludo amore, riso, gioia…

  3. Mi sono molto ritrovato in quello che dici, anche troppo, seppur a volte io nasconda il mio dolore per non annoiare la gente, ci sono occasioni che nascondo le mie emozioni