storia di una tanguera

Storia di una tanguera

Passeggiando sul Lungotevere, con gli occhi all’insù, si possono percepire le vibrazioni di un’eco che dal passato torna e risucchia oltre ogni rumore del presente.

Venendo da Nord, sul lato destro della strada, proseguendo verso Trastevere, le case sono piccole cartoline, incardinate su un’altra era senza darsi tanta pena di nasconderlo. Le prime volte che attraversavo questa sponda di Tevere, mi chiedevo quali eletti avessero la fortuna di vivere con un affaccio così privilegiato, a cavallo del tempo.

A vivere in una di quelle case, pensavo, non si può non essere felici. Umidità e zanzare a parte, sei nella storia e la storia ti abita. Per Ardesia, però, non era così. Lei viveva di memoria e la sua tristezza sembrava scorrere fino al fiume. La storia di Ardesia non è l’epopea dei centurioni, non è la storia di Aurelia Cotta o Lucilla, a lei è stata destinata un’altra sorte più eroica, forse, ma comunemente sconosciuta. E così mi pare di rivederla in quel pomeriggio d’estate quando sollevai gli occhi verso le persiane spalancate della sua casa a ridosso del Tevere.

Ardesia posò lo smartphone sulla scrivania. Avrebbe voluto inviare il messaggio appena scritto, ma il retaggio della sua lunga abulia, la teneva fortemente ancorata ad un passato troppo presente. Urgeva meditazione e intanto il messaggio rimaneva in sospeso, come accade alle persone nel limbo del gate, quando pronte all’imbarco, l’imprevisto le trattiene tra un cielo che non decolla e una terra già lontana.

Ardesia era seduta di fronte al pc in preda all’ansia e si lasciò ruotare più volte sulla poltrona girevole per alzarsi di scatto al terzo giro. Nel mettersi in piedi, barcollò e per non cadere allungò la mano sulla maniglia della finestra. La girò, e si sporse con i suoi pensieri esposta al mondo esterno. Avrebbe voluto un segno, ma dalla strada sopraggiungeva lo smog e il caos delle macchine, incasellate disordinatamente nell’ora del rientro pomeridiano. Seccata si richiuse dentro borbottando qualcosa in merito alla compromissione dell’ecosistema e al buco dell’ozono.

Tornò a sedersi per tentare di chiudere l’articolo da inviare al giornale il giorno dopo. Ma nel farlo sapeva che doveva affrontare un fantasma. “Ebbene sia” fu il suo pensiero poco convinto, poiché la mano destra le tremava, mentre faceva vibrare il mouse. Il monitor si illuminò, rimandandole le immagini in stand by di due corpi allacciati in un abbraccio di tango. Una vecchia playlist di youtube saltata fuori chissà come e il suo olografico universo di certezze si stava smaterializzando. L’aria dello studio era satura di tensione, credo che anche gli oggetti intorno a lei ne fossero consapevoli. Sembravano tutti volutamente immobili, tesi ad attendere il pericolo incombente che da un momento all’altro avrebbe rovinato su di loro. Quello più spaventato era il cellulare, lui sapeva di essere il contenitore di un contenuto scottante.

Ardesia parve intuire i timori del piccolo aggeggio elettronico “Cristo non mi guardare così, lo sai che non avrò mai il coraggio di inviare questo messaggio… Adesso basta.” Ardesia si rialzò dalla poltrona girevole, aveva perso la concentrazione per scrivere e uscì dal suo studio. Con poche falcate raggiunse la stanza da letto e l’armadio. Il gigante silente era la sua meta, l’unico arredo nuovo, poiché il resto della mobilia era riciclata tra mercatini dell’usato e usato degli amici. Quando ancora frequentava il mondo. Perché gli amici se ne erano andati, li aveva collassati lei, per non avere seccature nel vivere il suo lutto e le sue colpe.

