
Nonna
«Andiamo a salutare Nonna.»
La minaccia di Thoma spinse Willow a correre più forte, per raggiungere un luogo dove nascondersi. Non ebbe molto tempo per pensare, si rifugiò in uno degli armadi al piano superiore sapendo che lo avrebbe scovato anche all’inferno.
Da quando Camille era morta la sua vita si era trasformata in un inferno. Era bella, la sua pelle nera era morbida come il velluto ed i tratti del suo viso nobili; una principessa africana. Lo aveva chiamato “salice” chiedendo a Dio di concedergli la forza necessaria a piegarsi senza rompersi.
L’aspetto di Camille aveva fatto sì che venisse accolta nella casa padronale ed istruita come domestica. Aveva goduto di alcuni benefici, come tenere con sé il figlio pregando il Padrone di non venderlo. Le era stato concesso quel desiderio contrastando i voleri della Padrona. La Signora Agnes non faceva nulla per dissimulare il suo astio e la ragione di quell’odio si poteva leggere sul viso del piccolo.
Willow era bello come la madre e la sua pelle dorata era di un caldo color ambrato. Non fosse bastato, gli occhi color cobalto erano per Agnes un pugno allo stomaco; era il figlio di Padron James, suo marito. Agnes non aveva saputo dargli quella gioia, una malattia contratta nell’infanzia l’aveva resa sterile.
«Dove sei, piccolino?»
Willow si costrinse a non fiatare, trattenendo il respiro. I passi si erano fatti vicini, sentiva le assi del pavimento di legno scricchiolare.
«Cos’hai combinato questa volta?»
Una macchia. Mentre serviva il tè la sua mano aveva tremato e dalla teiera era uscita una goccia che aveva imbrattato la tovaglia di lino ricamata: era scappato, terrorizzato dallo sguardo di Agnes.
Serrò gli occhi con forza, facendosi minuscolo: curvo, contratto, raggomitolato in una palla di stracci.
L’anta dell’armadio si aprì bruscamente e il bambino si sentì afferrare dall’enorme mano di Thoma. L’uomo lo prese per il bavero della camicia sdrucita e lo sollevò per la collottola, allo stesso modo di come avrebbe fatto con un gatto.
«Non impari mai.» Thoma esalò un sospiro di falsa commiserazione. «Prega perché la Padrona decida di farti uscire dalla cantina prima di notte.»
Inutile ribellarsi, inutile chiedere pietà. Se nelle baracche gli schiavi erano uniti nel fare fronte comune alle difficoltà, i cani della Magione erano differenti. Si facevano forti del favore dei padroni, cercando un consenso che li legittimasse come persone e non oggetti. La crudeltà verso i fratelli era esacerbata dall’idea malsana di voler cancellare il loro status: il desiderio di sentirsi diversi, in una fascia d’ombra fra nero e bianco. Rispettati, utili e insostituibili. Dei cani legati ai padroni da un amore malato, non corrisposto.
Willow si lasciò mettere di traverso su una spalla e accettò il suo destino. Poggiò un orecchio sulla schiena di Thoma e cercò il battito del cuore del sorvegliante: quando lo sentì i suoi occhi si inumidirono; era uguale al suo e questo pensiero ebbe il potere di angosciarlo.
Giunti al pianterreno Thoma si diresse alla botola che li avrebbe condotti sottoterra; era già aperta e li attendeva come una bocca spalancata. Mentre scendevano le scale un refolo freddo, umido, avvolse Willow come un velo. Quello sotto alla Magione era un luogo antico; la cantina era stata ricavata da una grotta naturale pullulante di ombre, pregna di umori che trasudavano dalle pareti di roccia: muffa e decomposizione. Dopo averla percorsa per completo si inoltrarono in una porzione circoscritta da muri artificiali. Thoma aprì il catenaccio che chiudeva un locale angusto, senza darsi la pena di mettere a terra il bambino: estrasse la chiave di tasca, inserendola nel lucchetto dall’aspetto rugginoso. Lo posò solo una volta giusto all’interno della stanza. L’aereazione era assicurata da una grata che lasciava filtrare la luce: a quell’ora il sole non aveva ancora raggiunto lo zenit, momento in cui illuminava l’ambiente per completo.
