
Venerdì
Serie: 11
- Episodio 1: Martedì
- Episodio 2: Mercoledì
- Episodio 3: Giovedì
- Episodio 4: Venerdì
- Episodio 5: Sabato mattina
- Episodio 6: Sabato sera
- Episodio 7: Domenica
- Episodio 8: Lunedì
STAGIONE 1
– Hai chiamato Jennifer? – è la prima domanda che mi fa appena sveglio. Assaltando come al solito la mia camera.
Spalanca la finestra e mi strappa via il lenzuolo, appallottolandolo tra le mani.
Faccio appena in tempo a nascondere le pasticche sotto il mio corpo.
– No, – rispondo, mantenendo la calma. Ho pensato e ripensato a lei fino alle tre di notte.
Oggi è il giorno in cui se n’è andato papà, e nel quale volevo andarmene io. Ma non ci sono riuscito. È stata Jennifer, in qualche modo misterioso?
– Oggi non si fa colazione a casa. Andiamo da Remi. – Flowers and coffee. Sulla 2nd Avenue. – Ho prenotato i fiori per papà, ma non ho fatto in tempo a passare a ritirarli ieri.
Ormai mamma affronta questa ricorrenza con il sorriso. Non comincia a incupirsi giorni prima, come i primi anni. Più passa il tempo, più la sofferenza si lenisce. È normale.
Mezz’ora dopo siamo in auto. Ci aspetta un lungo giro. Su verso Central Park, da Remi. Poi giù, attraverso il Queens Midtown tunnel, fino a Brooklyn, al cimitero di Green-Wood. Dov’è sepolto.
La commessa di Remi mi tiene aperta la porta, mentre entro tra i vasi, i bouquet fioriti e profumati, le piante grasse. Il profumo di caffè. Prendiamo il cappuccino, è obbligatorio, il barista disegna nella schiuma fiori di forme diverse. Un capolavoro. È un ragazzo più o meno della mia età. Con un attrezzino appuntito incide, per così dire, la superficie densa di schiuma.
Ce li porta lui stesso. Sul polso destro ha tatuato un labirinto rotondo, con quattro ingressi che assomigliano alla porta di un palazzo.
Mamma gli trattiene la mano. – Bel tatuaggio.
– Grazie.
– Cos’è?
– Un mandala tibetano.
Avevo sempre pensato che i suoi tratti somatici fossero giapponesi. Sembra leggere nei miei occhi questo malinteso.
– Vengo dalla regione della Cina al confine con il Tibet. I miei genitori, volevo dire. Io sono nato qui.
– La Cina ha occupato il Tibet, se non sbaglio.
– Me lo ricordano in tanti. Siccome sono nato qui, pensano che non lo sappia. – Il volto è tirato. Si capisce che non ne parla volentieri. – I miei sono fuggiti proprio per questo. Loro non erano d’accordo.
Si porta il vassoio al petto, decretando chiusa la discussione e si dirige a un altro tavolo per prendere le ordinazioni.
– Interessante, – borbotta mamma tra sé.
La commessa viene verso il nostro tavolo, nascosta dietro al bouquet che ha tra le mani.
– Signora Parker, ho messo solo i girasoli, come mi aveva chiesto e un po’ di verde per arricchire la composizione. Ma posso aggiungere qualcos’altro, mentre fate colazione. Molti clienti si lasciano ispirare dall’atmosfera del negozio.
– Va bene così, Nicole, sono i miei preferiti.
Lo appoggia tra di noi.
– Passi pure alla cassa a pagare.
– Quant’è?
– Sono 85$, – si congeda, con un sorriso.
Ottantacinque dollari per questo bouquet?
– Da quando ti piacciono i girasoli? – le chiedo.
– Da sempre. Non lo sapevi?
Alzo le spalle. – Non ci sono mai stati girasoli in casa nostra. – Che fossero i fiori preferiti di papà e io non lo sapevo? Sarebbe logico che non lo sapessi, un’altra delle debolezze che ha tenuto nascoste al mondo. Non ci vedo papà incantato di fronte a un campo di girasoli.
– A cosa stai pensando, tesoro?
– Pensavo al Tibet, – mento.
Non importa più quante cose ci abbia nascosto. Potrò chiederglielo di persona, quando questa notte lo raggiungerò dove si trova. Nello stesso giorno nel quale se ne è andato lui. Non posso fallire un’altra volta, come potrei altrimenti presentarmi così al suo cospetto?
*
Il giorno del funerale la bara era portata a braccio da quattro Marines. Sopra la bandiera che la avvolgeva, il suo cappello e una coccarda bianco-rosso-blu.
La zona dove sarebbe stato sepolto era quasi al centro del cimitero, in leggera salita. L’erba era molto curata, passando seguendo il carro funebre per le strade interne, si vedevano giardinieri al lavoro e spruzzi di acqua degli irrigatori. Operai addetti alla pulitura delle tombe monumentali. Visite guidate alle dimore eterne degli inquilini più famosi.
