
Baboy
Serie: Hotel Zen
- Episodio 1: Ana si è fatta cacciare dall’hotel.
- Episodio 2: Baboy
STAGIONE 1
Al lavoro il mio soprannome è Baboy, letteralmente “carne di maiale”, espressione coniata dal tutt’altro che amabile collega Ronald Park, da cui vengo vessato e perseguitato tutti i giorni con l’aiuto di altri vecchi senatori dell’albergo come la cameriera Fiorella o la governante Gabriela, le due donne più perfide che abbia mai conosciuto.
Al lavoro, il primo che vedo è la mia bestia nera.
D’egli si mormora che sia un bastardo senza ritorno che di rado stecca le mance con gli altri, persino con gli chef che sono tutte teste calde perché prendono vapore in faccia 24/7. Ronald ha cinquantadue anni, fa il facchino ormai da trenta: è uno dei senatori, e il suo nonnismo da kapò è celebre all’interno dell’hotel Zen.
Ronald mi fa sempre brutto con i suoi occhi bianchissimi, da voodoo psicopatico, perché è terrorizzato che io gli fotta il posto o che gli sgraffigni le mance. Ad ogni modo, è inesistente sfida tra me e lui. Anche se io accolgo sempre prima i clienti, aprendogli la porta e sorridendo, è sempre quel piccoletto che s’intasca i soldi. Ronald guadagna un sacco di soldi perché lui sa fare il sorriso giusto: quello dello schiavo contento e sottomesso, esattamente come vogliono i clienti, che nel mio caso invece mi osservano con sguardo odioso perché sono caucasico, con una mono espressività simile a Keanu Reeves in Matrix ma sono povero in canna, e dunque sono un looser che in questo mondo occidentale viene calcolato a malapena, giusto per pagare tasse e farsi sprecare la batteria in lavori di quart’ordine.
In cima a questi c’è Ronald, lo “schiavo buono” con i clienti facoltosi, ma un totale bastardo ed empirico pezzo di merda coercitivo quando si tratta di sottomettere i colleghi. Senza dubbio lo straniero peggiore che abbia conosciuto. Se c’è da prendere le mance, ti passa davanti e, se può, ti abbatte. Pietà per nessuno. Per lui, i cinque o i dieci euro sono come un grammo di roba per un tossico. Ti pesta i piedi, ti sorpassa con una spallata, ti da’ informazioni sbagliate o comandi improvvisi per farti allontanare dal bersaglio, fa la spia a Gabriela quando vai a fumare, tutto per arrivare prima lui alle banconote colorate. Poi fa un sorriso da schiavo liberato al ricco cliente americano, che si sente in dovere di sganciare il soldo.
Gliel’ho fatto notare, un giorno ho detto: “Tu sei un uomo antipatico, Ronald!” “CHE?” “Sei…voglio dire…” “Sta zitto baboy, lavora!” Detesto quel nanerottolo, specie quando torna a cantare il famoso brano italiano Maledetta primavera, stravolgendo il testo a suo favore. “Che fretta c’era? Involtino primavera! Che fretta c’era…”
Serie: Hotel Zen
- Episodio 1: Ana si è fatta cacciare dall’hotel.
- Episodio 2: Baboy
Ciao David,
il sapore di cinismo un po’ sfiancato che mi ha lasciato questo racconto ha dell’ironia nascosta che mi piace moltissimo. Complimenti alla tua scrittura viva e scorrevole, senza dubbio coinvolgente per noi lettori.
Ciao M, ti ringrazio molto… da poco ho finito questa serie, sto iniziando le letture e mi fa piacere includerti nella reader list, ci aggiorniamo!
Ciao David, davvero buono questo inizio di stagione. Ironico, scorrevo e pungente. Un mondo a cui non avevo mai pensato, ma come succede nelle retrovie di ogni palcoscenico, il microcosmo è popolato da esseri umani con tutte le loro vicesitudini. Alla prossima lettura
Il tuo complimento è molto importante e, senza arroganza, ti confesso che nella mia scrittura la prerogativa non è la tecnica ma illuminare “mondi non pensati” e retrovie (mi piace tantissimo questa parola, grande)… quindi: grazie 1000
Ciao David benvenuto e complimenti per il tuo brano di inizio serie.
Mi piace molto l’ironia che usi e lo sguardo un po’ arreso ma cinico del tuo protagonista.
Bellissimo inizio
“persino con gli chef che sono tutte teste calde perché prendono vapore in faccia 24/7”
Questo passaggio mi è piaciuto
Non ho mai pensato al “micromondo” che popola gli hotel: i turisti dimenticano gli addetti non appena ripresa la strada di casa, ignari delle maschere indossate per compiacerli. Eppure, le dinamiche interne devono essere necessariamente quelle di una comunità.
Traspare il senso di comunità, o come dicono in Germania: “Gemenschaft”, tuttavia è una comunità e un microcrosmo fuorviante…
““Che fretta c’era? Involtino primavera! Che fretta c’era…””
Bisogna riconoscere che involtino primavera suona meglio dell’originale
“con una mono espressività simile a Keanu Reeves in Matrix”
Mi ha fatto ridere 😂
Be’, il finale è divertente!
Musicale… 🙂