«Non farmi perdere tempo, se fai il bravo chiuderò un occhio e mi limiterò agli ordini della padrona.»
Willow tolse la casacca e la lasciò cadere a terra. Tenne lo sguardo basso, muto, sentendo l’abituale stretta allo stomaco quando Thoma calpestò l’indumento con indifferenza. Stese le braccia, consentendogli di ammanettarlo alle catene fissate alla parete, e quando il sorvegliante prese il frustino chiuse gli occhi.
Willow contò i colpi al contrario, stringendo i denti: le cicatrici si sarebbero unite alle altre, dando nuova forma al reticolato che ricopriva il suo petto come una mappa geografica. Quel castigo era poca cosa, rispetto a quanto lo attendeva.
«Ora ti lascio solo con Nonna. Si sta svegliando, ti terrà buona compagnia.»
Non appena udì del movimento provenire dalla parte opposta della stanza, il tono spavaldo di Thoma si ridusse a uno squittio. Scappò senza dire altro, badando a chiudere il catenaccio dietro di sé.
Willow riaprì gli occhi, immettendo aria nei polmoni. Non guardare lo avrebbe sprofondato nella pazzia, un incubo buio fatto di sussurri, respiri, lamenti. Affrontare Nonna nel pieno dei sensi, gli dava l’illusione di avere un margine di controllo. Una volta aveva avvertito l’alito della creatura sul viso, ma non si era mosso. Quasi a volerla ingannare, nonostante il sangue che gli bagnava il petto e colava in lacrime vermiglie; “Lei” bramava, il sangue. Si aggrappò all’augurio di Camille, pronunciandolo più volte a fior di labbra come un mantra; “piegarsi senza rompersi”.
L’essere si mosse verso di lui, attento a non esporsi alla luce. Il mugolio crebbe di tono e la sua forma iniziò a delinearsi. Il corpo scheletrico pareva avvolto in un sudario, i lineamenti del viso stravolti dal dolore e dalla fame. Non aveva occhi, ma l’olfatto la guidava verso di lui. Nonna era incatenata dalla parte opposta della stanza, assicurata da manette d’argento.
Le catene iniziarono a tintinnare, stridule, graffiando l’aria. La fame prese il sopravvento sulla ragione e la creatura si divincolò dai legami nel tentativo di liberarsi. Avanzò di un passo, fino ad essere sfiorata da un tenue raggio di sole che la ustionò al punto da farla urlare per il dolore. Si ritirò per qualche momento, guaendo, per poi tornare all’attacco con rinnovata foga.
Willow rimase immobile come una statua, osservando il volto macilento esporsi alla sua vista. Un teschio ricoperto da un velo di pelle trasparente, senza più lineamenti distinguibili se non la bocca spalancata. Sapeva che era “femmina” perché così aveva sentito raccontare: Nonna aveva turbato i sogni di generazioni di bambini, era antica quanto quella terra.
Si lanciò verso di lui e il suono dalle catene si fece allarmante; si portò in avanti con il busto e le spalle per tutto lo spazio che le era concesso, strattonandole; la sua pelle, simile a pergamena, iniziò a fumare, dolore e bramosia si unirono in un ululato.
Non per la prima volta, il bambino si chiese quale delitto dovesse scontare. Erano entrambi prigionieri, legati da catene che li rendevano delle proprietà di cui disporre a piacimento. Le loro sofferenze non erano così diverse. Pensare che Nonna fosse una creatura senziente, non una bestia, gli permetteva di sopravvivere all’orrore.
