Il bastardo dei Gevovas

Serie: Due pagine su personaggi, luoghi, fatti, storie e situazioni (progettati male e scritti peggio).


Quella mattina, dopo aver affrontato una notte tempestosa, Pietro Gevovas si era alzato di malumore. Il sole era già alto nel cielo, e l’orologio a pendolo nella sala grande segnava le undici e mezza; ma, cercando di uniformarsi al rilassato, ozioso stile di vita dell’alta nobiltà, assegnava ai propri crucci importanze tendenzialmente diverse dalla maggior parte dei poveracci; e quella mattina aveva così deciso di dare massima importanza al poco riposo che aveva avuto.

Il figlio naturale del marchese Andrea Battista Gevovas era infatti caduto preda di incubi terribili durante la notte: non solo aveva sognato di venire diseredato dalla madre (che gli rinfacciava di essere nato fuori dal matrimonio), ma, mostruosa visione!, era stato avvolto da un delirio onirico in cui il suo rivale, Giacobbe Roscialzi, avendolo preceduto nella pubblicazione di un romanzo a puntate, riusciva a scalzarlo definitivamente dai giornali di varia tiratura in tutta la nazione.

Questo angoscioso senso di sconfitta era amplificato dal fatto che era in luogo un acceso diverbio con questo Giacobbe, e già più di una volta i due scrittori si erano confrontati (in un modo che definire acceso sarebbe appropriato per non urtare la sensibilità dei miei tre lettori) riguardo alla singolare similarità delle ambientazioni e delle opere; e la stampa aveva approfittato dell’occasione ricamando sulla vicenda.

I pochi tentativi di richiamare i duellanti alla ragione erano rimasti inascoltati non solo dai più, ma anche dai due diretti interessati, che ormai nutrivano per l’altro solo rancore, invidia, e gelosia; e ciò che avrebbe potuto diventare una fruttuosa collaborazione era ormai degenerato in un miope litigio. Pietro aveva tuttavia il timore di essere ormai il perdente tra i due sfidanti.

Questa pungente sensazione era supportata dal fatto che era stato proprio Giacobbe ad essere il primo tra i due a pubblicare le proprie opere, ottenendo un discreto successo. E Gevovas, che pure scriveva opere originali, perché aveva davvero avuto modo di visionare le prime pubblicazioni di Roscialzi soltanto dopo aver appuntato buona parte delle proprie idee, si era trovato nell’imbarazzante situazione di dover difendere la propria creatura dalle accuse di plagio, una volta uscita dalle macchine tipografiche.

La situazione era più semplice di quello che la stampa e i due avevano fatto intuire: Giacobbe e Pietro avevano semplicemente avuto idee simili, che per un motivo o per l’altro erano state partorite quasi in simultanea e condivise, senza che Gevovas avesse avuto la possibilità di scoprire che un altro era stato in grado di precederlo. Tuttavia, Pietro, aveva alluso a possibili appropriazioni di appunti e scritti inediti, scritti di suo pugno e trafugati da ignoti, volendo trovare una scusa di poter pubblicare; e le allusioni erano state lanciate contro Roscialzi, che si era ovviamente indispettito. Noncurante di ciò, Pietro aveva fatto pubblicare un lungo articolo, in cui appunto denunciava il furto di prezioso materiale originale.

E grazie al fatto essere figlio naturale e riconosciuto (“Un bastardo!” per Roscialzi) dei Gevovas, era riuscito a far sì che la propria parola, grazie al cognome, avesse discreto peso sulla vicenda. Ma qui devo fare un appunto: Gevovas era rimasto terribilmente risentito dal fatto di essere stato preceduto, e il risentimento, unito a frustrazione, odio, e gelosia, avevano prodotto in lui una miscela esplosiva.

Tali afflizioni erano più che capaci, ormai, di rovinargli non soltanto il sonno, ma anche l’appetito. E infatti, quella mattina, dopo essersi alzato, e dopo aver congedato in modo brusco i servitori (che, per dirla tutta, erano più che felici di avere una mattina lontani dal loro ormai intrattabile padrone), si era rifugiato nel suo studiolo.

Là il contenuto del vassoio della colazione, depositato sulla scrivania secondo istruzioni, si era ormai raffreddato. Pietro, stomacato dalla visione, si era abbandonato a corpo morto sulla sedia e aveva preso in mano la scatola dei sigari.

Il giovane, senza desiderio di cambiarsi (e infatti era ancora in vestaglia da camera e biancheria da notte), restava lì a non far niente, aspirando avidamente dal sigaro che aveva appena tagliato e acceso.

Pietro, che aveva il lusso di poter passare del tempo senza far niente, continuava a rimuginare su come trionfare contro l’odiato rivale; e più la sua mente esplorava tutte le possibilità, più accarezza vie oscure, malvagie.

Alcune includevano investire il rivale, o pestarlo di botte: e, paradossalmente, nonostante Pietro si sentisse disgustato per sorprendersi in certi pensieri, non riusciva a non provare un certo malcelato senso di piacere riguardo a tali possibili azioni. E, come molti suoi simili, nonostante ripetesse a sé stesso che tali orribili, omicide fantasticherie fossero (appunto) soltanto fantasticherie (anche i suoi servi, che in quel periodo lo avrebbero volentieri legnato di botte, stavano sperimentando tali pensieri), non riusciva a non esserne irretito.

