
La biblioteca notturna-2
Serie: Resto a leggere in stazione
- Episodio 1: Resto a leggere in stazione- intro
- Episodio 2: La biblioteca notturna-1
- Episodio 3: La biblioteca notturna-2
- Episodio 4: La biblioteca notturna-3
- Episodio 5: La biblioteca notturna-4
- Episodio 6: La biblioteca notturna- 5
- Episodio 7: Era un mercoledì… e pioveva
- Episodio 8: Era un mercoledì… e pioveva-2
- Episodio 9: Era un mercoledì… e pioveva-3
- Episodio 10: Era un mercoledì… e pioveva-4
STAGIONE 1
Apersi le porte e subito fui inondato dalla quiete caratteristica che ogni luogo di lettura sa regalare. Le grandi finestre disposte a schiera su di un lato della sala principale irradiavano l’ambiente di luce naturale. Le scaffalature antiche contenenti tomi e volumi riguardanti i più svariati argomenti sembravano esser tutt’uno con quel posto, come se niente e nessuno avesse mai potuto sottrarle a quella luce o sottrarvi i tomi impolverati che, immoti da tempo, stagliavano il loro giudizio dai ripiani più alti. Frequentavo spesso quel luogo, non solo per le parole che potessi leggere. Il silenzio, d’uopo tra quegli scaffali, era ben raro altrove. Silenzio che ricercavo ben più delle parole che solo in futuro scopersi d’aver bisogno di sentire. Venni accolto da Ada, impegnata a timbrare carte e marcare libri dietro un’imponente scrivania che la faceva sembrare più minuta di quanto già non fosse. Mi salutò con un cenno del capo ed io, in tono basso, risposi al saluto domandandole di argomenti di circostanza.
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L’ insonnia rappresentava per me una costante non troppo dolente. Capitava annualmente e per un paio di settimane il sonno mi era negato. Era febbraio e le due settimane di insonnia m’accolsero d’improvviso. La prima notte insonne è sempre la peggiore. Restai a tenermi impegnato fino alle due di notte, aspettando i soliti sbadigli che preannunciano le disposizioni del mio corpo a cedere al sonno, che non arrivarono. Imponendomi di dormire levai i vestiti e mi coprì con una coperta ben disposta e ripiegata su sé stessa. Con la testa che girava e rigirava gli angoli del cuscino restai supino in attesa del sonno. Adoro la sensazione del calore che un letto sa’ conferire e per goderne appieno usavo, ed uso tutt’ora, di svestirmi completamente anche della biancheria intima. Dopo poche ore mi ritrovai a ragionar su argomenti di dubbia importanza, seguendo collegamenti logici che il mio cervello privo di sonno trovava nei fatti più disparati. Pensai a dei calcoli matematici di cui dimenticavo le origini prima di riuscire a risolverli, ne seguì un elenco delle cose più strane viste quel giorno tra cui una decina di piccioni che si ostinavano a voler rimanere uniti sullo stesso lampione nonostante continuassero a cadere spingendosi giù a vicenda. Mi ritrovai a pensare al passato, ai rimpianti, ad un amore perduto su cui ancora m’interrogo senza averne le informazioni per dargli risposta, o avendo tali informazioni preferisco negarne la risoluzione più deludente. Ripercorsi discorsi pungenti immaginando risposte calzanti da dire, risposte che sul momento non riuscii a trovare. D’un tratto la mia mente aveva iniziato a fare progetti, stabilire programmi e segnare propositi che avrei annullato dopo poche ore. Mi alzai, comprendendo che quella notte non sarei riuscito a dormire, bevvi un bicchiere d’acqua che per poco non sfilò dalle mie mani dandomi ragion d’imprecare nel cuore della notte. Fumai una sigaretta scrutando il cielo, l’aria notturna che filtrava dal balcone semiaperto mi gelava la pelle nuda che anelava le coperte. Non aspettai che il sole per concedermi il sonno e per chiudere tutti i ragionamenti che non avevan trovato spazio per esser degni d’uscire da quella notte.