Thoma venne a prenderlo sul fare della sera, consentendogli di uscire dalla cella prima del sopraggiungere della notte. Willow raccolse la camicia, stringendo le labbra al momento di infilarla. Il tessuto ruvido si attaccò con immediatezza alle ferite ancora aperte.
Una volta alla Magione, si ritirò nella stanza che occupava con gli altri schiavi: nessuno si offrì di aiutarlo, era un paria ed averne pietà significata attirare l’ira della padrona. Attese che tutti dormissero prima di raggiungere nuovamente la cantina. Nel desiderio di abbandonare quel luogo, Thoma non si era accorto che il piccolo gli aveva sfilato le chiavi dalla tasca.
Willow aprì il catenaccio arrugginito, cercando una ragione per quella pazzia.
«Piccolo Salice…»
Il sussurro che gli giunse inaspettato ebbe il potere di accapponargli la pelle. Non una voce, ma un eco nella sua mente.
«Avvicinati.»
Willow entrò e vide che la luna aveva illuminato la piccola stanza con la sua dolce luce.
Nonna era ancora addossata alla parete, incatenata, ma il suo aspetto era quello di una donna anziana.
«Uccidimi ed avrai il mio potere. Desidero morire.»
Il bambino ignorò la sua richiesta. «Cosa sei?» se lo era sempre chiesto.
Lei socchiuse la bocca, lasciando intravedere un paio di zanne appuntite. «Tu lo sai, Piccolo Salice. I vecchi pronunciano quella parola a bassa voce: “loogaroo”.»
Willow estrasse dalla tasca il mazzo di chiavi che aveva sottratto al sorvegliante: due di esse erano d’argento. Nel tempo trascorso nella cella aveva notato che la consistenza e il colore delle loro catene era diverso. Quelle di Nonna brillavano.
«Anche se sono solo non cerco la morte: desidero che qualcuno mi voglia bene. Tu cosa cerchi, realmente?»
La donna tacque per un tempo che parve interminabile. Lesse nella sua voce del piccolo una determinazione che accese i suoi ricordi più cari: in un tempo lontano, aveva vissuto in armonia con le altre creature dell’universo. Il desiderio d’amore di Willow la colpì.
«Libertà.» Aprì le braccia in un invito. «Piccolo Salice, se lo vorrai sarò la tua famiglia.»
Willow sentì una lacrima solcargli la guancia. Non era così sciocco da fidarsi di lei, ma volle crederle. Aveva bisogno di quell’abbraccio più che della vita.
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Ciao Micol, pensavo di trovare la classica nonna pazza tanto cara al mondo dei racconti del terrore moderni e videogiochi ed invece rimango piacevolmente colpito nel riscontrare che il titolo è saggiamente scelto per non anticipare nulla. Ho apprezzato molto l’ambientazione della schivitù delle popolazioni di colore nel nuovo mondo, ambientazione decisamente poco utilizzata nei contesti narrativi europei. Bellissima la connotazione drammatica, leggera nelle parole ma devastante tra le righe. Inoltre mi hai fatto conoscere una creatura folkloristica che ancora non conoscevo, pertanto non posso che essere molto contento di aver letto il tuo racconto. Ha saputo tenermi egregia compagnia durante la pausa pranzo.
Ciao Erik. Devo confessarti che mi ha molto colpita che tu abbia definito la mia storia un’egregia compagnia del dopo pasto. Forse perché, anche a me capita di essere galvanizzata nel leggere un racconto horror: spesso ha il potere di rigirarmi la giornata facendomi sorridere e rimettendo tutto a posto. Era da parecchio tempo che desideravo esplorare il tema dello schiavismo e quando sono incappata nella leggenda della loogaroo ho colto la palla al balzo. Sono felice che tu abbia apprezzato.