Ardesia si piazzò davanti allo specchio dell’armadio, guardandosi con un’aria tra il curioso e lo sgomento. Lei era quella donna? Un corpo troppo magro, infagottato, in una t-shirt extralarge e i pantaloni di tuta maschile. E quel volto opaco? Sembrava avvolto dentro la velina che si usa per trasportare o, per riporre, certi fragili oggetti che hanno la sola funzione di complicare la vita a chi se ne deve prendere cura.

“Cristo” fu la sua unica osservazione. La realtà è che Ardesia aveva un’anima dannatamente viva e nel conflitto tra morte ambita e improcrastinabile desiderio di uccidere la colpa, pensava che per non sollevare il peso del vincitore, bastasse incartapecorirsi il cuore.

Iniziò a svestirsi.

Il primo capo a decollare sul pavimento, fu la maglietta bianca e compiuto quel primo gesto liberatorio, iniziò la sua corsa per slegarsi da ogni inutile stoffa che si era incarnita sulla sua femminilità.

E fu nuda e libera di fronte al suo riflesso.

Il lungo letargo dell’eros adagiato tra le cune e le curve della sua pelle pallida iniziò ad affiorare lentamente. Ardesia lo seguiva come in trance sfiorandosi le linee discontinue e azzurrognole delle vene. Scendendo dalla curva dei seni, risalendo oltre gli inguini in un viaggio archetipale che la riconsegnava al presente con una nuova pelle.

L’ultimo ostacolo tra lei e il presente era solo quel segno impercettibile sul ventre, proprio dove le dita di Ardesia si erano pietrificate e chiuse a gabbia su di esso.

So verso dove i suoi ricordi stavano approdando: sul vuoto. Lo stesso vuoto che la avvolse l’ultima volta che vide Giulio. Le loro urla avevano raschiato contro i vetri della stanza da letto dove, da più di un’ora, litigavano. Prima dell’oblio, Ardesia ricordava, soltanto, il frastuono della porta di casa che sbatteva contro la sua impotenza e, sul comò, le sue amate rose rosse, ondeggiare al silenzio surreale abbattutosi come una tempesta dentro le sue orecchie.

Aveva abbassato lo sguardo per cercare un appiglio a cui aggrapparsi, non per mettersi in piedi, ma per sopravvivere al naufragio. Un liquido vermiglio si stava allargando rapidamente, formando una specie di gonna scampanata intorno al suo bacino. Seduta per terra, senza forze, affondò con orrore la mano destra nel suo sangue. E prima di accasciarsi come uno stelo dimenticato in un vaso senz’acqua, si rivide fasciata nel raso rosso del suo ultimo abito da tango. Poi aveva chiuso gli occhi abbandonandosi all’assenza dell’abbraccio.

Erano le ore imprecisate, di un giorno inserito a caso dentro uno dei dodici mesi di un anno non pervenuto, una via incrociata ad un’altra e al termine d’essa un grande parco e un ospedale.

Ardesia si svegliò, a causa di un intenso odore di disinfettante che le bruciava la gola e le narici. Ruotò gli occhi intorno a sé senza muovere un muscolo, scorse una flebo che, goccia a goccia, si infilava nei canali vitali della carne, ma lei era distante dalle sue vene. La sua anima, come un sudario, si adagiava sul suo corpo da sopra il lenzuolo inamidato di un letto d’ospedale.

Un uomo col camice bianco entrò nella sua stanza, Ardesia gli piantò gli occhi addosso con il suo mucchietto di domande raccattate dal fondo della gola, sapeva che non sarebbe riuscita ad articolare suoni umani a causa della bocca incollata per la secchezza della saliva. Il leggero tremore del viso la faceva apparire simile alla fiamma di una candela in consunzione.

La mano del medico si chiuse con estrema dolcezza sulla sua spalla, scavata dal prolungato digiuno. L’unico segno di tensione dell’uomo era una vena che pulsava ininterrottamente da dietro la pelle del collo. Neanche la rada peluria sfuggita alla rasatura del mattino, riusciva a celarla.

– Ardesia…–

L’esordio di quelle parole con pausa caddero dentro la testa di Ardesia come certi sassolini piatti, tirati con attenta sapienza, per ottenere il maggior numero di rimbalzi dentro l’acqua ferma di un lago.

