VERSO LA LIBERTA’

Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: In un istituto di ricerche in Siberia inizia un progetto di ingegneria genetica che mira a far nascere dall'utero di un elefantessa indiana un piccolo mammut lanoso. Il dottor Olivieri si prenderà cura del mammut con suo figlio Alberto che unirà il suo destino con quello dell'animale preistorico.

Curai quel cucciolo di mammut per quattro anni, registrando ogni dato su tutte le fasi della sua crescita. In quel tempo mio figlio Alberto era cresciuto con lui, ci giocava tutti i giorni e gli dava da mangiare delle mele di cui era ghiottissimo; ne mangiava intere casse, portandole alla bocca con la proboscide. Alberto legò amicizia con quell’animale preistorico come se fosse un animale domestico. Lo chiamava semplicemente “Mammut” e quello era diventato il suo nome. Era un gran giocherellone e da piccolo aveva già una forza incredibile. Mi preoccupava molto il modo in cui Alberto ci giocava. A volte il piccolo mammut gli avvolgeva la proboscide attorno alla testa in segno di affetto, ma era pur sempre un animale preistorico e poteva essere pericoloso giocare con lui in quel modo. Continuai ad occuparmi del piccolo mammut fino a quando compì quattro anni. Divenne molto grande e le sue zanne diventarono straordinariamente lunghe. Anche Alberto nel frattempo era divenuto un giovanotto, era cresciuto, aveva cominciato a radersi i baffi e quel poco di peluria sparsa sul viso. In quei quattro anni aveva continuato a studiare tiro con l’arco ed era diventato un vero campione. Mancavano pochi mesi e il contratto con l’istituto di ricerche si sarebbe concluso e saremmo finalmente tornati in Italia. Un giorno, non sappiamo il perché, ma il mammut cominciò a rompere ogni cosa, sembrava impazzito. Intervenne la sicurezza che lo calmò sparandogli addosso proiettili di siringhe narcotizzanti. Appena l’animale stramazzò a terra, gli uomini della sicurezza gli legarono i piedi con le catene e le fissarono a dei robusti pali di legno conficcati nel terreno. Al suo risveglio, il mammut, riprese a barrire e a strattonare continuamente le catene. Aveva una forza fuori da ogni immaginazione, era riuscito a sradicare uno dei paletti a cui era legato.

«È impazzito!», esclamò il direttore mentre si aggiustava incredulo gli occhiali sul naso, «ha idea di cosa gli stia accadendo, dottor Olivieri?»

«Non capisco», risposi, «deve essere il caldo che lo innervosisce.»

«Il caldo? Anche se siamo in giugno, siamo pur sempre in Siberia…»

«Deve essere l’eccesso di peluria lanosa che ha sviluppato quest’anno a farlo soffrire. Ne ha risentito anche gli anni passati, di questi tempi, ma adesso che la peluria gli è diventata più folta dovrebbe vivere nella parte più a nord della Siberia. Qui in giugno è decisamente troppo caldo per lui.»

«Cosa possiamo fare?», domandò il direttore.

«Dovremmo spostarlo più a nord, in una zona più fredda», risposi con convinzione.

«Avevamo previsto per settembre lo spostamento allo zoo di Novosibirsk, per farlo vedere finalmente al mondo, ma non possiamo correre rischi e nella parte nord non abbiamo strutture adatte», disse il direttore, «mi dispiace, ma non possiamo curarci più di lui! », disse. 

«Cosa sta pensando di fare, direttore?», chiesi aggrottando gli occhi.

«Questo mammut è decisamente impazzito. Un animale così grande e per di più folle è pericoloso, non sappiamo come gestirlo.»

«Sia più chiaro, direttore, la prego. Cosa ha intenzione di fare?»

«Dobbiamo abbatterlo, dottor Olivieri!»

«Cosa?! Abbatterlo? Lei è completamente fuori di senno, direttore!», dissi in tono brusco, «non glielo permetterò mai!»

«Cosa crede di poter fare, dottor Olivieri? Ha svolto un ottimo lavoro fino ad ora. Fra meno di tre mesi, il suo mandato sarà scaduto e se ne potrà tornare in Italia con la sua famiglia. La prego di non crearci alcun tipo di problema, lo dico soprattutto nel suo interesse», disse il direttore, con un tono che celava una qualche minaccia.

«Cosa dirà al mondo? Si rivolteranno i popoli di tutta la Terra, e il suo nome sarà infangato!», esclamai rimbrottando.