Avrei gradito un seguito! Comunque ben fatto! Letto in un sorso 🙂
Ciao Sara, scusa se ti rispondo ora. Confesso di aver fantasticato spesso su questa storia, pensando ad un Willow adulto che ha preso le redini della tenuta: vive con una donna matura, bellissima, che chiama Nonna 😀
Non mi convince.
Irrealistico? Sì, probabilmente il comportamento di Willow non avrebbe ragione calato nella realtà. Per fortuna, la fantasia ci concede ampio margine ed è bello lasciare spazio al sogno
I tuoi racconti sono pagine che toccano l’anima. Hai saputo descrivere l’orrore dell’essere schiavo (in ogni tempo), dell’assoggettarsi al male per riscattarsi, hai descritto la FINE dell’essere umano. Tuttavia, c’è un tiepido raggio di luce che ci attraversa, obbliga a fermarci. Il desiderio di amore di Willow e la volontà di essere abbracciato contano più di ogni altra cosa. Nonna… mostruosa non per sua scelta. Un caro saluto, Micol.
Ciao Bettina, ti ringrazio per aver letto questo racconto. Tengo molto a questa storia, sono felice che sia arrivata la luce, era quello che desideravo. L’amore forse non può tutto, ma è in grado di dare la forza necessaria per non perdere una purezza di fondo che rende, in questo caso anche il mostro, esseri umani.
Dal titolo immaginavo altro, ma è perfettamente nel tuo genere 😊
Mi piace come partendo dal personaggio si sviluppano e prendono colore l’ambiente, la storia e le sensazioni…. Complimenti!
PS che belli erano i Lab!
Ciao Martina, il titolo effettivamente era forviante 😉
Sono contenta che tu abbia apprezzato la storia nonostante le tinte dark. Sì, concordo, i lab erano bellissimi riuscivano a tirare fuori dei racconti meravigliosi e mettevano in gioco l’immaginario di tutti: era bello vedere come dallo stesso punto si sviluppassero storie del tutto diverse. Io spero ancora in un ritorno… chissà
quanto capisco questa frase “Non era così sciocco da fidarsi di lei, ma volle crederle. Aveva bisogno di quell’abbraccio più che della vita”….fin da piccola ho sempre amato i racconti horror, ti basti sapere che la mia festa preferita è Halloween e che tutti gli anni curo di festeggiarla con la mia intera famiglia…il lato oscuro, quello delle paure e della magia mi attrae anche se per fortuna, alla fine, la mia luce mi sostiene…il tuo racconto mi ha ricordato di quando da piccola temevo di scendere da sola nella cantina della nonna pensando che nel camino vivesse una strega cattiva: che tu ci creda o no se ci scendessi ora avrei lo stesso iniziale timore…
Ciao Elisabetta, scusa se ti rispondo solo ora ma avevo perso la notifica del tuo commento. L’ho visto solo adesso (e per fortuna). Credo che il peggior orrore sia quello di non conoscere il calore dell’amore, troppi bambini non hanno mai ricevuto un abbraccio. Quanto alle paure, quelle radicate in noi, no: non scompaiono nemmeno da adulti e forse è meglio così. Sono un invito alla prudenza
Non pura paura ma un velo di malinconia e di tristezza. Non scene ripugnanti ma bisogno d’ amore e di speranza seppur in una situazione assai inquietante. Particolare… ma in ogni caso molto bello. Complimenti!
Ciao Simone. Sì, era quella la sensazione che volevo esprimere. A volte il bisogno d’amore è così forte da gettarsi nel fuoco, nella speranza di un solo attimo felice
Ciao Micol, finalmente sono riuscito a leggere questo LibriCK!
Mi è piaciuto molto, complimenti. L’inizio mi ha ricordato “La Capanna dello Zio Tom”, ma poi è arrivata “Nonna” e tutto ha preso un’altra piega. 🙂
La storia è scritta davvero bene e le emozioni sono quasi tangibili.
Un abbraccio!
