Sfigato

Aveva predisposto tutto con grande cura.

Quando si prende una decisione estrema, a cui l’anima e il pensiero non sono abituati, è necessario limitare lo spazio del caos.

Come arrivare laddove si desidera essere – anche questo necessita di uno schema, di un piano di battaglia.  Non può essere l’esito di un puro e semplice rivolgimento della fortuna… Così ragionerebbe un bambino.

Esprimi un desiderio, esprimi un desiderio!

Tutti pronti per la Fatina che appare sbattendo le ali? Per il genio che sguscia fuori dal beccuccio d’ottone della lampada?

No no: meglio non fidarsi.

Organizzare il destino, pianificare i dettagli, non lasciare spazio all’imprevisto.

Il buon esito delle cose importanti dipende da questo.

Sandro non aveva mai avuto la sensazione di piacere alla gente.

Non che fosse brutto; ma non aveva le qualità che fanno di qualcuno un uomo bello. Non era stupido, né insensibile; anche se forse sarebbe stato meglio questo, piuttosto che scomparire nella fascia intermedia della mediocrità.

A trent’anni, Sandro aveva la sistematica certezza di essere ufficialmente uno sfigato.

Aveva avuto modo di riflettere molto a lungo sulla qualità quasi tattile, barbaricamente olfattiva, di questo aggettivo. Non aveva nulla a che vedere con l’estetica, né con ciò che concretamente si sceglieva di fare. 

La stessa azione, la stessa semplicissima battuta poteva trasformarti in un leader o in uno sfigato, appunto; ma da che cosa dipendesse esattamente, non era mai stato capace di capirlo.

Aveva avuto moltissimo tempo per meditarci sopra, perché Sandro era uno sfigato da che aveva memoria. Da sempre era stato non quello con cui si ride, ma quello di cui si ride.

Sapeva ormai per certo che la metà delle cose che aveva detto o fatto in pubblico avrebbero potuto altrettanto bene fargli ottenere una promozione sul campo della vita.

Ma questo non era mai accaduto.

Il giorno del suo trentesimo compleanno, prese una decisione.

Avrebbe ucciso Alberto.

Alberto era esattamente sull’altro piatto della bilancia: uno di quei favoriti che possono fare e dire qualunque cosa, senza mai perdere il loro status di leader.

La gente rideva alle sue battute, non importa quanto idiote e fuori luogo. Imitava i suoi modi, la sua maniera di vestire, persino i suoi atteggiamenti più inutilmente provocatori.

Emanava un’aura di assoluta invincibilità alla quale era semplicemente impossibile sottrarsi. Davanti a lui, si piegava il ginocchio, non importa quanto nel profondo lo si detestasse.

Per tutta la vita Sandro aveva avuto questo spettacolo sotto gli occhi.

Ma fu soltanto la sera del suo compleanno che si rese conto di averne abbastanza.

Nei giorni precedenti il delitto, si trovò a ripercorrere con gran cura i suoi ricordi, senza scoprirvi nulla che potesse far pensare che non sopportasse Alberto.

Di tutto il suo odio non c’era traccia. Possibile che fosse stato un dissimulatore così abile?

Gli aneddoti raccontavano una limpida storia di amicizia. Non esistevano dubbi che la morte di Alberto avrebbe spinto molti a preoccuparsi per la sorte di Sandro. Si sa, quando finiscono amicizie così importanti…

Quella sera, passò a prendere Alberto per bere qualcosa in un localino in centro. Un posto carino, aperto da poco.

“Molto in linea con te” aveva commentato Alberto, sorridendo. D’istinto, Sandro si era guardato attorno per capire a cosa alludesse.

Come sempre non ci era riuscito; ma tanto tra non molto la cosa non avrebbe avuto più alcuna importanza.

A metà serata, un paio di ragazze attaccarono bottone con Alberto. Anche se di solito la cosa lo mandava ai matti, stavolta Sandro ci aveva contato. Alberto, come ogni maschio alfa che si rispetti, avrebbe perso il senso del tempo.

Era il momento di mettere in atto il suo piano.

Scivolò fuori del locale. Alberto, distratto dalle ragazze, non prestò assolutamente attenzione alla sua scusa vagamente sussurrata.

Tornò velocemente a casa dell’amico, dove montò la trappola in tempi record. Tese il filo di nylon lungo la scala, al gradino esatto perché il capitombolo nel vuoto risultasse più efficace.

