Resistere per non soffrire 

Serie: Fino all'ultima paura

Giugno 2016

Livorno

Devo comprare una cartina e studiare le distanze, se avessi con me il mio cellulare in un attimo avrei googlato l’indirizzo sulla mappa e in pochi secondi avrei persino saputo quanto mi costa in euro il tragitto, soldi che qualsiasi siano devo ancora trovare e non so come.

Mi manca il mio cellulare, ma non me lo fanno usare, ne ho con me uno vecchio, di quelli che forse non ero ancora nata, quella roba da malinconia vecchio stile che nelle pubblicità fanno sembrare antica come avesse cent’anni e invece erano solo gli anni ’90, insomma il mio cellulare mi manca davvero ma è niente in confronto al calore che vorrei riprovare abbracciando i miei genitori, dormire nelle mie lenzuola, tutte quelle cose lì che ci sembrano appartenerci da sempre e che invece con un altrettanto sempre possono diventare un mai più nelle nostre abitudini.

Così sono qui in questo ostello che cade a pezzi con ragazzi che non sono affatto normali e non voglio essere razzista in questa considerazioni, ma io davvero che cosa c’entro con loro?

Non parlo a monosillabi, non ho le braccia piene di tagli e non mi appiccico a qualsiasi cosa respiri, non mi drogo neppure, l’alcool sì l’ho provato una volta, ma l’ho vomitato tutto, forse da grande mi piacerà ma ora non fa per me, no ora voglio solo le Coca Cola sul balcone e mia madre che mi chiede come sto, anche se non ho nulla ma metto il broncio perché c’è sempre qualcosa di storto nelle giornate di chi ha la mia età.

Così eccomi qua, lontana da mamma e dalla Coca Cola che devo cercare una cartina per capire questo paesino livornese quanto dista da Bergamo.

I boccoli fanno prurito sul collo e non stanno mai a posto, li vorrei lisci, so che è così, nessuno hai mai i capelli che vuole, i pini marittimi intanto oscillano rumorosi fra il cielo e qualche volo di uccello, nella distanza di lampioni che sembrano ballerini immobili, le spiagge bianchissime alzano polveroni simili a sciami di mosche bianche e finissime.

Quando ci fanno uscire per la solita passeggiata? Manco fossimo carcerati nell’ora d’aria, il cortile è angusto e i ragazzi si dividono tra un vecchio calcio balilla arrugginito e un radio grossa da cui esce un rap scadente, nell’angolo di un muretto sdrucciolato una ragazza si porta le ginocchia sul petto liscio, quasi inesistente, forse avrà la mia età, mi guarda fissa, senza sosta, mi sento infastidita, ma chi non lo sarebbe al mio posto?

Forse ha capito di smetterla perché toglie gli occhi da me e si alza come per andarsene ma poi cade a terra in modo violento, nessuno ci fa caso, nessuno la raggiunge, allora le corro incontro, vedo del sangue sporcarle le mani, spero che non pianga, non lo sopporterei.

“Ehi, stai bene?”

La vedo piena di sangue, non può stare bene.

“Sì.”

“Sicura? Come ti chiami?”

“Marika, e tu?”

“Ylenia. Posso fare qualcosa per te?”

“Sai mica dove posso comprare una cartina stradale?”

La ragazzina che ho di fronte ora mi sorride, di piangere non ha nessuno voglia, nonostante il male bruciante che so benissimo invaderle le ginocchia e i gomiti.

Giugno 2006

Livorno

Sono arrivata da poco e già vorrei andarmene, divido la stanza con altre tre ragazze più grandi di me, sotto ricatto mi hanno già detto che prima di partire devo lasciare loro qualcosa di mio, non mi hanno detto quale sia il rischio a non farlo, ma ho capito che fanno sul serio, più che paura ho disgusto, sento montarmi dentro l’isolamento che forse io per prima mi impongo, non voglio unirmi a loro, fare parte di questa vacanza che ha il sapore di un riformatorio di tanti anni fa, lascerò comunque qualcosa a loro perché sono fatta così, lo avrei fatto anche senza il ricatto, anche se di loro non voglio sapere più di quello che mi è necessario, i nomi e forse il perché sono lì, ma se dovessero chiedermi la stessa cosa, io non saprei cosa rispondere.

Perché sono qui?

Ancora non me lo spiego mentre da sotto la finestrella della stanza qualcuno ha messo a tutto volume la canzone “Applausi per Fibra” e intanto la mia testa vibra e mi sento stordita, che canzone stupida, che situazione assurda.

I pini del mare sembrano enormi cappelli con la veletta delle donne del dopoguerra, sono gonfi e bombati, eleganti contro il cielo azzurro in cui sfilano, perfettamente in linea con il tramonto che sta sbocciando appena dietro una nuvola arrotolata come una palla di carta bianca.

Qualcuno da quel cortile pieno di musica mi chiama, sento la voce di Davide prima ancora di vederne la figura, la sua maglia rossa sembra richiamare la discesa del sole, mi sporgo dalla finestra, come un fazzoletto bianco in segno di arresa, pronta a farmi trovare da lui.

“Arrivo.”