Ciao Andrea, in effetti mi serviva una situazione tale che mi consentisse di giustificare la prigionia del mio protagonista con Nonna. Ho deciso di ambientare la storia nell’America del Sud nel XVI secolo perchè ho pensato d’immediato alla tratta degli schiavi. Ti ringrazio di aver apprezzato la storia, come al solito nelle mie, per quanto dolci, alla fine arriva un mostro 😀 😀 😀
Ciao Micol, un racconto che mi ha lasciato e trasmesso tantissima malinconia e speranza, un racconto con ottime atmosfere dark horror ed è tutto da gustare, parola per parola. Forse, il migliore di sempre. Davvero complimenti, con questo lab, anche stilisticamente, hai raggiunto il top! Un abbraccio?!
Ciao Tonino, ti ringrazio!
Non mi aspettavo tanto successo, l’ho scritto sull’onda della delusione per il risultato del lab. Probabilmente era lì, in un angolo della mia mente, che attendeva solo l’occasione per uscire 😀
Un racconto triste e malinconico ma bello, complimenti Micol. Chissà se a Willow era convenuto rimanere in quella casa anziché essere venduto… Ora, andando al di là del racconto, voglio dirti perché ho letto la tua piccola opera sorridendo. Proprio un paio di giorni fa, discutendo con amici sulla punteggiatura, una frase riportava un esempio su come una virgola può salvare la vita a una nonna: Ho mangiato, nonna! Togli la virgola e capirai… Ahahahaha Scusami, ma col tuo racconto, a parer mio, la frase calza abbastanza, no?
Ciao Ivan, la Nonna compare sempre dove meno te lo aspetti 😀 😀 😀
Penso che dal loro incontro nascerà qualcosa di buono, spetta a noi crederci
Molto malinconico e “buio”. Immagino che il video del lab abbia tirato da noi questo genere di sentimento, e sono sorpreso dal modo in cui tu lo hai affrontato.
Mi sembra una storia molto “libera”, in cui hai espresso ciò che volevi così com’è. Sbaglio?
Ciao Giovanni, a volte il bisogno d’amore supera quello d’ossigeno. Più che di Nonna, questo è il racconto di Willow e del suo desiderio più grande.
Ciao Micol. Sono d’accordo con @dario-pezzotti sul fatto che si tratta di uno dei tuoi lab migliori. Forse perché rientra più nel mio “genere”. Come sempre il tutto è stato scritto e strutturato al meglio. Il Loogaroo è una sorta di mutaforma? Può essere? Comunque, davvero un bel racconto, complimenti! 🙂
Ciao Giuseppe, ti ringrazio per l’affetto che dimostri verso i miei racconti 😀
La loogaroo è una specie di vampiro che appartiene alla mitologia afroamericana, soprattutto nella zona Caribica. Prende la forma di una donna anziana. Da lì, l’ho interpretata a modo mio.
Posso dirti che questo che questo è il tuo lab migliore? Lo tenevi in serbo, ne sono quasi certo. Veramente brava, hai tutta la mia stima.😊
Ciao Dario, in realtà mi è venuto in mente mentre ero affranta per il Panda 😀
Per ripicca volevo scrivere un horror spaventosamente spaventoso, ma come al solito è venuto fuori a modo mio. Ti ringrazio per la tua stima, è importante, e totalmente corrisposta.
Sulla mitologia, anzi, sulle mitologie, sei una fonte inesauribile! Il loogaroo mi mancava, ed ora mi toccherà approfondire! 😁
Il racconto è davvero ottimo. Perché è davvero ben scritto, perché metti a nudo in maniera efficace alcune delle piccolezze della natura umana, e perché la storia suscita emozione.
Il finale aperto come le braccia di Nonna è la lode dopo il 30! 😉
Ciao Sergio, come ho detto ad Alessandro “credo” che Nonna e Willow, alla fine, formeranno davvero una famiglia 😀
Mi serviva un “vampiro” contestualizzato all’ambientazione e le credenze afroamericane mi sono venute in aiuto. Da lì, mi sono presa delle libertà di interpretazione.
