Per Tom, per i Collins

Serie: Una promessa è una promessa (2° stagione)

1944, aprile.

Le fronde delle palme si muovono lentamente al spirare del vento leggero, che dà un lieve sollievo dall’umidità che impregna l’aria. Tom si accuccia un attimo a terra, posando una mano sul terreno per tenersi in equilibrio. Si sistema il fucile dietro la spalla appena gli scivola in avanti. Anche altri suoi compagni fanno altrettanto, inseguendo l’ombra esile a terra. Si muovono tutti con cautela, ma non far rumore è davvero complicato: il terreno è disseminato di ramaglie secche che si spezzano all’aumentare della pressione. Tom si guarda attorno. L’estraneazione l’ha quasi sopraffatto: esegue gli ordini diligentemente, dà sempre il meglio di sé e sa perché continuano ad avanzare e mettere in atto nuove strategie. Ricorda anche perché si trova qui. Eppure tutto comincia a perdere il senso vero perché lui effettivamente ha perso il controllo di sé stesso. Deve solo eseguire ordini e cercare di farlo al meglio altrimenti dall’altra parte lo aspetta la fine. Si sente con le spalle al muro. Così va avanti, ma come un’automa. Ha come l’impressione di essersi staccato dal suo corpo: vede sé stesso sparare, strisciare per terra, correre e scavalcare corpi stesi a terra senza vita… ma è come se questo lo facessero solo le sue membra e non la sua anima. Questa rimane a guardare basita. Ora, per un momento, sembra riprendere le redini e così Tom studia cosa lo circonda e rimane senza parole. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivato qui? Non era di certo quel che si immaginava. Aveva pensato all’Europa, di ritrovarsi faccia a faccia coi tedeschi, in una di quelle trincee di fango, morte e filo spinato. Nulla di tutto questo, è da tutt’altra parte e non sa se esserne grato o no. Sta procedendo tutto bene, avanzano e i nipponici non fanno altro che indietreggiare. Ad ogni modo è certo solo di una cosa: non potrà mai incontrare fortuitamente suo padre. Li separa un oceano. Con un sospiro profondo si alza e raggiunge un gruppo di tre uomini. Uno di loro si volta a guardarlo e con un sorriso soddisfatto lo agguanta per la spalla e gli batte dei colpi sulla schiena.

«Domani si sbarca ad Aitape, ragazzo».

Gli altri due afferrano i loro fucili e li esaminano con fare minuzioso. L’anima di Tom perde nuovamente il controllo e lui inizia a imitare gli altri facendo altrettanto. 

***

Prima di uscire di casa e andare dai Collins, John prende una scatola pesante che ha lasciato posata sopra la credenza in camera. Impossibile dimenticare come l’abbia ottenuta. Il giorno in cui parlò a Kathrin, appena uscito dalla stanza di lei, John si fiondò al piano terreno, alla ricerca della signora Brown. Era così distratto dai suoi pensieri che si dimenticò la regola fondamentale di quel posto: non disturbare. John invece continuò a chiamare la signora Brown ad alta voce, attirando occhiate curiose e infastidite da parte degli ospiti e del personale. La vecchia lo raggiunse tutta agitata dalle cucine pronta per affrontare un’emergenza. Vedendo John vicino alle scale, non riuscì a evitare di pensare che qualcosa di spiacevole fosse accaduto alla signorina Wilson.

«Mrs. Brown, finalmente», disse John, andandole incontro.

«Thompson! Cosa è successo? Miss Wilson sta bene?». Era così agitata che sembrava sul punto di cedere. Ha rischiato troppo con quella ragazza, la sola idea che potesse avvicinarsi ancora alla morte – e non per causa della malattia – la fece tremare.

«Sì, sta bene. L’ho appena vista. Qualcosa non va?». Squadrò l’anziana, con aria confusa.

«Come l’ha appena vista?! Chi gli ha permesso di salire?». Non impiegò molto tempo per riprendersi. Era già pronta per passare all’attacco.

«Nessuno, ma penso che Kat ne avesse bisogno».

«Come si permette questa mancanza di rispetto, Thompson? Non è una sua amichetta! Ricordi qual è il suo posto, ricordi l’educazione», ruggì severa. Il viso era tutto una ruga per quanto era arrabbiata.

John rimase zitto e annuì, fingendo di accettare il rimprovero.

