
Sotto il cielo grigio di Milano
Roberto attraversò il tunnel che l’avrebbe portato alla banchina di corsa: la notte prima non era riuscito a prendere sonno per colpa del temporale. Una tempesta elettrica, non una sola goccia d’acqua era caduta al suolo. E, il cielo sapeva, di quanto ce ne fosse bisogno. Era entrato alla stazione di Lanza superando al volo i tornelli: utilizzava la linea verde della metro per andare al lavoro ormai da dieci anni.
Diede un’occhiata di sfuggita all’uomo che si aggirava sul marciapiede, un anziano senzatetto con una brutta eruzione cutanea. Era la prima volta che lo vedeva lì. Gli era capitato, in un paio di occasioni, di incontrarlo in uno degli scompartimenti della metro: era un uomo silenzioso e non aveva mai avuto occasione di fare qualche chiacchiera con lui. Fra le mani reggeva un paio di quotidiani, senza dubbio un regalo di qualche passeggero che li aveva già letti. Accadeva di frequente, era un gesto di gentilezza che non costava nulla. Molti si spingevano oltre donando ai senzatetto qualche lattina di cibo a lunga conservazione. I clochard aumentavano di giorno in giorno e almeno sei di loro avevano stabilito residenza fissa alla stazione di Lanza.
Infilò la porta del vagone veloce come un ratto, evitando per un soffio di rimanere intrappolato nel mezzo. Una volta all’interno iniziò il suo percorso verso il fondo, sicuro di incontrare volti familiari. Ormai conosceva molti di quelli che utilizzavano la metro alla stessa ora, fra loro era nata una specie di amicizia. Trascorrevano i pochi minuti a disposizione serenamente, scambiando qualche pettegolezzo. Quello sotterraneo era un mondo a parte, un piccolo limbo dove si sentiva al sicuro come un bambino nella pancia della madre.
I ragazzini di S. Agostino avevano deciso di non bigiare la scuola. Erano seduti accanto e come di consueto si scambiavano qualche effusione. Roberto provava nostalgia dell’adolescenza. A quel tempo tutto gli era parso possibile. Marina, una giovane le cui curve morbide non stonavano, aveva preso posto di fronte al piccolo schermo posizionato sulla parete. In quel momento trasmetteva un cortometraggio di divulgazione scientifica. Roberto sapeva che la donna lavorava come commessa in un supermercato. Gli sarebbe piaciuto conoscerla meglio: chissà, nel periodo forzato di ferie avrebbe potuto scendere con lei alla Stazione Centrale ed offrirle un caffè. Quel giorno Marina non era dell’umore giusto per chiacchierare. Teneva lo sguardo fisso al monitor e le sue labbra morbide parevano serrate in una morsa. Riuscì a intravedere qualche lacrima aggrapparsi agli occhi neri sfidando la forza gravitazionale: si ostinavano a non traboccare.
Diede uno sguardo allo schermo rabbuiandosi. Trasmetteva un documentario di una decina d’anni prima che trattava il tema del cambiamento climatico. Lo conosceva a memoria per averlo visto un migliaio di volte. Alla tv lo proponevano a cadenza settimanale. Lo speciale in onda illustrava con dovizia di particolari i danni operati dalla deforestazione indiscriminata avvenuta nel ventesimo secolo. Lo speaker spiegava per l’ennesima volta che gli alberi erano in grado di accumulare diossido di carbonio al loro interno, nei tronchi, nelle foglie, nella materia organica, togliendolo dall’atmosfera. Erano veri e propri “polmoni verdi” e per migliaia di anni avevano consentito all’aria di purificarsi. Gli incendi dolosi operati per ottenere un rapido disboscamento li avevano trasformati in bombe al carbonio: nel bruciare le piante avevano liberato le emissioni nocive accumulate al loro interno rilasciandole nell’atmosfera.