Quelle due settimane durarono molto più di quattordici giorni, ancora me ne domando. Non ho idea di cosa abbia reso quell’insonnia diversa da tutte le altre. Salutai cordialmente Ada e mi diressi verso i lunghi tavoli in legno che sfilavano tra un muro di libri e un altro. In quei pochi passi ripensai alla notte precedente. Quando si capisce di aver da restare svegli ci si organizza: le mie nottate erano spesso accompagnate da qualche libro, del vino e vari pensieri. Durante la notte si consumano molte meno parole e molte più sigarette, ma in un periodo come l’insonnia non si può fare altro che trasgredire all’ordine: ogni avvenimento svoltosi durante quelle due settimane non è da considerarsi perché come l’uomo non può vivere senza sonno quella non può considerarsi normalità, è dunque un periodo che va finendo dal momento in cui si presenta, non è necessario adattarsi o viverlo con dignità. Quella notte non toccai vino, fumai molte sigarette ma non bevvi. Non lessi pagine d’alcun libro ma passai la notte fissando il cielo notturno attraverso i vetri del balcone. M’accorsi come il mondo s’impegnava per sfoggiare la sua superiorità ad ogni orario: di giorno resta innalzato il sole che impedisce allo sguardo di alzarsi, di notte il cielo si dipinge d’una tela oscura attraverso la quale non possiamo che scrutare le stelle, distanti e irraggiungibili e cariche di convenzioni pronte a valorizzarle. Della luna non si parla perché la luna non ci è amica né si cura di noi, la luna ci guarda solo quando siamo noi a fissarla per primi. Quella notte tuttavia la luna mi fissò, riuscì a sentirla attraverso i vetri del balcone ed il fumo di un’altra sigaretta. Mi fissava, non chiedeva ne muoveva alcun passo, ma mi fissava. Mi parve strano e restai a fissarla a mia volta. Cominciai a parlare. Parlo sempre di me, l’interesse che espongo per gli altri è solo un mero pretesto per arrivare a parlare della mia persona, di qualche avvenimento o del passato. Capita di cercare punti in comune con altre persone per poter raccontare le mie disgrazie e commiserarmi. Non accade così spesso, non mi espongo con persone disgustose, ed io, prima più di adesso, trovavo quasi tutti disgustosi. Tuttavia quella volta fu diverso: mi presentai alla luna, le raccontai il motivo per cui mi trovavo a fissarla e mi sembrò incuriosita. Chiesi di lei, quella volta però, ero davvero interessato. Non rispose, probabilmente non è solita parlare con qualcuno. Chi dorme non può donarle attenzioni e solitamente chi è sveglio ha valide motivazioni per esserlo e, ancora una volta, la luna viene ignorata. Restai calmo per qualche altro istante, poi l’ira. M’alzai di scatto e imprecai in modi che non mi appartenevano, rivolsi alla luna offese che non meritava. Non mi interessavo quasi a nulla, quasi a nessuno, trovai interesse in lei e venni ignorato. Mi sentivo giocato dalla luna stessa. Nell’impeto del momento agii veementemente e senza accorgermene ne sentire dolore bruciai la mano con la sigaretta che fino a pochi istanti prima stringevo tra le labbra. Fissai ancora una volta la luna, non si curò delle mie offese, restò lì, pallida come sempre ad adornare in manto notturno. La sua vista mi calmò donandomi inquietudine. Piansi. Parlai alla luna e piansi. Quella notte pensai a come sarebbe stata la mia vita se fossi divenuto matto. Avrei parlato ogni notte alla luna, avrei vissuto seguendo i suoi consigli. Forse mi sarei alleggerito. Forse mi avrebbe detto lei cosa fare di ogni giorno della mia vita. Quando mi accorsi di aver terminato le sigarette la luna lascio il posto al sole, senza salutarmi. Il sole, invece, mi fece ridere dei miei ricordi scritti pochi istanti prima.
Serie: Resto a leggere in stazione
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Wow, ha meritato proprio una rilettura!
Wow, grazie mille. Mi spiace essere inattivo ultimamente, magari più in là pubblicherò la continuazione.