Sabato

Serie: Sette giorni


    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Sabato
  • Episodio 2: Domenica

Sono nata di sabato, ma dovevo nascere di venerdì. Mia madre mi ha sempre detto che aveva il termine di venerdì. Non ho mai capito cosa fosse il termine, ma neanche ho approfondito. Un po’ mi sconcerta il discorso gravidanza, ma soprattutto il parto. Il momento in cui una testina minuscola esce dal corpo di una donna. Per me dovrebbero chiamarlo: coraggio, non soltanto parto. Ma torniamo a me.

Ho ritardato un giorno sulla tabella di marcia che il ginecologo di mia madre le aveva dato. In ritardo di un giorno. Non ho rispettato la prima scadenza della mia vita. Direi che è perfettamente coerente con la mia vita.

Ho iniziato a camminare a diciotto mesi, per la disperazione e preoccupazione di mamma e papà. Ho fatto giusto in tempo a salvarci da un viaggio a Lourdes. Però ho imparato a chiacchierare già a un anno, è da allora che sono logorroica. Non so come i miei genitori mi abbiano sopportato nel periodo dei mille ‘Perché?’. “Mamma perché oggi piove?” “Perché il sole riscalda l’acqua del mare e la fa salire fino in cielo, dove dei grossi nuvoloni la raccolgono e poi la ributtano giù?” “E perché?” “Per far bere le piante e riempire i fiumi e i laghi” “E perché?”, ecco in quel momento credo che le opzioni erano due. O si stufavano, oppure non sapevano cosa rispondere. Quando mi rispondevano “È così e basta”, non mi davo per vinta e continuavo all’infinito la mia catena di perché.

Ho iniziato la scuola materna con una settimana di ritardo. Mia cugina ha ben pensato di contagiarmi con Bocca-Mani-Piedi, quindi non potevo andare ad infettare tutti quelli che sarebbero diventati i miei amici.

Oggi è sabato, e ho di mattina. Lavoro in un panificio, sto al banco e servo la clientela. Ci lavoro ormai da tre anni. La proprietaria si è affezionata a me, ed io a lei. E anche i clienti, quelli fissi e abitudinari, non hanno neanche più bisogno di dirmi cosa vogliono, lo so a memoria.

E poi parliamo del profumo di pane appena sfornato che mi inonda le narici tutto il tempo. Sono fortunata a non essere ingrassata di trenta chili solo per le squisitezze che maneggio ogni giorno.

Le mie fortune sono: un metabolismo veloce e la voglia di non stare mai ferma.

Ho deluso, non poco, i miei genitori quando ho deciso che non sarei andata all’università. Si aspettavano, che come mio fratello, mi sarei laureata e poi avrei trovato un lavoro. Invece, ho cercato subito lavoro. A dire il vero non sapevo che facoltà scegliere. Non c’era una materia in cui ero più portata, o che amavo alla follia. Non mi sentivo pronta per scegliere. Ho così tante cose ancora da scoprire e da imparare. Non credo sia giusto che a diciotto anni debba scegliere il titolo di studio che dovrebbe farmi scegliere il lavoro della mia vita.

Cosa voglio fare da grande? Non lo so. So che non posso lavorare per sempre nel panificio, anche se lo adoro. Ma la mia strada ancora devo trovarla. Può darsi che mi ci sia trovata di fronte senza accorgermene e l’abbia ignorata. Può darsi che non mi laureerò mai, deludendo le aspettative di chi mi ama. Ma non credo che sarà questo a decidere se sarò o meno una brava persona o una lavoratrice onesta.

Mi sono svegliata più tardi del solito, ma lo so che non farò ritardo. Sono puntuale, in fondo. Ora sento la vocina malefica di me stessa che ridacchia e mi ricorda che lo sono molto, molto, in fondo. Va bene, forse non sono la più puntuale del mondo, ma arrivo sempre in orario a lavoro. Se nel mio DNA non è instillato il senso della puntualità, lo è di sicuro quello del rispetto. Quindi posso dire che arrivo sempre in perfetto orario a lavoro, per rispetto più che per puntualità.

Ieri è stata una giornata abbastanza pesante. Il venerdì è il mio giorno di riposo, anche se non lo passo a ciondolarmi a letto tutto il giorno. Ieri sera non riuscivo a prendere sonno, non facevo altro che ripensare agli eventi della giornata. Mi hanno scombussolato molto. Sono tornata a casa con un macigno sul cuore e gli occhi lucidi. Credo di aver avuto l’aspetto di un fantasma, bianca in volto, la pelle stropicciata e gli occhi come due pozze trasparenti. I miei genitori non mi hanno chiesto niente. Sanno che quando ho bisogno di parlare, di sfogarmi, vado io a cercarli. Mi danno il mio spazio, senza essere troppo opprimenti. Gli sono veramente grata per questo.