Roberto mosse i suoi passi verso la fine del vagone. Il Signor Nicola era seduto al solito posto e al sentirlo avvicinarsi sollevò lo sguardo con un sorriso. Fra loro si era stabilito un rapporto speciale.
Roberto aprì la valigetta che portava a tracolla estraendo il libro che aveva portato con sé. « Ecco, Signor Nicola, spero le piaccia. L’ho visto nella vetrina della libreria sotto casa e non ho saputo resistere. »
Negli occhi del distinto signore in doppiopetto apparve un guizzo di felicità.
« È di seconda mano, un po’ vecchiotto… » sapeva di non aver bisogno di giustificarsi, tuttavia quelle parole gli sfuggirono dalle labbra.
« È perfetto, ti ringrazio » le belle mani macchiate dall’età accarezzarono con cura la copertina sgualcita. Mani da pianista « “Il mio paese inventato”: non conoscevo questo romanzo della Allende. »
Roberto sorrise.
« Sono certo che nei miei sogni mi trasporterà in un mondo dove il sole splende. »
Il Signor Nicola lo ripose con cura nel borsone ai suoi piedi. Conteneva tutti i suoi averi.
Come molti pensionati aveva deciso di vivere nella metro e aveva eletto l’ultimo vagone di ritorno come suo domicilio. Scendeva solo per servirsi della toilette, fare una doccia, e prelevare un pasto dal distributore automatico. A volte chiedeva a uno di loro di acquistare qualcosa al supermercato, pagando in anticipo quanto dovuto. Riscuoteva la magra pensione al bancomat e da almeno sei anni non si allontanava dalla linea metro M2. Non aveva mai obliterato il biglietto in uscita: non era mai uscito.
Roberto gli sedette accanto, lasciandosi cullare dal movimento lento della carrozza. Una bassa vibrazione che riuscì a rilassarlo: si lasciò trasportare da quel suono per lui simile a quello delle onde del mare. Sognò un cielo dove il sole splendeva. Non si accorse di essersi appisolato fino a quando il Signor Nicola gli posò una mano sul braccio.
« Roberto… la prossima è la stazione di Lambrate. »
Roberto scattò in piedi con la stessa velocità di un soldato scoperto a dormire durante il turno di guardia. Marina era scesa alla Stazione Centrale, i ragazzini a Loreto. Doveva sbrigarsi a raggiungere l’ufficio, il suo superiore lo aveva redarguito diverse volte per aver timbrato il cartellino in ritardo.
« Grazie Signor Nicola. » sfrecciò verso le porte aperte, salutandolo allegramente con la mano. « La prossima volta cercherò un libro di King! »
L’anziano ricambiò il saluto, divertito, sollevando anche la sua mano. « Vai piano. Prendi un’altra bella boccata d’aria prima di uscire. »
Roberto era già lontano. Corse verso il tornello dove si accodò ai passeggeri in uscita: troppa gente, di quel passo non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo. Avrebbe potuto prendere la metro a un altro orario, ma così non avrebbe incontrato il Signor Nicola. Era uno dei pochi momenti piacevoli della giornata: ancora più del caffè. Lentamente le persone davanti a lui iniziarono a diminuire e Roberto ad avanzare. Giunto alla camera di contenimento indossò la maschera antigas.
Ottenuto il permesso di uscire salì le scale che lo avrebbero portato all’aperto. Sopra di lui il cielo di Milano piangeva cenere.
Avete messo Mi Piace12 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Molto ben scritto e con un finale davvero azzeccato.
C’è tanta umanità in quel microcosmo, abbastanza da non far spegnere la speranza che anche fuori, un giorno, le cose possano cambiare.
Ciao Gabriele, sono felice che questo racconto ti sia piaciuto. Pur amando la distopia, porto sempre questa speranza nel cuore: che alla fine, quel briciolo di umanità che ognuno di noi possiede non vada mai persa. Sarà una casualità, ma stavo giusto per commentare uno dei tuoi racconti: ieri sera @sergiosimioni ha condiviso il link nella chat interna della redazione; quando sono passata a leggerlo ho compreso il motivo per cui ci ha voluto segnalare il tuo scritto. É bello da fare male.