Contava che la caduta gli avrebbe fracassato l’osso del collo. Se così non fosse stato, sapeva di poter completare l’opera con disinvoltura. Avrebbe aspettato tra gli alberi davanti alla casa, con un mattone in mano.

Nessuno avrebbe potuto distinguere una ferita in più alla testa. E se anche ci fossero riusciti, a chi dare la colpa?

Quando si voltò indietro per controllare, il filo era completamente invisibile.

Come previsto, al locale Alberto non aveva registrato la durata del suo allontanamento. Si era portato in pista le due ragazze, cucinandole a puntino.

A Sandro, il solo guardarli faceva venire male all’anima.

Maiale. Bastardo. Oh, ma stasera hai finito, di rompermi i coglioni.

Sei un uomo morto. Sì sì.

Un sorriso di intensa soddisfazione gli attraversava il volto un paio d’ore dopo, quando la chiusura del locale li aveva costretti a tornare alla macchina.

Fece schizzare la ghiaia da sotto le ruote, nel fare inversione davanti a casa di Alberto. Lui, sommerso dai fumi dell’alcool, ridacchiò divertito.

“Sgomma, tigrotto!”

Preferì non dargli corda, non potendo aspettare oltre per assaporare la sua rivincita.

Non aveva messo neanche il broncio, non gli aveva rinfacciato il grandissimo culo che gli faceva rimorchiare due ragazze alla volta… Niente. Voleva solo che scendesse dall’auto e cominciasse ad arrampicarsi su per la scala esterna.

Voleva l’urlo, e il rumore delle ossa che si spezzavano… Quasi ci sperava, di essere costretto ad intervenire di persona col mattone.

Ubriaco com’era, Alberto sarebbe venuto giù come un pupazzo.

Dio, che goduria!

“Allora, buonanotte, tigrotto!”

Sì sì, buonanotte.

Deficiente.

Alberto sbatté la portiera, avviandosi lungo il vialetto. Ondeggiò per un momento. Cazzo, era proprio filtrato! Sandro si fregò le mani: ci sarebbe rimasto secco, poco ma sicuro.

Fu allora che accadde l’imprevedibile.

Alberto era quasi ai piedi della scalinata. Alzò un piede per cominciare a salire, ma la gamba gli ricadde. Sollevò una mano davanti al viso, come se non l’avesse mai vista prima.

Cacciò un grido, uno solo – prima di afflosciarsi su se stesso, ai piedi della scalinata.

Sandro sussultò violentemente. Spalancò la portiera dell’auto e in due balzi gli fu accanto.

Alberto osservava il cielo buio oltre lui, con gli occhi sbarrati su quel fitto tappeto stellato – una vera provocazione al nulla che era diventato.

Era morto stecchito.

Al funerale, i vecchi compagni di scuola avevano un’aria ebete. Non sapevano cosa dire, né cosa pensare. C’era materia di riflessione. Morire a quel modo, così maledettamente giovane…

Tutti meditavano, toccando ferro. Che cazzo, però. La vita, eh.

Sandro ricevette pacche sulle spalle, baci umidi sulle guance, e offerte di spalle su cui piangere a non finire. Pensò che magari, a una di quelle donne desolate, sarebbe anche riuscito a scucirla, giocandosi bene le sue carte…

Così, alla fine, anche questo l’avrebbe dovuto ad Alberto.

Gli pareva di sentirlo, che si sganasciava da dentro la bara di legno levigato.

Una bellissima bara, ovvio. Uno splendido funerale. La gente si dimentica in fretta dei funerali, ma c’era da scommetterci: di questo, ne avrebbero parlato per i prossimi quindici anni, almeno…

Rimasero tutti di sasso per la commozione, quando Sandro scoppiò a piangere nel bel mezzo del funerale.

Dall’altro lato della scrivania, il carabiniere gli sorrise, indulgente.

“Guardi, a volte succede: si vorrebbe avere la colpa, piuttosto che accettare che non ci sono colpevoli…”

Anche il carabiniere psicologo, doveva toccargli!

“No, senta: io avevo predisposto tutto. Era una trappola, e le assicuro che avrebbe funzionato… Ma lui è morto da solo!”

Picchiò la mano aperta sulla scrivania, facendo rimbalzare un po’ tutto, sul ripiano.

“Quel figlio di puttana mi ha fregato!”

Spiegò la situazione per filo e per segno. Il carabiniere era talmente attonito che aveva dimenticato di battere a macchina.