Lei intuì nella pronuncia del suo nome tutto l’universo dell’ineluttabile, il dolore cominciò ad entrarle e ad uscirle dal petto insieme al suo respiro.

-Abbiamo fatto il possibile, ma… il suo bambino… –

Ardesia conobbe in quell’istante il suono del cuore che crepa e anche lei crepava sotto una mitragliata di spine strappate alla carne delle sue amate rose rosse.

-Quando potrò uscire da qui –

La sua voce incolore strideva con il male perforante che le bucava gli occhi.

La mano del dottore le aveva lasciato la spalla e sembrava vagare intorno al corpo inerme di lei, alla ricerca di un punto dove il suo tocco potesse portarle sollievo, ma alla fine del giro si piantò sulla cartellina che stringeva con l’altra.

-Domani faremo gli ultimi esami, se è tutto a posto, tra un paio di giorni la dimettiamo –

Ardesia rimase in silenzio. Anche i suoi occhi tacevano.

Il dottore pensò che a quel punto il suo compito fosse esaurito e fece un passo indietro prima di voltare le spalle alla sua giovane paziente. Ma il sollievo di sottrarsi ad uno dei doveri più grevi della sua professione, durò brevemente. Al candore del suo camice si era aggrappata la mano sottile e scarna della donna. Lui si voltò in direzione della presa e osservò la pelle del suo polso e dell’avambraccio, sottile che sembrava un velo di garza e si vedeva il colore del sangue, e il suo fluire, tra le sottili gallerie arteriose.

-Come sono arrivata qui –

La voce di Ardesia somigliava alla sua pelle.

-Sua sorella. Le ha salvato la vita–

-Sarebbe stato meglio di no –

Dagli occhi del dottore schizzò un lampo di rabbia, che subito riafferrò, pigiando con l’indice sinistro, la leggera montatura dei suoi occhiali dal centro verso il naso.

-La vita è un dono Ardesia. Domani vedrà le cose in modo diverso –

-Professore avere del tempo non è sinonimo di avere un domani–

Il dottore le si avvicinò.

-Sua sorella mi ha detto che lei è una grande ballerina di tango –

Il volto di Ardesia fu attraversato per un istante dal colore rosso del sangue vivo, coprendo le sue guance diafane.

– Tutto finisce, quando la musica cessa –

– Chi ha il tango nel sangue, non può cadere-

Per un attimo gli occhi di Ardesia rimasero sospesi sulla consapevole risposta del professore, poi ripresero le fila della realtà e si limitò a rispondergli con una battuta che avrebbe voluto essere ironica:

-E lei che ne sa di equilibrio – “e di morte” aggiunse nella sua testa.

Poi inarcò la schiena come se cercasse una posizione migliore e si rese conto che le sue dita erano ancora aggrappate al camice del dottore. Lo guardò per l’ultima volta, ricondusse il braccio accanto a sé e chiuse gli occhi, portandosi dentro lo sguardo rassicurante di quel medico qualificatosi come esperto di vita, di morte e di equilibri e se non fosse stata spezzata dal dolore si sarebbe accorta anche del suo fascino e del suo accento vagamente straniero. Non lo rivide più neanche nel giorno delle sue dimissioni.

Ci sono le interruzioni che spezzano la vita di un individuo e ci sono quelle che offrono una via di fuga da una sorte prestabilita. Per Ardesia era il momento di un’interruzione del secondo tipo.

Lo squillo del cellulare la strappò alla sua lotta intestina.

Mentre correva verso il telefono, si rese conto della sua nudità. Imbarazzata, come se dalla cornetta potessero vederla, afferrò al volo un pareo azzurro adagiato sul letto, e dopo esservisi imbalsamata dentro, agguantò l’oggetto trillante battendo il mignolo del piede sinistro contro la zampa del comodino.

-Cazzo… Emm pronto? –

-Ardesia… ma…ma che modi-

Era sua sorella.