«Senta Mrs. Brown, io la stavo cercando per parlare di un’altra cosa».

«Allora parli», sbottò, ancora seccata.

«Ieri mi ha detto che mi sarà debitrice per quel che ho fatto». Decise di andare dritto al punto, per sapere se finalmente sarebbe potuto andare dalla madre di Tom con una buona notizia e un aiuto concreto. E poi sì, meno tempo parlava con la signora Brown e meglio era.

«Sì, l’ho detto», disse lentamente, sospettosa, riducendo gli occhi a due fessure.

«Bene, ho un favore da chiederle. Ho bisogno di sonniferi».

La signora Brown abbandonò in fretta la sua arrabbiatura, richiamata alla professionalità dalla richiesta. Però non si liberò del sospetto. «Soffre di insonnia, Thompson?».

«No, non sono per me. Il nonno di un mio amico sta impazzendo e alla notte oltre a parlare urla. Sta diventando intrattabile e questo non aiuta perché sua figlia alla notte non dorme e perciò non riesce a lavorare alla fattoria».

Mrs Brown inarcò le sopracciglia, parlando con distacco. «Questo suo amico potrebbe trovare un lavoro e comprargli i sonniferi».

«No, non può». John non si trattenne. «È andato in guerra e alla fattoria è rimasta solo sua madre e suo nonno. Se i soldi sono il problema allora può evitare di darmi quella improbabile paga a cui ha accennato all’inizio. Questi sonniferi sono essenziali perché la signora Collins riesca a lavorare per guadagnare qualcosa». La fissò negli occhi, senza perdere la speranza.

La signora Brown rimase paralizzata.

«Lei mi è debitrice», le ricordò John.

«E va bene», sospirò infine. «Le darò i sonniferi, ma dovrà seguire le indicazioni che le scriverò».

«Oh grazie!». Senza pensare a eventuali conseguenze, John abbracciò la signora Brown. Se ci pensa ora… rabbrividisce. Per interrompere l’inaspettato gesto di gratitudine, lei si schiarì la gola, senza muovere muscolo. John si allontanò, abbassando il capo. «Mi scusi», mormorò, ma un sorriso si era impossessato della sua bocca.

«Ora vada. Ci sono delle sedie vecchie che l’aspettano nelle cucine. Non si aggiustano da sole».

«Certo, vado subito. Buona giornata». Un piccolo cenno col capo e scattò per mettersi all’opera, pensando solamente all’espressione che avrebbe fatto la madre di Tom. 

John esce di casa e fa galoppare Tyson il più veloce possibile. Dalle finestre dei Collins si vede la luce accesa al primo piano. John è troppo agitato: non perde tempo nel portare Tyson alla stalla e lo lega al portico. Spalanca la porta facendo sobbalzare la madre e il nonno di Tom. Sa che è una cosa improbabile, ma la signora Collins si volta con la speranza di vedere entrare Tom. Al nonno cade il suo cucchiaio nella zuppa, schizzandolo tutto. 

«Judith, non stare lì ferma. Prendimi qualcosa», gesticola, indicando lo strofinaccio vicino al lavandino. 

Mrs Collins lo ignora, alzandosi per accogliere il ragazzo. Ormai non riesce più a parlare con suo padre. John le va incontro sprizzando gioia da tutti i pori e senza trattenersi l’abbraccia forte. La madre di Tom è sorpresa, ma ad ogni modo ricambia contenta con una carezza ai capelli.

«Cosa è successo, John? Sei felicissimo».

«Sì, è così». Non da altre spiegazioni. Scioglie l’abbraccio e le porge la scatola con sopra un foglio segnato da una calligrafia ordinata. La madre di Tom impallidisce.

«Non… ci credo», sussurra, coprendosi la bocca con una mano. «John, ma come hai fatto? Devo ripagarti subito», farfuglia.

«Non c’è nulla da pagare. Vi ho semplicemente aiutato». La donna appoggia sul tavolo il pacchetto e torna ad abbracciare John, commossa. «Julia sarebbe orgogliosa di te». Una volta sciolta la stretta, si sorridono.

«John? Ti fermi con noi, ragazzo? Judith vuole conoscerti», dice ad alta voce di nonno di Tom, indicando la sedia accanto a lui, vuota.

«Mi dispiace, ma devo andare».

«Lascia almeno che ti offra qualcosa», insiste la signora Collins, posandogli una mano sulla spalla.