E probabilmente sarebbe anche stato capace di dar loro seguito, se la voce della coscienza non lo avesse frenato e la ragione ricondotto a più miti consigli.

Restava dunque un dilemma: che fare con Giacobbe?

Pietro non aveva una risposta, e avrebbe probabilmente speso la mattina a consumarsi come una tigre in gabbia, se qualcuno non avesse osato bussare alla sua porta.

Era uno dei servitori, Mario Azzalini, anche se nella tenuta era chiamato da tutti Mariuccio o Mariù per la giovane età.

Quel giorno infatti, all’insaputa del laborioso Pietro, accadeva che un’automobile, piena di personaggi particolari, personaggi che avrebbero presto avuto importanza nella rilassata vita di Gevovas, si fosse fermata in sosta sul tratto della strada sterrata proprio di fronte alla villa di campagna. I servitori avevano sì ricevuto dettagliate istruzioni sul non ricevere nessuno, ma non erano purtroppo in grado di far recedere oltre i visitatori dal loro intento; né questi avrebbero accettato un rifiuto senza aver almeno visto Pietro. Quindi, dopo aver speso tutte le parole atte a rabbonire gli ostinati invasori, la servitù non aveva potuto far altro che prendere atto della situazione, perché per loro non sarebbe stato possibile resistere oltre (più che per la tenacia dei visitatori e per la loro caratura); e riunitasi a consiglio, aveva preso atto che l’unica opzione rimasta era andare a chiamare il padrone.

Ma su chi mai sarebbe ricaduto l’onere?

Il povero Mariuccio, a cui ho appunto accennato prima, era tra i più i giovani e malleabili, e non era purtroppo in grado di opporsi decentemente alle angherie dei servi più anziani o di quelli più smaliziati, che mai avrebbero rischiato di prima persona il proprio posto. Nonostante qualche balbettio di protesta, il ragazzino non era stato in grado di opporsi in modo efficace (anche se devo dire che avrebbe potuto mettere in piedi una resistenza leggermente più coraggiosa).

Quindi, era stato lui a dover recare la notizia al padrone, e dopo aver bussato alla porta studiolo, da cui rispondeva una voce irritata, si era trovato a sostenere la spinosa conversazione.

“Che è?”.

“Sono Mariuccio, padron Gevovas. Mi duole moltissimo dovervi disturbare, ma, vede…”.

“Ma? Avevo dato delle disposizioni puntuali, Mariù… e avevo espressamente dato ordini riguardo al non disturbarmi!”.

“Lo so, signore, lo so, e sono terribilmente dispiaciuto, ma vedete… ci sono degli ospiti”.

“Eppure avevo chiaramente spiegato che non avrei ricevuto nessuno durante questa giornata!”.

Il povero Mariù, agitato e violentemente rampognato, non vedeva uscita dalla spinosa situazione, se non dire chiaro e tondo come stessero davvero le cose.

“Sì, signor Gevovas, ma vedete…il Ministero…parlano degli affari pubblici…del re…”.

Pietro non aveva ancora decifrato i motivi di quella repentina violazione delle proprie disposizioni, ma nel balbettio confuso del ragazzo si era trovato, suo malgrado, a riconoscere parole che indicavano una situazione di una discreta importanza, e che avrebbero potuto giustificare tale insubordinazione.

Dunque, sebbene a malincuore, Pietro, dopo essersi alzato, si era trascinato di fronte di fronte alla porta, e l’aveva sbloccato, trovandosi di fronte Mariù: il quale, ormai, non voleva far altro che scomparire.

“Beh?” lo apostrofò aggressivo Pietro, ancora in vestaglia e camicia da notte; non si era infatti disturbato di vestirsi.

“Signor Gevovas, come vi ho detto prima, mi rincresce moltissimo, ma tre uomini, nel salone degli ospiti, domandando di voi…”.

“Perché li avete fatti accomodare?”.

“Perché, signore…uno è…”.

“Embè? Parla dunque! Forse che il gatto ti ha mangiato la lingua?”.

“No”. Mariù prese fiato. “Vedete, uno di loro è un delegato dal ministero della Pubblica Informazione, il secondo è un commissario della D.G.R., e il terzo è un tenente colonnello”.

Pietro venne colto in contropiede per un attimo, sorpreso da tale pletora di nomi.

“E ti hanno detto perché sono qui?”.

Ormai, dopo aver spiattellato le parole che si teneva dentro, Mariù si sentiva leggermente più fiducioso delle sue capacità espressive (ovviamente lui le avrebbe indicate come parlare bene), e avvertiva che la propria lingua non era più annodata. “Mi hanno detto per un libro, ma hanno chiesto…cosa avevano chiesto…uh, mi hanno chiesto di poter conferire direttamente con voi”.

Serie: Due pagine su personaggi, luoghi, fatti, storie e situazioni (progettati male e scritti peggio).


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Discussioni

  1. Ciao Matteo, si percepisce un profondo impegno nella tua scrittura, un’attenzione ai dialoghi, allo stile, al profilo dei personaggi; e la trama della serie si sta lentamente delineando. Aspetto altri episodi! ?