
Sabato sera
Serie: 11
- Episodio 1: Martedì
- Episodio 2: Mercoledì
- Episodio 3: Giovedì
- Episodio 4: Venerdì
- Episodio 5: Sabato mattina
- Episodio 6: Sabato sera
- Episodio 7: Domenica
- Episodio 8: Lunedì
STAGIONE 1
Quella alla fermata dei taxi mi sembra proprio Jane.
Non ci ha visto. O finge.
– Jane? È lei?
– Tracy… anche voi qui?
Fingeva.
Prego che mamma lasci rispondere me.
– Una visita di controllo, – spiego, dopo il suo via libera silenzioso.
Mamma si morde la lingua. – Di controllo. Sì.
Jane si guarda attorno. – Non c’è nemmeno un taxi.
Sta per succedere qualcosa di grosso a New York?
– Possiamo offrirle un passaggio?
– Non è necessario.
Decisamente no!
– Lasci che le offra almeno un caffè. Per ringraziarla.
Jane china la testa. – Volentieri, grazie.
– Ma non al bar interno. – Guarda me. – È così triste.
Jane, con le mani si sostiene il ventre, fissando ovunque. Tranne dalla mia parte.
– Vado a prendere l’auto.
Seguo il suo sguardo. Scie di condensa si incrociano nell’esiguo spazio visibile tra i grattacieli.
– Non sei obbligata a restare.
Le scie si dissolvono due a due.
– Non fa niente.
*
Mi lascio spingere fino a Park Row, di fronte al parco del municipio.
– Va bene qui?
Jane guarda l’insegna dello Starbuck’s, come una bambina che sta per entrare nel paese dei balocchi.
– Quando ero ragazzina ne sentivo tanto parlare, ma da quando sono in America, non ci sono mai entrata. – È malinconico questo suo modo di ricordare.
– Allora è la volta buona.
La cameriera fa spazio per la sedia a rotelle.
Non ho voglia di mangiare, ma sicuramente mamma insisterà. Dirà che non ho più niente nello stomaco, dopo la lavanda gastrica. E allora prendo un caffè normale e un donuts alla glassa di fragole.
Jane invece si alza e va a leggere il menù.
– Cerca di essere gentile con lei, – mi sussurra mamma all’orecchio.
Vorrei risponderle a tono, ma Jane sta già trascinando la sedia per accomodarsi.
– Cos’ha scelto di buono?
– Ha un nome così lungo che l’ho già dimenticato.
– Per chi è il double? – domanda la cameriera.
Jane ci guarda, poi alza il dito.
Il Caramel macchiato è per mamma.
Posa il caffè davanti a me e lo scontrino in mezzo al tavolo. Mamma è più veloce e lo prende. Spazza l’aria con la mano in un gesto eloquente.
– Niente affatto. Lei è ospite, Jane.
Sorseggiamo le bevande. Guardo a turno le due donne. I loro volti illuminati dal riflesso del sole attraverso la vetrina.
– Ti piace?
– Non avevo idea della quantità. C’è davvero da bere per due. – Si tocca la pancia.
– Avrai capito che noi americani siamo esagerati in tutto, – sta al gioco mamma.
– Da quanti anni vivi qui? – intervengo io a far evolvere la conversazione.
Jane allontana da sé il bicchiere, forse sazia. Fruga nella borsa, si ferma, riprende. Estrae una foto e la posa tra noi. Un uomo le tiene un braccio attorno alle spalle.
– Questo è Antony. – Esita. – Mio marito.
Mi suona come un’ammissione di colpa.
– È venuta in America per amore, eh?
Arrossisce un po’. – Già.
– Racconti, su! Mi piacciono le storie d’amore.
Eccola che ritorna alla carica.
– Ho conosciuto Antony nel 1993. A Denver. Alla Giornata Mondiale della Gioventù. – L’incontro dei giovani con il papa. – Fu il mio primo viaggio in aereo. Un momento davvero speciale, ma non avrei mai pensato che mi avrebbe cambiato la vita.
Mamma pende dalle sue labbra.
– Io e Antony ci incontrammo di nuovo a Parigi. Sempre alla GMG. Venne apposta per vedermi. Io non riuscivo a credere di essere così fortunata da aver trovato l’uomo delle mia vita. Aveva attraversato l’oceano per me… – Qualcosa di infelice si è impossessato di lei.
A questo punto riprende il bicchiere e ne beve il contenuto ormai freddo. Continua a brevi sorsi per diversi minuti.
Provo un abbozzo di sintonia.
Mamma le posa una mano sulla sua.
– Va tutto bene, Jane?
– Può accompagnarmi a casa, per favore?
Si alzano. Mamma va a pagare.
Jane mi rivolge uno sguardo di solidarietà. Io non resisto a lungo e abbasso gli occhi. Sembra che abbiamo entrambi sofferto della stessa pena.
Ci guida verso casa sua, dandoci indicazioni con una voce da navigatore.
Scende ai piedi di un grattacielo all’angolo tra East Broadway e Seward park.
– Grazie per il passaggio.
– Lunedì sarebbe il giorno dell’uscita.
– Lunedì verrà Heather. Io ero solo una sostituta. E poi martedì è il gran giorno.
– Ahhh! Che bello! Auguri!
– Grazie. Auguri anche a voi.
Si avvia verso l’ingresso. La goffa andatura da partoriente all’ultimo stadio.
All’ultimo stadio.
Come me.