«No, davvero. È tardi, vado. Arrivederci signore», alza la mano in saluto e poi aggiunge incerto: «Buona serata, Judith». La madre di Tom lo accompagna al portico.

«Grazie ancora. Anche per ciò che hai fatto questa mattina». Vedendo l’espressione del ragazzo aggiunge: «Il latte e le uova».

«Ero di passaggio», alza le spalle, con fare indifferente. «Posso chiedere un cosa?», domanda, dopo aver pensato un po’.

«Sì».

«Chi è… Judith?».

La signora Collins scuote lievemente la testa, con un debole sorriso. «Aspettavo che lo chiedessi. Era mia madre».

«Ah. Tom non me ne ha mai parlato», commenta a bassa voce, avvicinandosi a Tyson per accarezzargli il muso.

«No, perché non l’ha mai conosciuta e noi non abbiamo mai parlato di lei. È morta giovane, perfino io ho pochi ricordi di lei. Ma ora, è come se fosse tornata».

«Almeno questa notte potrà dormire».

«Grazie ancora, John».

«Buona notte, signora Collins». Slega le briglie e monta in groppa a Tyson.

«Altrettanto, salutami tuo padre».

Come ormai solito, Richard lo aspetta sveglio in cucina. Quando John entra in casa, gli trova addosso sempre la solita ansia. Lo saluta come gli è stato detto e poi sparisce in camera sua, permettendo al padre di sospirare per il sollievo. Nemmeno oggi gli ha chiesto se finalmente gli ha dimostrato di essere uomo. Ma quanto manca a quel giorno?

Serie: Una promessa è una promessa (2° stagione)
  • Episodio 1: Per Tom, per i Collins
  • Episodio 2: La prima uscita
  • Episodio 3: Conoscersi meglio
  • Episodio 4: Indesiderato
  • Episodio 5: Riflessioni 
  • Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa, Sentimenti, Young Adult

    Commenti

      1. Linda Minati Post author

        Ciao Kenji! Mi fa piacere che ti sia piaciuto, spero i prossimi episodi non ti deludano. Grazie per esser passato 😀

    1. Micol Fusca

      Ciao Linda, la seconda stagione si preannuncia intensa al pari della prima. Sono contenta che tu abbia dedicato a Tom il primo pensiero: i giovani a volte sono incoscienti, pensano alla guerra quasi come ad un gioco. La realtà à ben più dura e lascia senza fiato: si sopravvive solo grazie a degli automatismi.
      Anche le vicende in America sono intrecciate con la solita cura ed i legami che hai voluto per i personaggi si fanno sempre più forti. Al prossimo episodio, sono curiosa di sapere cosa hai in serbo per noi.

      1. Linda Minati Post author

        Ciao Micol! È interessante provare a immedesimarsi in un simile contesto… anche se da esterna a vicende simili (fortunatamente!) non è facile dare una parvenza di quello che sia nella realtà. Son contenta che continui a piacerti! Purtroppo non riuscirò a pubblicare gli episodi con la stessa frequenza dei mesi scorsi, ma presto arriverà anche il secondo. Grazie mille per essere passata! Un saluto

    2. Antonino Trovato

      Ciao Linda, c’è molta preparazione e sensibilità nell’aver costruito la prima parte di questo episodio, immaginare la dura condizione sul campo di battaglia contraddistinta dalla spersonalizzazione che disumanizza per ampi tratti un soldato non è mai semplice. Poi si ritorna alla normalità, ad una piccola promessa mantenuta con la solita bontà del giovane John, che pian piano sta diventando un uomo. Bell’inizio di stagione, un caro saluto!

      1. Linda Minati Post author

        Ciao Tonino! Felice che ti sia piaciuto l’inizio 🙂 Il materiale che di solito pubblico risale a molti anni fa, ma è bello poterlo aggiornare e compensare in base ai desideri dei lettori, e così è arrivato uno stralcio di testo dedicato a Tom. Grazie ancora per il bel commento, a presto!

    3. Ivan Collura

      Un’entrata trionfale, brava Linda! Finalmente sappiamo qualcosa di Tom, e John è un grande, perché ha dimostrato di esserlo. Pure la signora Brown, comincia a starmi simpatica. Che bella svolta!

      1. Linda Minati Post author

        Ciao Ivan! Grazie mille, son contenta che ti sia piaciuta l’apertura 😀
        Alla prossima!