Veramente molto bello. Mi sono ritrovato sulla metro con gli occhi di Roberto. Il finale, che fa molto riflettere su dove l’umanità si sta incamminando, è stupendo. Una normalità “anomala” disarmante.
Ciao Carlo, ti ringrazio davvero 😀
Spero che qualunque deriva prenda questo mondo, l’umanità dentro di noi non scompaia. Sono contenta di essere riuscita a far funzionare quello che doveva essere “l’effetto sorpresa”, il passaggio dalla normalità che molti respirano tutti i giorni viaggiando in metro al cielo dove piove cenere. Un destino, purtroppo, non così fantascientifico
Bello questo racconto ambientato in un sottosuolo che trasuda umanita´. Ho sempre provato un misto di curiosita´, tristezza e tenerezza, verso i clochard. Forse condizionata anche dal cinema e dalla letteratura, che li fa apparire spesso come figure poetiche. La tua descrizione mi ha coinvolto anche per il genere di narrativa molto attuale, che facilita l’ empatia verso i personaggi. E per quanto siano soltanto accennati, (o forse peoprio per questo), stimolano l’ immaginazione su quale possa essere il loro vissuto in un mondo che hanno abbandonato o, per altri piu’ o meno giovani, quale sia la realta´ che li aspetta fuori dal “tunnel”.
Leggendo i tuoi commenti, mi rendo conto che entrambe nutriamo la speranza che il genere umano si fermi ad ascoltare i propri simili, inizi ad agire con un atteggiamento di cura verso il suo prossimo e non di solo egoismo. Dicono che le situazioni estreme, quasi apocalittiche, mettano di fronte ad un bivio: la coscienza o l’abbruttimento totale. Sono temi che mi sono cari e di solito i mie racconti ne sono portavoce. Personalmente, nutro la speranza che la pietas vinca.
Mi è sembrato di essere salita sulla metro… Di vedere i gesti, le persone e sentire i loro legami…uno spaccato che per colpa della fretta o dell’indifferenza rischiava di passare inosservato…. Racconta molto bello!
Ciao Martina, grazie per aver letto e apprezzato questo racconto. Era stato scritto per un laboratorio e devo dire che ci sono affezionata. In Edizioni Open ci sono migliaia di racconti, impossibile leggerli tutti 😀
A giudicare dal finale si potrebbe dire che sia una distopia.
Brava, uno spaccato urbano e della quotidianità di tante persone.
Ciao Kenji, purtroppo il racconto descrive una realtà che nel futuro potrebbe prendere consistenza. Non vivo in una grande città, ma quando mi capita di viaggiare mi affascina pensare alle persone che prendono quotidianamente la metro.
Brava, niente male. Come vedi sto curiosando tra i tuoi scritti e mi son lasciato catturare da questa isoletta di parole.
Ciao Bellard, questa storia è stata scritta per un laboratorio proposto da Open. Non so se hai avuto modo di darci un’occhiata, ogni mese viene proposto un piccolo filmato da cui trarre ispirazione per un racconto. Nello specifico, questo proponeva le immagini di uomo addormentato nella metro. Mi diverte partecipare a queste sfide senza vincitori né vinti. Mi piace metterci dentro follia, scombinare i giochi. Questo che hai letto è uno dei più “seri” che ho scritto. Negli altri sono andata contro la ragione, infilato licantropi laddove un uomo moriva sui ghiacci e zombie in quello che immortalava un uomo spaccare i finestrini di un auto con la mazza. Effettivamente, all’appello mancano i vampiri… Non riesco proprio ad attenermi al “normale”, il mio mondo è un altro 😉
Ciao Micol,
In questo racconto sembra che ci sia molto del tuo vissuto. Traspare la tua grande passione per la lettura, oltre che per la scrittura. L’ambientazione ha una scrittura cinematografica e accompagna il lettore dolcemente, lasciandosi “…trasportare da quel suono per lui simile a quello delle onde del mare.”