Rivolgo gli occhi alla strada.
– Addio, Jane, – sussurro.
*
Cerco nei cassetti del mobile tv la videocassetta di Top Gun. Me la rigiro tra le mani. Da ragazzino lo sapevo a memoria, ma ormai è molto tempo che non lo guardo più.
Il sabato era la serata cinema. Abitavamo ancora a Coney Island, dove un ristorante messicano faceva una promozione speciale. Io e mamma ordinavamo due menù completi e in omaggio ci veniva portata una videocassetta di Blockbuster.
A mamma piacevano i film d’amore. A me un po’ meno.
Appena iniziati i titoli di coda, mi chiedeva se mi era piaciuto. Io mi mettevo a succhiare dalla cannuccia, lasciavo apposta un ultimo sorso di Coca per non dover rispondere.
Papà era di stanza a Norfolk, Virginia. Il 4 luglio 1986, festa dell’indipendenza, tornò a casa per il fine settimana. Per la prima e unica volta mi portò da Nathan’s, ad assistere alla gara di mangiatori di hot dog. Uomini e donne mingherlini che ingurgitavano cibo. Avevo il vomito io per loro.
Il locale era tutto decorato di bianco, rosso e blu. Grandi bandiere pendevano dal soffitto e ornavano le finestre e i clienti. Il tifo era indiavolato e l’alcool scorreva a fiumi.
Mamma si divertiva un mondo, mentre papà manteneva già un certo contegno, che avrebbe esasperato con il progredire della carriera. Come se avesse troppe responsabilità su quella popolazione intenta a gozzovigliare, per lasciarsi distrarre o, peggio ancora, emozionare.
A pranzo seguimmo la fiumana di persone che si dirigeva alla spiaggia di Coney Island, per il pic-nic tradizionale. Ci aspettavano i suoi colleghi con le rispettive famiglie. Alcuni dei loro figli li conoscevo già, per aver frequentato la scuola insieme.
Solo lì, in compagnia dei suoi commilitoni, lo vidi lasciarsi andare, anche a battute piuttosto pesanti, che mettevano in imbarazzo mamma.
Ecco, lui era fatto così, passava da un estremo all’altro. Finché non raggiunse uno specifico estremo e la bussola del suo comportamento avrebbe sempre indicato la medesima direzione.
La sera dopo fu la mia prima volta al cinema. Stretto tra mamma e papà, un bidone di popcorn davanti – non sarebbe stato cinema senza popcorn –, vedemmo un film in cima alle classifiche di quella primavera.
Top Gun.
Una vera e propria apologia della superiorità morale degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo. Ovviamente, ragazzino com’ero allora, non potevo che essere orgoglioso di ciò. Tanto da chiedere a papà come si faceva ad arruolarsi nella marina, come lui.
Ricordo che mi guardò piuttosto stupito. Era la prima volta che mostravo autentico interesse per la sua vita fuori dalla nostra famiglia. Perché sapevamo poco del suo lavoro. Io praticamente niente.
Lui rispose che ero ancora piccolo, ma che molti giovani, dopo aver visto Top Gun, sarebbero corsi ad arruolarsi.
Era quello il sogno americano?
In effetti successe come aveva detto.
Alla fine io non sarei stato tra questi. Il nostro rapporto si deteriorò, tanto da non voler condividere niente della sua vita. Come lui condivideva poco o nulla della nostra.
– Cosa stai cercando?
Non mi sono accorto dell’arrivo di mamma.
– Niente.
Si siede sul bracciolo del divano, si passa più volte un dito sotto gli occhi. Spingo il cassetto e rimango a osservare il sistema di frenaggio che lo lascia chiudere lentamente.
– Sai, tesoro, non è detto che i medici abbiano ragione. Non è come la matematica, la medicina. – La voce sembra fradicia di lacrime.
Mi trascino sul tappeto, fino alla poltrona, e mi siedo con la schiena contro il fianco. Strofino la superficie setosa, mentre i disegni geometrici mi pungono le dita.
– Tu sapevi di papà? – domando a bruciapelo.
– Sei ancora arrabbiato con lui, dopo così tanto…
– Non dovrei, forse?
Alza gli occhi, come sorpresa da un particolare così evidente da essere passato a lungo inosservato.
– È per questo che volevi… farlo ieri.
Sostengo il suo sguardo sbavato con il mio, asserragliato. Pronto a resistere alle sue lacrime. E alle mie.
– Come hai potuto permettergli di trattarti così? Tutti e due! Sua moglie e suo figlio, trattati come… come… due dei suoi soldatini ubbidienti!
Appoggio le mani a terra e ci metto tutta la forza che mi rimane, per tirarmi in piedi. Mamma accenna ad alzarsi, ma la respingo con un gesto secco.
Aggrappandomi a quello che trovo sulla mia strada, mi dirigo in camera.
– E volevi far pagare a me la tua rabbia? – La sua voce è dura, ma per difendersi, non per attaccarmi.
Mi fermo sulla porta.
– Che differenza fanno due giorni in più?
– E se fossero di più? Non sta a te scegliere.
– Scegliere è l’unica cosa che mi era restata.
Si avvicina.
– E ce l’hai ancora! Puoi scegliere di vivere ogni minuto che ti resta.
Superando le mie blande resistenze, mi stringe i fianchi in un abbraccio. E io continuo a guardare davanti a me, quel poco da vivere che mi resta.
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Molto bello, mi è sembrato di essere lì…
Grazie.