Amo guidare

Ho una passione per la guida che potrei definire innata, ricordo che da quando avevo dodici anni mi divertivo a far partire il pick-up sgangherato di mio zio con i cavi e poi guidavo giù per la discesa che portava dritta al fiume. L’odore di benzina bruciata era più piacevole di quello delle uova al mattino, mettere le mani sul volante di un’auto qualsiasi mi faceva sentire libero più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ricordo che mio zio una volta si accorse del fatto che la sua macchina mancava dal vialetto e, non so perché, decise di attendere fino a sera seduto con un fucile in mano sulla veranda. Quando imboccai il vialetto per poco non ci rimasi secco, pensai che avrebbe aperto il fuoco in preda alla rabbia, invece si fece una bella risata; una volta rimesso il piede a terra mi diede un paio di sberle e mi disse che se l’avessi rifatto l’avrebbe comunicato a mio padre. Da quel momento ho imparato a prendere in prestito le auto di chi non conoscevo.

Oggi c’è proprio un bel sole nel cielo, è una di quelle mattinate che ti fanno venire voglia di premere il piede sull’acceleratore fino a far esplodere il motore per lo sforzo e, devo dire, con questa carretta non sarebbe nemmeno troppo complesso ottenere un risultato del genere. Quasi per caso i miei occhi cadono sul quadrante dell’orologio che, fanculo le convenzioni, metto sempre al polso destro perché all’altro mi causa uno strano formicolio che mi fa venir voglia di amputarmi la mano: sono già le nove. Sono in ritardo per l’appuntamento così mi decido a dare ancora un po’ di gas e allungo il passo su questa splendida strada dritta, forse è così da centoventi miglia, forse anche più. Accendo la radio, mi sto annoiando senza qualcuno che blateri cazzate in sottofondo, c’è una strana canzone che non conosco, mi diverto a seguirne il ritmo tamburellando con le dita sul volante, il sorriso compiaciuto di chi ha tutto quello di cui ha bisogno per essere felice. 

Un mese fa non avrei nemmeno potuto immaginare che la mia vita avrebbe subito quelle giravolte che di lì a poco mi avrebbero cambiato da capo a piedi. Sempre seduto alla mia scrivania ad aspettare le cinque per poter mettermi alla guida, io che volevo fare il camionista ma che avevo dovuto scegliere la strada del semplice impiegato contabile per una società di trasporti su gomma. Ogni tanto allungavo cinquanta dollari a Tony e facevo un giro di un’oretta con il suo grande, potente e rumoroso camion; da là sopra ti senti un po’ il Re del Mondo quando guardi dall’alto in basso tutto il traffico, gli automobilisti che si girano e possono al massimo guardare una ruota del mezzo. Quando il mio capo mi ha licenziato, quattro giorni fa, mi sono sentito più sollevato di quanto avrei dovuto, questo lo ammetto, ma non potevo fare a meno di pensare che mi sarei trovato un lavoro da tassista o qualcosa del genere, l’importante era continuare ad avere nelle narici l’odore del carburante bruciato. 

Il capo, prima di mandarmi via con una pedata, ha preso la palla al balzo per urlarmi contro tutto ciò che avrebbe sempre voluto dirmi e non aveva mai trovato il tempo di vomitarmi contro. Ricordo la mia mano che afferrava quello stupido elefante d’argento che teneva sulla scrivania glielo tirava contro, spaccandogli il cranio come si fa con una stupida noce di cocco. Quel giorno tra i cubicoli che costituivano l’ufficio non c’era nessuno e così ho avuto tutto il tempo di ripulire dal sangue, una donna delle pulizie in pausa aveva lasciato l’attrezzatura incustodita, e trasportare nella mia auto il cadavere avvolto da un bel sacco nero. Il coglione pesava talmente tanto che per poco non mi faceva uscire una cazzo di ernia nella schiena; mentre chiudevo il bagagliaio con un movimento secco il sorriso che avevo sulla faccia non se ne voleva proprio andare.

Quando ho superato la collina che copriva il resto della strada ho strabuzzato gli occhi: un fottuto posto di blocco a trecento metri, proprio alla fine della discesa. Il mio cervello mi urlava di invertire la rotta, di scappare, andar via, ma non disponevo di una macchina abbastanza potente da permettermi un’inseguimento da film d’azione. Così optai per la soluzione migliore, l’unica che avevo: fermarmi come se niente fosse. Il poliziotto era un uomo alto e snello, sulla cinquantina, occhiali da sole da aviatore e aria da perfetto stronzo.
“Signore, lei è uscito da quella collina come se avesse avuto un cazzo di razzo nel culo, il limite da queste parti e sessanta miglia e sono certo che lei l’ha abbondantemente superato” disse mentre osservava l’interno dell’auto.
“Mi scusi agente, devo presenziare ad un meeting e sono in ritardo, non mi sono accorto di aver superato il limite.”
“Favorisca la patente” intimò con i denti stretti quello mentre cercava la penna nella tasca posteriore dei pantaloni. 
“Prego” risposi mentre gli porgevo i documenti cercando di non stampare sulla mia fronte la scritta “non aprire il bagagliaio o dovrò ammazzare anche te”.
“Può pagarla subito se vuole, altrimenti ha trenta giorni di tempo.”
“Lo farò non appena arrivato in città, la ringrazio agente e le auguro una buona giornata.”
“Aspetti un secondo, signore scenda dall’auto subito” urlò estraendo la pistola.

Come cazzo aveva fatto? Telepatia forse? Con molta cautela aprii la portiera e misi giù un piede dopo l’altro cercando di mantenere il respiro regolare: dovevo pensare ad un modo di fuggire ma quella pistola non prometteva bene.
“Si volti signore e metta le mani sul cofano dell’auto, una dopo l’altra con molta calma.”
Le manette scattarono con emettendo un clic sordo, ora mi trovavo proprio nella merda, già mi vedevo in un tribunale condannato alla sedia elettrica; il poliziotto aprì il portabagagli e non fece una piega.
“Hai un cadavere qui dentro, complimenti.”
“Complimenti?” 
Quello si avvicinò alla sua auto e fece scattare con il telecomando il suo, quando mi avvicinai per osservare il contenuto non potei fare a meno di rimanere senza fiato: era pieno di cadaveri fatti a pezzi.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Beh, che dire, davvero bella storia! Complimenti Alessandro, hai scritto un piccolo capolavoro. Dopo aver letto tre storie, questa è la prima che mi è piaciuta veramente.

  2. Ciao Alessandro, davvero inquietante ? Hai ribaltato una situazione da copione inserendo un finale a sopresa che si presta (a mio modo di vedere) a una sola interpretazione. Il poliziotto farà ritorno a casa con altri due cadaveri ?

  3. Ciao Alessandro, un finale che mi ha fatto sorridere, ironico davvero! Certo i sospetti sul poliziotto mi son venuti alla prima affermazione, ma non mi aspettavo quel finale! Una trama ben costruita con un linguaggio secco e diretto, mi mancavano i tuoi racconti, bentornato Ale!!

  4. Ciao Alessandro, era un po’ che non leggevo niente di tuo. Dialoghi forti e trama imprevedibile. La figura del poliziotto ambiguo mi ha sempre affascinato. Inizialmente non capivo perché l’agente usasse un linguaggio così licenzioso, ma i dubbi sono stati spazzati via dal colpo di scena finale.