
La biblioteca notturna-4
Serie: Resto a leggere in stazione
- Episodio 1: Resto a leggere in stazione- intro
- Episodio 2: La biblioteca notturna-1
- Episodio 3: La biblioteca notturna-2
- Episodio 4: La biblioteca notturna-3
- Episodio 5: La biblioteca notturna-4
- Episodio 6: La biblioteca notturna- 5
- Episodio 7: Era un mercoledì… e pioveva
- Episodio 8: Era un mercoledì… e pioveva-2
- Episodio 9: Era un mercoledì… e pioveva-3
- Episodio 10: Era un mercoledì… e pioveva-4
STAGIONE 1
<<Ancora su quella pagina? Non dirmi che Daniel ti ha già seccato?>> Ada interruppe nuovamente il mio pensiero. La sua voce mi gelò il sangue. Mi era sempre parsa dolce e composta ma quel suono apparteneva alle stesse parole che m’avevano indotto in quell’ira.
<<Del mio tempo ne faccio ciò che voglio, ed usarlo per impormi di pensare, se pur malsano, non può essermi negato>> Mi pentì subito delle parole e del tono usato. Ada non meritava il mio odio né la mia rabbia. Quei modi non mi appartenevano e se non fossi stato inghiottito dall’angoscia mai avrei usato di rivolgerle un tale trattamento. La vidi trasalire e notai il suo volto mutare. Mi ricordò il volto che aveva usato poco prima quando apprese della violenza di Daniel. Ero forse anch’io un iracondo? Ada rimase composta: si scusò e mi informò che quella settimana la biblioteca sarebbe rimasta aperta in orario notturno solo di mercoledì. S’apprestò a congedarsi e mi concesse un altro sorriso, ben diverso dai precedenti. Fui pietrificato dal senso di colpa e da tanta freddezza. Non seppi scusarmi. Riposi il libro e tornai a casa.
Aperta la porta l’odore pungente che la mancanza di corrente d’aria generava mi disgustò. Tolsi il cappotto e presi velocemente uno dei due libri dalla mensola avvitata malamente al muro del corridoio. Apersi la pagina contrassegnata dal segnalibro ma non iniziai quella lettura. Avevo pensato di finire i due libri così da curarmi, ma imporsi qualcosa solo per dimostrare l’inesattezza del contrario è vacuo tanto quanto fregarsene dell’importanza stessa del gesto e pensare che basti il gesto in sé a dimostrare ciò che si vuole negare, confermandolo inconfutabilmente. Lasciai le pagine aperte tra le mie mani, senza curarmi delle parole. Volevo agire ma non vi era nulla di tangibile. Passai il resto del pomeriggio a rimproverarmi e convincermi d’aver da pensare per poter risolvere un problema. Ma quale problema? Non v’è situazione più spiacevole che quella in cui, esigente d’un miglioramento, non si trova un problema a cui pensare. Ecco spiegato ciò che andavo domandandomi per ore. Tuttavia la concretezza del pensiero che spingeva il tempo fino a fermarlo e ritrasportarlo verso orari più caldi doveva pur significare qualcosa. Dunque l’insoddisfazione che giungeva alle mie mani era reale. Non ne conoscevo le cause ma non potevo negarla. Tanto bastava per convincermi dell’importanza di quell’atto e rendermelo accettabile. La solitudine porta a spunti riflessivi originali, quantomeno per sé stessi. É difficile trovare banalità ove non c’è che da confrontarsi con il proprio io. Il confronto negato porta a dubbi ma anche in questi, una volta accertati quanto tali, la convinzione degli stessi genera un’apparente elitarietà di pensiero che giova, in modo becero, all’animo di chi ha bisogno di credere che il pensiero stretto ne renda una superiorità intellettuale quantomeno profonda. Da non pensar a chi, non giunge, e va ad analizzar il pensiero. Ne porta un’arroganza non visibile che al medesimo pensatore quanto il disgusto incondizionato verso gli altri, in quanto, come ogni forma d’arroganza impone, sicuramente privi di tali pensieri e profondità.
Quella notte non dormì e probabilmente, per la prima volta, ne ebbi ben donde. In un solo giorno m’accorsi di non conoscermi più di quanto non conoscessi l’esterno di ciò che ero. I pensieri che aleggiavano tra una tempia e l’altra erano ben troppo intricati per poterli sciogliere. Fumai una sigaretta e subito dopo un’altra. Provavo rabbia, ero solo, incompreso, deluso. Deluso da me stesso. Non riuscivo a distinguere i pensieri. Fu quella notte che ebbe inizio ciò che divenne una mia abitudine. Chiusi le finestre che mi gelavano la pelle con soffi discontinui, presi una penna e trassi fuori dal cassetto della scrivania un quaderno su cui non avevo scritto altro che degli appunti risalenti al periodo dei miei studi. Strappai le prime pagine per renderlo nuovamente bianco e cominciai a scrivere di me, cercando di comprendermi. Conservo quel quaderno come fosse un amico non troppo simpatico, di quelli che si incontrano solo per caso. Non scrivo più, ma ricordo bene ciò che provai scrivendo. Per la prima volta non piansi, non pensai, non mi lamentai. Scrissi:
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