Prima di andargli incontro ho una casa più importante da fare, la stanza si è svuotata, sono stranamente sola, ne approfitto e dai jeans celesti estraggo il cellulare, la rubrica dei numeri preferiti inoltra la chiamata in modo automatico.

“Beatrice, sei arrivata?”

“Sì mamma, poco fa.”

“Com’è il posto?”

“Lasciamo stare.”

“Così pessimo?”

“Anche peggio.”

“Mi dai l’indirizzo esatto e il nome?”

“Te lo scrivo in un messaggio appena riattacchiamo.”

“Io e papà siamo a pochissimi kilometri da te, lo sai che se vuoi veniamo a prenderti e scappiamo.”

“Lo so, ma devo resistere, non voglio che ci succeda niente, avremmo tutti contro.”

Saperli così vicini a me è qualcosa di rassicurante e insieme lancinante, essere nello stesso posto e non essere insieme sembra qualcosa di tragico e innaturale.

“Allora resisti patata, sai che comunque io e papà siamo qui.”

Davide mi chiama ancora e qualcuno si sta avvicinando alla porta.

“Devo lasciarti mamma, ci sentiamo presto, adesso ti scrivo il messaggio. Vi voglio bene.”

La ragazza che ho di fronte ha appena aperto la porta e ora mi sorride, vede che sul suo letto le ho lasciato un t-shirt nera con le farfalle fucsia piene di lustrini e due orecchini con le foglie d’argento, le agguanta e le fa sue, sono sole cose penso, anche se sono le mie e mi ripeto che devo resistere, ancora, resistere per non soffrire, ancora di più.

Settembre 2016

Bergamo

Fabrizio si allontana da me in pochi istanti, i gesti a volte sanno essere fugaci come l’attimo in cui si brucia una lampadina, è qualcosa che non prevede una riparazione, una piccola mediazione di momento, o si resta al buio o si cambia luce, prospettiva.

Poco fa ha promesso di non lasciarmi sola con Roberta eppure adesso l’ha fatto, ho sentito nitido il suo distacco, il suo calore lontano dal mio, la mia paura di non riuscire a resistere con quella donna accanto che per così tanto tempo ha raffigurato e impersonato il mio dolore, so che non è il volere di Fabrizio, so che se potesse non lo farebbe, ma non riesco a non sentirmi tradita anche da lui, quando impari a stare da sola e con la fiducia esaurita negli altri, sono gli attimi esatti in cui ti aspetti che qualcuno ribalti quella certezza e te la sgretoli addosso, per ridarti un posto più stabile nel mondo.

Si allontana con il cellulare sulla guancia e mi chiedo come sia sfiorargliela, quel pezzo di carne tenerissimo che appartiene a tutti e nel quale si concentrano i nostri gesti più spontanei.

“Non dovresti essere qui.”

Roberta mi si avvicina al viso, togliendomi di netto la visuale su Fabrizio.

“Nemmeno tu.”

Forse non si aspetta questa mia durezza perché alza le mani senza motivo, come a proteggersi.

“Pensi di avercela fatta solo perché sei scappata, ma le cose rimangono a galla. Pensi che la tua famiglia sia perfetta, di aver risolto tutto, l’unica cosa certa è che comunque vada, a me non succederà niente, ne ho viste tante come te e tante ne vedrò e niente potrà mai cambiare il fatto che tu sei stata qua dentro, niente e nessuno, nemmeno il commissario là infondo.”

Fabrizio è lontano da noi, parla in modo pacato, forse perché è concentrato su di me, con lo sguardo continua a starmi accanto.

Vorrei poter dire a me stessa che le parole di Roberta non fanno male, ma so fin troppo bene quale grossa bugia sarebbe da rifilarmi da sola, so solo che quale che sia la sofferenza, resistere è sempre l’unica cosa che mi resta.

“Mi ricordo della tua famiglia, tu stessa me l’hai detto, genitori separati, tua madre in guerra con tuo padre, la tua unica fortuna è che sei finita qui dentro come educatrice, ma i motivi per cui sei qui, sono gli stessi di chi cerchi di educare. Io sono salva, ma se a Ylenia è successo qualcosa, se non è viva, sarà più difficile mettere a letto i tuoi figli, persino per una come te.”

Indietreggia, non perché le mie parole l’abbiano colpita, ma perché so che adesso ha dei figli.

Fabrizio ci ritorna vicino, saliamo le scale, prima di entrare so che devo resistere per non soffrire alla visione di me che lì dentro torna ragazzina.

Serie: Fino all'ultima paura
  • Episodio 1: Sentimenti negati 
  • Episodio 2: La paura del passato 
  • Episodio 3: Operazione cena fuori al via 
  • Episodio 4: La tormentata decisione 
  • Episodio 5: Il dolore di essere persone nuove
  • Episodio 6: La condizione dei ricordi
  • Episodio 7: L’amore è quello che facevo
  • Episodio 8: L’intromissione delle domande 
  • Episodio 9: Il male è alla luce del sole 
  • Episodio 10: Armi invisibili
  • Episodio 11: Resistere per non soffrire 
  • Episodio 12: È così che deve finire  
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