Ho spostato la sveglia di un quarto d’ora. Ho dormito poco e male ed è per questo che sono in leggero ritardo.

Ogni mattina da quando è andata all’università, io e Marta, la mia migliore amica ci dedichiamo dieci-quindici minuti per aggiornarci sulla giornata precedente e sulla nuova.

Le sto digitando un messaggio veloce per dirle che oggi non riesco proprio. Sono già pronta. Vado in cucina per fare colazione con mia madre, mio padre è già andato a lavoro. Lei il sabato non lavora. Ama cucinare e sperimentare nuovi piatti. Stamattina ho poco tempo anche per le nostre solite chiacchiere madre-figlia. Bevo il caffè che mi ha già fatto trovare pronto e una fetta di ciambella marmorizzata, il suo pezzo forte, e corro via. Le ho mandato un bacio veloce con la mano e poi mi sono fiondata fuori dalla porta.

Dieci minuti. Il tempo che ci vuole per arrivare al panificio a piedi. Diventano cinque in bicicletta. Stamattina la prendo, devo recuperare il quarto d’ora di sonno in più di cui ho approfittato.

Come se quindici minuti in più fossero bastati a cancellarmi dalla faccia queste orribili occhiaie o a farmi sentire sazia di sonno come otto ore filate. In realtà avevo solo voglia di stare col cervello spento prima di rimettere in moto il caos della mia vita.

Mi ritengo molto fortunata che non piova, a dispetto di quei grossi nuvoloni che sono in cielo. Cerco di trovare sempre il lato positivo di ogni cosa. Altrimenti la vita diventa troppo deprimente. Non sopporto chi trova sempre il peggio, o si sforza di vederlo anche quando non c’è. Come se non ce ne fosse già abbastanza di negatività in ogni giornata. Io ho bisogno di cibarmi di ogni briciolo di positività che intravedo in ogni minuscolo passo della mia vita. Come si ha bisogno dell’ossigeno.

Sto pedalando a tutta velocità, da qui a pochi minuti pioverà e io non voglio diventare un pesce. Non oggi.

Arrivo mentre Adele sta tirando su la serranda, neanche un minuto di ritardo.

“Non hai una bella cera, Diletta cara, sei sicura di stare bene?”

Sono sicura che me lo chiede con fare materno. Nonostante il mio stomaco si contorce, non riesco a rispondere sgarbatamente.

“Ho dormito male e corso un po’ troppo in bici”. Sono le uniche parole sensate che riesco a tirare fuori. Deve essersi accorta della mia poca loquacità e mi lascia stare.

Come ogni sabato mattina che si rispetti, non abbiamo un attimo di tregua. Un continuo via vai di gente che fanno il rifornimento di ogni tipo di pane e dolci vari per il fine settimana appena iniziato.

Faccio una pausa a metà mattinata. Mi fanno male le gambe, non so se è per la pedalata da pazza di stamattina o perché sto trottando a ritmo serratissimo. Entro nel laboratorio e mi siedo. Solo cinque minuti, dico a me stessa. Invidio tanto le persone che fumano, non per la sigaretta in se, ma per il gesto. Si dedicano a loro stessi per quei cinque minuti, si calano nei loro pensieri e non c’è spazio per nessun altro. È un po’ egoista, estremamente dannoso per la salute, ma escludendo il mezzo, io ne invidio il fine. Inventerei una sigaretta capace di isolarci dal mondo e metterci in connessione con i nostri pensieri più intimi. Mi piacerebbe sfruttarla ogni tre o quattro ore, distrarmi da quello che sto facendo e poi tornare alla realtà.

Sono le quattordici e trenta ed il mio turno è finito. Sono distrutta, non vedo l’ora di tornare a casa e buttarmi a letto per qualche ora. Ho proprio bisogno di chiudere gli occhi e lasciarmi andare al sonno. Marta è tornata e ha organizzato un’uscita in insieme a tutti i nostri amici. Non posso presentarmi come uno straccio. Devo tirarmi a lucido. Non voglio dare l’impressione di quella che è rimasta ferma, mentre le loro vite vanno avanti.

Serie: Sette giorni


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Discussioni

  1. Coinvolgente, ho immaginato la protagonista non prendere sonno, spostare la sveglia, correre in bici… Mi è sembrato proprio di sentire l’odore di pane e le sue preoccupazioni… Aspetto il seguito!

  2. Ciao Jessica, il finale lascia aperta ogni possibilità. Inizialmente avevo pensato che l’angoscia della protagonista fosse stata innescata da un evento specifico, ma le ultime righe lasciano presagire che si tratta di un malessere interiore