Ciao Antonio, quello che dici è vero. Il cuore di Alone è in parte il mio, anche se spero di avere dalla mia più coraggio. Utilizzo la metro solo quando visito città importanti e mi sono sempre chiesta se le persone che utilizzano questo mezzo giornalmente intreccino delle amicizie. Stesse persone, stesso binario… La voglia di stabilire un rapporto umano “fisico”, fatto di chiacchiere e strette di mano, lasciando da parte per un attimo il cellulare e i social.
Devo dire che le ambientazioni che crei lasciano un impatto fortissimo anche perché non solo le plasmi con grazia ma riesci anche a sfruttarle, cosa non da poco. La parte finale ne è l’esempio perfetto e credimi mi ha lasciato una sensazione dolce-amara. Quindi Grande Micol!
Ciao Daniele, felice di incontrarti sotto il cielo di Milano. Non ne ho idea, magari è davvero la tua città 🙂 Ti ringrazio per tutto, sono felice di riuscire a dare emozioni sempre diverse.
Complimenti, il legame con l’anziano è stato descritto alla perfezione e fa emozionare.
L’idea generale molto originale seppur, purtroppo, vicina alla realtà quotidiana.
Ciao Nico, quanto dici è vero. Spero non si arrivi mai ad uscire dallla metro indossando una maschera antigas, ma il futuro è incerto.
Una bella piccola favola sociale e ecologica.
Ciao Giovanni, grazie di avermi nuovamente letto. Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto, spero davvero che lo scenario descritto rimanga solo un incubo e non la realtà per qualcuno.
Ogniqualvolta scrivi un librick per il lab sei capace di farmi emozionare come raramente mi capita. Disgraziata a te! 🙂 La parte in cui racconti in breve la storia dell’anziano mi è entrata nel cuore: vicende di questo tipo, purtroppo, sono all’ordine del giorno. Sul significato centrale del racconto ci sarebbe da aprire un trattato. Sei stata stra abilissima nel mostrare il nativo digitale, nuovo pseudo salto evolutivo della storia umana, che ha la necessità di assaporare il gusto della “carta”. Quei libri sono come specchi: riflettono l’incapacità dell’uomo di fermarsi un attimo per assaporare il silenzio. Il piacere della solitudine vista come introspezione, lettura di quel se stesso che ormai fatichiamo sempre più a far emergere. Brava, brava, bravissima! 🙂
Ciao Giuseppe, sempre troppo buono con me. Sono contenta che il Lab ti sia piaciuto, tendo istintivamente alla speranza e anche questa storia si ritaglia un piccolo mondo a parte dove essere sereni. Certo, lo scenario non è “fantascientifico” quanto quello descritto ne Il Dio Solo, ma temo che l’apocalisse sarà frutto delle nostre mani. Un’altra costante della mia vita sono i libri, compagni di ogni gioia e dolore: piccole boccate di “aria fresca” in grado di ossigenare l’anima.
Ciao Micol,
molto ben scritto, quasi una Milano post-apocalittica, dove il calore umano lo si può trovare solo nelle profondità della terra. Quel calore di visi visti tutti i giorni e di storie che si intrecciano tra le fermate. Complimenti! 🙂
Ciao Isabella, ho sempre fantasticato sulla realtà del pendolare. Abito in una piccola cittadina, non c’è l’ombra della metro, ma penso che giorno dopo giorno le stesse persone abbiano occasione di incontrarsi e che, magari, in un mondo parallelo potrebbero abbandonare l’istintiva riservatezza per fare qualche chiacchiera. Sotto il cielo di quella “Milano” c’è proprio bisogno di un po’ di solidarietà.
Bello mi è piaciuto il contrasto ovattato tra il riparo del ventre della metro, in cui tutti sono uguali e forse anche un po’ sereni e il grigio cinereo del cielo “fuori” che riporta alla frenetica realtà.