-La parolina sorboniana non era per te sorellina. Ho perso un piede per risponderti –

– Come se non ti conoscessi–

Ardesia si lisciò i capelli con la mano libera e nel farlo il precario abito le scivolò dal corpo, stavolta, imprecò nella sua mente

-E’ una settimana che mi eviti… –

Ardesia cercò di balbettare qualcosa circa un un manoscritto da correggere, torcendosi in arzigogolate posizioni per riavvolgersi dentro il pareo.

-Piantala ,vengo da te stasera… –

– Non ne parliamo proprio. Cinzia senti, stavo scrivendo un articolo. Non ho tempo per le tue manie sulle mie sparizioni, stasera lavoro e… scusami, ma mi fa male il piede–

Ardesia rivoltò gli occhi al cielo -Sorellina ho un dolore cosmico al mignolino del piede. Urge ghiaccio. Domani, giuro –

-Ma, … –

Ardesia cercò di non offrire altri varchi alle farneticazioni della sorella e la congedò con un secco ciao.

Chiuso il telefono, il messaggio non inviato le si rimaterializzò davanti facendola tremare al pensiero che distrattamente avrebbe potuto premere invio.

Pigiò l’indice sul tastino laterale, che blocca la tastiera, e il piccolo monitor con i suoi pericolosi contenuti caddero nell’oscurità. Provò a ricordare come era finita dentro quel pareo azzurro e desiderò poter avere un tastino che oscurasse anche lei.

Si srotolò dal pareo ed entrò in bagno. Aveva bisogno di una doccia, poi avrebbe deciso sul destino del messaggio in stand by.

Dopo una rapida asciugatura ai capelli buttando più volte la testa in giù, sotto il getto del phon, guardò l’ora, erano quasi le dieci di sera. Si affacciò nuovamente alla finestra con vista sul Tevere, il traffico, adesso, era regolare. La stagione estiva era all’inizio e anche lei meritava un’altra stagione calda.

D’istinto corse all’armadio. L’anta prescelta scricchiolò leggermente. Davanti a lei una fila di abiti da tango di ogni foggia e fantasia. Affondò la mano tra i tessuti lucidi e morbidi e alla fine ne scelse uno: rosso come il fuoco che le si era acceso dentro. Raccolse qualche ciocca dei lunghi capelli con un fermaglio dello stesso colore dell’abito, dietro la nuca, tolse le scarpette da ballo dalla velina e le sistemò dentro l’apposita sacchetta, prese la pochette, le chiavi della macchina e infine il cellulare col suo contenuto scottante e fu fuori.

Era l’ora di maggior afflusso alla milonga. Ardesia continuava a fissare quel luogo che era stato tutto per lei e a cui tutto, gli aveva attribuito, di averle portato via. Ma non era così, ora che il sangue aveva ricominciato a scorrerle, adesso che la musica era tornata, adesso sapeva che una tanguera non può cadere. Tirò dentro tutta l’aria che i suoi polmoni potessero contenere e oltrepassò l’entrata. Appena dentro la riconobbero in molti, tutti sapevano, ma negli occhi dei suoi vecchi amici non c’era segno di compassione, solo la gioia di riabbracciarla.

Ardesia rientrava in pista e il suo danzare era nuovamente nella storia.

Aveva già ballato un paio di tande, e, contrariamente a quanto temeva, la lunga assenza dalle milonghe, non le aveva tolto la scioltezza del passo, l’equilibrio, in tre parole il sentimento del tango.

Se ne stava seduta sorseggiando la sua gelata Schweppes al limone, appagata e affrancata.

Forse per questo sussultò quando l’ombra di un uomo si frappose tra lei e le luci soffuse della pista da ballo. Ardesia sollevò gli occhi pensando di rifiutare con gentilezza l’invito, aveva troppo caldo, e voleva rilassarsi qualche minuto, prima di ricominciare a ballare, ma i suoi occhi restarono intrappolati dentro la profondità di quelli dell’uomo, che lei ricordava con gli occhiali, e che ora, senza camice bianco e cartellina, le tendeva la mano con un sorriso complice.