Quell’atmosfera quasi da fine settimana primaverile non mi aveva alleggerito l’animo.
Il reverendo Malcolm spiccava sopra tutti i presenti con la sua testa canuta. Era un amico di vecchia data dei miei genitori e aveva celebrato il rito funebre.
Fu il primo ad avvicinarci, cordiale. Abbracciò mamma e poi me, battendomi la mano sulla schiena.
C’erano ufficiali della marina in alta uniforme. Uno, sui sessanta ma in forma perfetta, ci salutò con il saluto militare. Poi, forse pentito di tanta formalità, si chinò su di lei e, prendendole la mano tra le sue enormi, le sussurrò qualcosa all’orecchio, strappandole un sorriso. Forse un episodio vissuto con papà, non so. Poi se ne ritornò tra i ranghi.
Uno dei suoi colleghi, chiedendo il permesso alla vedova, fece un discorso alla memoria. All’inizio lo ascoltai distratto, ma mentre proseguiva, cominciai a chiedermi se parlasse della stessa persona che conoscevo. O non conoscevo, a quel punto.
La cerimonia terminò con una salva sparata dal picchietto d’onore e la bandiera, piegata a triangolo, venne consegnata alla famiglia.
Poi tutti se ne andarono, passando a salutarci. Tra le persone c’era una donna giapponese, che notai solo allora. Mi chiesi se fosse la donna di papà in Giappone. Rimase indecisa se passare anche lei. Alla fine dovette percepire il mio sguardo addosso, perché se ne andò senza salutare.
Il reverendo Malcolm ci invitò a una celebrazione in suffragio, il giorno dei morti.
*
– Vieni, ti sostengo io.
Abbiamo passato tutto il viaggio a discutere se devo camminare con le mie gambe o no. Ho provato a spingermi nell’erba in salita con la sedia a rotelle, perché mamma si è rifiutata di aiutarmi. Ma il terreno è troppo accidentato e la tomba è abbastanza distante dalla strada.
Mi porge la mano e io la prendo.
– Vieni, papà ci aspetta.
La sua tomba è là, simile a tante altre.
Vice admiral
Richard S. Parker
09-07-1949 – 07-09-1994
Qualcuno ha lasciato la spallina di un’uniforme. Blu scuro, due strisce e una stella d’oro. LT, tenente.
Mamma sistema il bouquet nell’erba ai piedi della lapide. Prende la spallina e se la infila in tasca. Questo gesto mi fa capire quanto soffrisse per il suo lavoro, nonostante avesse deciso per amore di sposarlo. Sposare l’uomo, ma non la sua causa.
– Diciamo una preghiera per la sua anima.
– Ormai è già andata dove doveva andare, – dico, ma con questo non alludo a nessuna destinazione particolare. Non credo in dio. Non più. Un’altra cosa che mi ha sottratto la malattia.
Recita sommessa un Padre Nostro.
Poi si lascia andare ai ricordi.
*
Mi chiudo in camera a chiave.
Prendo il flacone dal suo nascondiglio. Svuoto la pastiglie sul lenzuolo accanto a me. Le metto in fila ordinata. Il conto alla rovescia.
Apro l’editor dei messaggi e scrivo il numero di Jennifer. Sarà già a dormire. Le piaceva molto dormire. Abbiamo dormito insieme, alcune volte. Stesi e abbracciati.
Leggerà il messaggio quando tutto sarà finito.
Ciao Jennifer, ci hai messo tanto a farti viva. Anzi, se non incontravi Tracy, probabilmente avresti letto della mia morte dai giornali e ti saresti chiesta perché l’ho fatto. E avresti fatto bene. Perché ne sei responsabile in parte. In verità non so neanche perché ti scrivo. Credo per farti male quanto tu ne hai fatto a me, sparendo così. Ti ho odiata per averlo fatto. Però adesso non mi importa più. Dovevi tornare prima, adesso è tardi. Spero che non ti lasci dormire il pensiero di essere stata così meschina con me. Addio.
*
– Ma chi chiama a quest’ora! Se è uno scherzo…
– Pronto?
– Jennifer… Jennifer chi?
– Eugene? La sua ragazza.
– Come? La sua ex… Non importa… Il numero di telefono…
– Un messaggio di Eugene… ma cosa… se mi stai prendendo…
– Ne sei sicura?
*
– Eugene! È chiusa a chiave! Apri!
– Eugene. Ti prego… Eugene!
– Non puoi farmi questo. Non puoi…
– Non si apreee!
– Non lasciarmi, Eugene… Apri la porta… Oh mio dio no!
– Ahi! La mia spalla. Perché non si apre?
– Eugene. Amore mio. Ci sono qui io. Ti aiuterò… Carlos. Devo chiamare Carlos.
*
– Carlos! Aiuto! Mio figlio si è chiuso in camera… Jennifer dice che…
– Señora Parker. Si calmi.
– Credo voglia fare un’idiozia.
– Si allontani, Señora Parker. Butto giù la porta.
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