“nessuno si offrì di aiutarlo, era un paria ed averne pietà significata attirare l’ira della padrona. “
Vedi sopra.. 😢
Hai reso molto molto bene questa debolezza (tra le tante) dell’animo umano.
La paura divide
“Si facevano forti del favore dei padroni, cercando un consenso che li legittimasse come persone e non oggetti. La crudeltà verso i fratelli era esacerbata dall’idea malsana di voler cancellare il loro status”
Terribilmente umano, questo. Il debole che si accanisce su qualcuno ancor più debole per accondiscendenza verso chi sta sopra, in un triste circolo vizioso.
E’ una triste verità che non ha tempo, basta pensare alla storia recente e ai campi di concentramento 🙁
Non so se è stata la scelta del Lab a ispirarti questo racconto, se è cosi sono contento di aver contribuito in minima parte alla nascita di un così bel racconto.
La leggenda non la conoscevo e mi hai dato lo spunto, come per il windigo di saperne di più.
Il tema del mostro, costretto nel suo ruolo, ti è molto caro e ci fai sempre centro. Molto bella anche la riflessione sulla diversa percezione della condizione di schiavo, non ci avevo mai pensato mi ha fatto riflettere.Bello tutto.
Anche il finale sospeso è un’ottima soluzione, così ognuno può decidere da se. Io spero che Willow e la Nonna vadano ad abitare a Villa Lugubre dopo aver sbranato Agnes e tutti i suoi tirapiedi.
Ciao Alessandro. La “luce” mi è apparsa in una visione quando mi sono resa conto che il Panda era spacciato. Avevo promesso un horror e avevo una mezza idea su a chi affidare la parte del cattivo (non il mostro), poi il resto è arrivato da solo. Ti confesso che dentro la mia testa Nonna e Willow sono destinati ad essere una famiglia: saranno felici di trascorrere qualche giorno a Villa Lugubre ;D
“Poggiò un orecchio sulla schiena di Thoma e cercò il battito del cuore del sorvegliante: quando lo sentì i suoi occhi si inumidirono; era uguale al suo e questo pensiero ebbe il potere di angosciarlo.”
Questo passaggio mi è piaciuto
E’ duro pensare che i peggiori mostri sono quelli nel cui petto batte un cuore come il nostro
Sempre sul pezzo, Micol. Non conoscevo la leggenda del Loogaroo, l’ho trovata interessante!…
Ciao Kenji, io e mostri andiamo sempre d’accordo 😀 😀 😀
Cara Micol, non finisci mai di stupirmi! Sono affascinata dal tuo sapere. Io sono andata a vedermi la storia di queste Loogaroo, perché non ne sapevo nulla 😔 Un racconto appassionante, sicuramente nel pieno delle tue corde. Dove descrivi eventi atroci con assoluta pacatezza, così come dovrebbe fare ogni buon narratore di genere. Ottimo Lab, brava! 👏
Ciao Cristina 😀
Che dire, io e i mostri ci attiriamo a vicenda 😉 Ho ambientato la vicenza in quel periodo storico perché avevo la necessità di proporre il protagonista come uno schiavo e mi è stato naturale pensare al periodo della tratta degli schiavi
Come al solito, bellissimo racconto offertoci da te, Micol. Mi colpisce e mi affascina sempre molto la tua grande conoscenza di queste figure mitologiche di ogni angolo del mondo, come in questo caso la Loogaroo.
Ciao Raffaele, ti ringrazio per il tuo appoggio, sono felice che anche questo racconto ti sia piaciuto. La luce mi ha subito fatto pensare a una creatura che la teme, da lì l’associazione con il vampiro. Figura trita e ritrita, così ho cercato un’ambientazione diversa come le Colonie del Nuovo Mondo e le antiche credenze afroamericane