– Dottore, lei? –

– Aquì estoy Marcial–

Ardesia sembrava colta da un’allucinazione.

-Non c’è un divieto al tango per i medici – rispose il professore divertito dall’espressione sorpresa di Ardesia.

– Allora bailamos? –

-Ma certo, ora capisco perché lei sapeva … – e senza terminare la frase allungò la sua mano verso quella del professore.

Ardesia sentì il suo palmo accoccolarsi dentro quello di Marcial e senza respirare si avviò con lui sulla pista. La confusione e l’emozione le fecero sbagliare miseramente i primi passi, infierendosi dei grossi pestoni con i suoi tacchi a spillo sul dorso del piede. Doveva respirare, ma l’abbraccio di Marcial era una morsa di fuoco sulla sua schiena. I loro corpi si muovevano sulla pista senza sentire il bisogno di esternare alcuna coreografica sequenza di adorni. I loro passi scivolavano sul pavimento liscio, accarezzando la terra, disegnando figure circolari dentro cui i loro respiri si perdevano e si incontravano come onde contigue aggrappate al mare.

Sul tavolo di Ardesia, il bicchiere di Schweppes trasudava a causa del contrasto tra l’intensa calura esterna e il ghiaccio imprigionato dal vetro. Alcune goccioline d’acqua, accompagnate dalla pendenza del tavolo, iniziarono a rotolare verso il cellulare che lei aveva dimenticato accanto alla pochette. Forse fu il contatto con l’acqua, chi conosce davvero il lato oscuro della rete, ma il telefono si illuminò per pochi istanti sul messaggio mai inviato da Ardesia: “Vorrei…” e nuovamente buio.

-Resta con me stanotte – La richiesta sussurrata di Ardesia, sulle note finali della musica, si materializzò come un tuono dentro l’orecchio di Marcial, perlomeno era questa la sensazione che lei ebbe. La tanda era terminata. Si avviarono in silenzio verso il tavolo. Ardesia prese la borsa, vi infilò dentro il cellulare, cambiò le scarpe e poi alzò gli occhi sull’uomo. Marcial rimaneva immobile davanti a lei. Non le aveva ancora risposto. Avevano ballato per quasi due ore e tutto tra loro era stato tango puro.

Ardesia sporse le labbra verso di lui. Marcial le accolse sulle sue, ma lei sentì un brivido di freddo percorrerla oltre la pelle. Al momento del bacio, il telefonino di Marcial aveva vibrato dalla tasca sinistra del pantalone. Ardesia aveva intuito ogni cosa. Entrambi avevano rindossato la maschera.

Con la regalità del passo degno di una regina, rivedo Ardesia uscire dal locale senza mai voltarsi indietro, con le pieghe dell’abito rosso che le disegnavano farfalle tra le lunghe gambe, la vedo salire in macchina, metterla in moto e volatilizzarsi tra le curve della notte.

Era quasi arrivata a casa, quando un suono dalla borsa la fece sussultare. Con una mano sul volante, in prossimità di un incrocio, cercò di aprire la pochette. Il telefono trillò ancora illuminandosi con l’ultimo messaggio per lei “BATTERIA SCARICA”. Poi, lo schianto.

Ancora oggi, quando mi capita di passare dal tratto del Lungotevere da Nord, verso Trastevere, sollevo gli occhi verso le sue persiane serrate ripensando all’ingannevole luce del suo sms bloccato nell’oscurità della rete, e l’ombra della sete di presente ferma sulle sue labbra gelate. Ci sono interruzioni che spezzano la vita di un individuo, e ci sono quelle che offrono, una via di fuga da una sorte prestabilita.

Ardesia aveva scelto la seconda opzione, ma io ero la prima e l’unica possibile quella notte, quando la incontrai al suo incrocio, sulla mia strada.

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Discussioni

  1. Leggo solo ora, a distanza di tanti anni dalla pubblicazioone. Che meraviglia, Ivana, che meraviglia…non riesco ad aggiungere nient’altro, mi hai colpita testa e stomaco.