Grazie Lorenza. Mi è piaciuto scrivere di questo piccolo mondo sotterraneo, un limbo al di fuori del tempo che permette alle persone una “normalità” che il mondo non concede più. Lì, nella metro, le lancette dell’orologio si sono fermate.
Ciao Micol. Racconto scritto molto bene, complimenti! Ho apprezzato, in modo particolare, il contrasto fra un “fuori” alienato (clima, uomini) e un “dentro” che ha ancora la capacità di conservare tratti umani. Un bel personaggio, dunque, questo tuo protagonista. Alla prossima 🙂
Ciao Cristina, Roberto piace anche a me. Un pizzico di speranza rende la vita migliore. Spero ci sia sempre un angolo del mondo, fosse pure una tana, dove sentirsi al sicuro.
racconto importante, scritto in modo accurato che ci dimostra come la serenità si possa creare anche nei momenti più brutti della nostra esistenza.
Ciao Ely, ti ringrazio di essere così presente per me. Al di là della situazione descritta mi piace sperare che l’anima possa volare in qualsiasi situazione e se penso a tutto quanto ho scritto nella mia vita vedo che questo pensiero mi appartiene da sempre.
Questo racconto mi è piaciuto tanto davvero. Si percepisce il cambio di passo finale fin dell’inizio, ma comunque l’effetto arriva. Complimenti vivissimi
Ciao Nicoletta, grazie mille! Ho affrontato una tematica che negli ultimi tempi mi sta a cuore e ho voluto comunque darmi una speranza.
Il velo grigio che hai posato sul tuo racconto si percepisce tutto. A partire dalla pioggia, dal temporale, fino ad arrivare all’intreccio dei personaggi che vivono una vita sotterranea quasi come una seconda possibilità a quello che succede in superficie.
E pensare che quello che hai scritto ha ben poco di futuristico… Purtroppo!
Bel racconto.
Ciao Fabio, alcune ricerche che ho fatto per un altro scritto mi hanno concesso di affrontare il Lab da una prospettiva diversa. Credimi, ho preso paura quando ho compreso che la speranza è davvero poca. Il cambiamento avviene lentamente, striscia come un serpente, ma è inesorabile. Confido che l’uomo trovi sempre il modo di sopravvivere mettendo al primo posto la sua anima.
Ciao Micol, sei riuscita a descrivere perfettamente un momento di serenità in un futura di cenere. Ancora una volta sono i libri a salvare il mondo, o almeno il cuore di un uomo.
Ciao Dario, credo che questo scenario descriva un futuro molto più realistico rispetto a all’apocalisse portata dalla creazione delle razze 😉 E sì, i libri saranno sempre la salvezza del mondo!
racconto breve e futuristico. Scorrevole, accattivante, la tua penna è sempre dettagliata e piacevole. Brava!
Grazie Faby, purtroppo è un racconto che basa le premesse sulla certezza
Ciao Micol, hai scelto di ritrarre la serenità di alcuni momenti in contrasto con la quotidianità, una quotidianità del personaggio che contrasta con il servizio ecologista trasmessa in treno… tocchi il tema dell’ambiente, di come si dica tanto per fare qualcosa, ma poi non facciamo molto, tutto per tirare avanti la nostra società…
Ciao Antonino, alla fine sono riuscita a “portare a casa” anche questo Lab :)) Sono contenta di aver trasmesso un pensiero positivo. Quello del cambiamento climatico è un problema enorme: gli interessi economici frenano qualsiasi buona intenzione e le lobbie la fanno da padrone. Basta pensare alla “questione” petrolio in USA. E’ vero che è compito di tutti aiutare per quanto possibile, riciclare, scegliere un prodotto piuttosto che un altro, ma la verità è che le istituzioni dovrebbero mettere da parte gli interessi monetari per guardare a quelli umani.
1 minuto ago