L’amore è quando non succede niente

Appena saliamo in macchina mi viene da pisciare, ma faccio finta di niente.

Mettiamo la cintura, apriamo Waze e partiamo.

Mentre siamo nel traffico lei ha l’aria imbronciata.

“Che succede?”

“Niente.”

È venerdì sera, sono le sette ed è buio.

Oltre il parabrezza, le luci rosse delle auto.

Fuori i finestrini, palazzoni che sembrano palazzoni.

Nel lunotto posteriore, la vita di ogni giorno.

Bastano 50 km per lasciarsi tutto alle spalle, penso.

“Non sei gentile, devi imparare a essere più gentile.”

“Eh?”

“Accendo l’aria calda e tu la spegni. Ti porto a casa al mare e tu non fai altro che criticare la distanza, il traffico, l’ora… devi essere più gentile…”

Mentre lei dice queste cose, guardo fuori dal finestrino.

Stiamo imboccando la Pontina e l’unica cosa che penso è l’asfalto pieno di buche. Buche vuote. Chissà dove finiscono. Forse al centro della Terra? Bo.

“Mi ascolti?”

“Certo che ti ascolto.”

“Sarai più gentile?”

“No.”

Lei arriccia il naso, come i suoi ricci.

Guardo i ricci. Loro guardano me. Poi si girano dall’altra parte sospirando.

Prendo il telefono.

Scorro i social.

Algoritmi.

Culi.

Culi.

Culi.

Parliamo solo quando abbiamo qualcosa da dire.

Evitiamo chiacchiere vuote, di circostanza, di cortesia. O semplicemente non ci va.

“A che pensi?”

“Tu a che pensi?”

“A niente.”

“Pure io.”

Pensiamo alla stessa cosa.

All’inizio il silenzio era un terzo incomodo, un threesome a cui non volevo partecipare. Ne avevo paura. Era il mio competitor, una figura per cui mi domandavo: preferisce la sua compagnia invece che la mia?

Oggi, semplicemente, non ci penso.

Ci si abitua alle relazioni aperte, in fondo.

È una questione di equilibrio, capire quando lasciare il posto agli altri e farsi da parte. Poi dice che non sono gentile.

Dopo circa cinquanta minuti arriviamo ad Anzio.

Posiamo gli zaini a casa.

La città a gennaio è vuota, come le buche sull’asfalto. Ci sono solo ragazzini che comprano i preservativi.

Poi andiamo a mangiare una pizza.

A tavola ci stringiamo la mano.

“A che pensi?”

“Tu a che pensi?”

“A niente.”

“Pure io.”

Mangiamo.

Paghiamo.

Ce ne andiamo.

Torniamo a casa.

Scopiamo.

Dormiamo.

Il mattino dopo mentre beviamo il caffè, ancora assonnati, ci mettiamo sul divano e facciamo le parole crociate.

Il sole entra dal terrazzino.

Poi facciamo colazione in un bar del porto.

Le barche sono ferme, il sole sembra aver scambiato gennaio con agosto, il mare è piatto.

Non siamo noi a guardare il mare, è lui che guarda noi.

Facciamo un salto a vedere il salone di Federico Fashion Style, poi andiamo al supermercato.

Compriamo qualcosa da mangiare e decidiamo di mangiare in terrazza.

Prima di cucinare ci mettiamo sul divano.

Scopiamo.

Poi andiamo in cucina.

Mettiamo un po’ di musica.

Prepariamo la tavola: due calici di vino, un po’ di frutta, un dolcetto per la fine del pasto, il sole sopra l’orizzonte, il mare a capotavola.

Ci guardiamo senza sorrisi e sorridiamo quando non ci guardiamo.

Mentre il taleggio lascia il suo profumo, il profumo del sesso ci entra nei timpani.

Lo sentiamo bussare alla porta della nostra testa. Usa le vertebre come scale e scende giù, fino al cazzo e alla figa.

Poi portiamo i piatti fuori.

Ci lasciamo andare al silenzio e anche i pensieri ci lasciano stare.

Ci togliamo i vestiti e rimaniamo inermi, con gli occhi chiusi mentre ci teniamo per mano, mentre con l’altra portiamo il calice alla nostra bocca.

Stiamo così, finché l’aria non diventa più fresca.

Finché non avremo qualcosa da dirci.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “il sole sopra l’orizzonte, il mare a capotavola.”
    Bellissima questa immagine. Mi immagino al mare a capotavola e i due ai suoi lati, l’uno di fronte all’altra. Un mare di silenzio è tra loro e li divide.

  2. l’ho letto con grande piacere. Nel racconto non manca nulla, ma la vita di questi due avrebbe senz’altro bisogno di qualcosa di più. Non sono sicura di sapere cosa sia una relazione “aperta” ma se è come questa allora forse sono meglio quelle “chiuse”. È una battuta ma solo fino a un certo punto.

    1. Ciao Francesca, intanto grazie per aver letto il racconto.
      In realtà relazione aperta si riferisce soltanto a quel piccolo passaggio dove il silenzio era il terzo partner insinuatosi nella vita della coppia. Il fatto che abbiano bisogno di qualcosa in più è un’interpretazione che lascia ad altri possibili scenari, ma in questo caso ciò che da alla storia tutto quello che serve è la quotidianità che sorregge la vita di coppia di ogni giorno. Forse è poco, forse no, ma di sicuro è parte della vita di ognuno.

  3. “Nel lunotto posteriore, la vita di ogni giorno.”
    un’osservazione perfettamente in linea col tono del racconto, quasi una sua epitome.

  4. Ciao Mattia, bel tratteggio della vacuità di certe relazioni, se non addirittura delle relazioni in generale. Siamo davvero fatti per stare in coppia? Ci si può sentire soli in compagnia di qualcuno? Può il sesso essere il principale collante di una coppia? Questo brano alimenta molte domande.

  5. È molto spiazzante il tuo racconto, asciutto e privo di sentimentalismi di alcun tipo. Molto bravo, secondo me, a mantenerti in linea retta fino alla fine, perché sarebbe stato un attimo deviare e cercare di alleggerire il testo che invece rimane coerente fino alla fine rispetto al taglio che hai deciso di dare. Mi ha fatto molto riflettere su tante cose. Grazie!