“Ma l’ha poi sganciato, quel filo di nylon?”

“Naturalmente!”

Lo prendeva per un serial killer?

“Allora lei non ha fatto niente!”

“Come, non ho fatto niente! Ma se stavo per ammazzare un uomo!”

Il poliziotto si grattò la testa sotto il berretto d’ordinanza. Allargò le braccia.

“Cosa vuole che le dica?”

Nei giorni che seguirono, passò da un conoscente all’altro, ripetendo la storia centinaia di volte. Picchiò centinaia di manate su centinaia di ripiani di tavoli differenti; ma senza esito alcuno.

La gente semplicemente non capiva. Alla fine Sandro smise di raccontare.

Un assassino, si ripeteva; per un paio d’ore sono stato quasi un assassino…

Assaporava quelle parole.

Gli offrivano un inspiegabile, quasi osceno conforto.

“Guarda quel tipo! Ma quanto ha bevuto?”

“Chi? Quello che ciondola sul bancone? Mio padre mi ha raccontato che avevano un amico in comune, da ragazzi… Un tipo che è morto d’infarto, un botto di anni fa…”

“E allora?”

“Dopo il funerale, il tipo si è messo a raccontare in giro che aveva tutto un suo piano diabolico per ammazzarlo… Solo che il tipo gli è seccato sotto gli occhi senza che lui muovesse un dito!”

“Che roba!”

“Pensa che andava anche dai carabinieri, pretendendo di essere arrestato!”

“Ma allora è pericoloso…”

“Ma va là! Mio padre dice che è sempre stato uno sfigato…”

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Discussioni

  1. Lo stile narrativo veloce calza perfettamente alla trama e lo hai saputo usare bene.
    Grottesca e, in alcuni punti, anche comica, la vicenda si snoda bene fino alla fine, coinvolgendo il lettore fino all’ultima riga.
    Mi è piaciuto molto.

    1. grazie 😎per molti un tema che non si può già più trattare il male ricevuto non ti rende santo ma spesso moooolto merda… 🤭 Parlo di me,eh,magari gli altri sono più bravi 😂

  2. ben architettato, questo sberleffo del destino. Devo dire che la morte di Alberto non mi ha rattristato per nulla. Gli “sfigati”, come tu li chiami, sono probabilmente la maggioranza del genere umano. I “maschi alpha”, al contrario, consistono in un esiguo drappello (altrimenti perché mai sarebbero alpha?). Dunque una circostritta e selettiva strage- vuoi per omicidio vuoi per disgrazia- ai danni di coloro davanti ai quali si deve instintivamente “piegare il ginocchio” mi vedrebbe del tutto consenziente. Non ho mai sopportato le élites. Molto brava.

  3. Io semplicemente ti adoro. Adoro il ritmo di pensieri e dialoghi e accendo delle candele sull’altare dell’angoscia che hai imbastito per il povero Sandro. Ormai sono sempre più un tuo fan! Mi mancano solo un paio pom-pom con cui fare il tifo ad ogni tua notifica! ♥

  4. Stile impeccabile per un racconto davvero efficace. Il personaggio è assai credibile anche nei suo surrealismo. Merito di dialoghi e flusso di pensiero assai ben descritti ed interlacciati. Complimenti, ancora una volta.

  5. Brava Sara, ancora una volta. A parte che è scritto molto bene con dialoghi che si susseguono veloci e si alternano ai pensieri del protagonista sostituendo spesso la semplice narrazione in terza persona che, invece, avrebbe invece appesantito il testo. L’idea è molto originale e pensare che quella cosa la volevi fare tu e te l’hanno soffiata da sotto il naso, fa proprio arrabbiare. Povero Sandro che aveva cercato un riscatto alla sua condizione di sfigato, ma non ci è riuscito.

    1. sì. è sotto gli occhi di tutti (tristemente e per fatti di cronaca) cosa succede quando un omicidio viene effettivamente compiuto con successo. immaginare la condizione di chi resta incastrato nell’ennesimo rifiuto, seppure da parte del destino, era più intrigante 🙂

  6. “A trent’anni, Sandro aveva la sistematica certezza di essere ufficialmente uno sfigato.”
    Questo passaggio mi è piaciuto. La riflessione sulla propria condizione di “sfigato” è quasi toccante, mette in luce la difficoltà di comprendere cosa determini il successo o il fallimento sociale. Almeno penso io. Per tutto il resto complimenti. Scrittura bellissima.