«Al mondo diremo che il mammut è morto per incompatibilità con l’attuale clima terrestre. È un animale preistorico e ci crederanno tutti», rispose, «arrivederci dottor Olivieri!», si voltò e andò via. 

Tornai a casa e raccontai tutto a mia moglie. Claretta la prese molto male, ma soprattutto era molto preoccupata per nostro figlio.

«Alberto impazzirà se glielo dirai», disse mia moglie.

«Non possiamo non dirglielo, lo scoprirebbe comunque.»

Quando tornò dalla scuola gli spiegammo quello che stava accadendo e subito volle recarsi dal suo amico mammut.

«Alberto, dove vai? Lo sai che senza di me non puoi entrare nell’ISP.»

«Papà, andrò con o senza di te!», disse risoluto. Lo accompagnai e quando arrivammo, il direttore con gli addetti alla sicurezza che tenevano d’occhio la situazione e avevano fissano dei cavi elettrici alle caviglie del mammut.

«Cosa sta facendo direttore?», chiesi secco.

«Lo stiamo preparando, lo abbatteremo domani con una scarica elettrica, non soffrirà.»

«Perché vuole ucciderlo, direttore?!», gridò mio figlio con violenza, «Mammut è mio amico e non glielo permetterò!»

«Ne ho già parlato con tuo padre, giovanotto. Il mammut è impazzito, puoi verificarlo da solo», concluse il direttore.

«Non è impazzito!», disse secco il ragazzo, poi si voltò verso il suo amico e lo richiamò: «Mammut!», poi entrò nel recinto e allungando la sua mano sul viso dell’animale gli sussurrò: «Mammut, ti prego smettila di ribellarti, altrimenti ti uccideranno.»

Come se avesse capito quello che Alberto gli stava dicendo, il mammut smise di barrire e non strattonava più, ma il direttore non si persuase dall’idea dell’abbattimento. Tornammo a casa rassegnati, ma non fu così per Alberto. Nel cuore della notte sentii l’allarme suonare, corsi nell’ISP e vidi che c’erano le guardie armate e Alberto col viso colorato da guerriero in groppa al mammut, con in mano il suo arco e le frecce nella faretra dietro la sua schiena . Aveva liberato Mammut con le mie chiavi e ora voleva uscire dall’istituto insieme a lui, scagliando frecce contro chiunque li volesse ostacolare.

«Cosa fai Alberto? Ti fari ammazzare!», gridai. Un agente della sicurezza fece fuoco sul mammut, colpendolo alla zampa posteriore. Alberto incoccò la prima freccia nel suo arco e la scagliò contro la guardia armata, colpendogli il braccio. «Maledetto ragazzo, mi hai colpito!», esclamò la guardia con un’espressione di dolore.

«Vai, Mammut!», gridò Alberto incitando l’animale verso l’uscita e mentre tirava frecce sugli agenti della sicurezza, colpendoli alle gambe e alle braccia, il mammut si faceva spazio con le sue lunghe zanne e con la proboscide.

«Fate fuoco!», ordinò il capo della sicurezza, «ammazzateli entrambi!». Una delle guardie mirò verso Alberto e gli sparò.

Quando lo vidi cadere a terra, impugnai un bastone di legno e colpii quell’uomo tra capo e collo. Fece seguito una pioggia di proiettili verso il mammut che con un ultimo forte barrito, l’animale si accasciò a terra. Cominciai a colpire a bastonate tutte le guardie che mi trovavo davanti, quando all’improvviso fui colpito dal calcio di un fucile dietro alla nuca e persi i sensi. Mi risvegliai nell’infermeria di un carcere siberiano, con una persona che mi sorvegliava e con la testa che mi faceva molto male.

«Che ci faccio qui?», chiesi scuotendo un po’ la testa per liberarmi dal dolore.

«Stia buono dottore. Per favore, non si muova dal letto.»

«Voglio vedere mia moglie e mio figlio», dissi, «mi lasci andare dalla mia famiglia, la prego!», chiesi alla guardia che mi tenevano prigioniero, e lui rispose con voce grave: «Dottore, la guardia dell’ISP che lei ha colpito è in prognosi riservata e rischia di morire.»

«Morire? …», feci eco con voce rauca. Poi soggiunsi: «E Alberto?… Come sta mio figlio?»

«È stato ferito gravemente ed ora è in ospedale», disse, fra i denti. A un tratto mi si fece il cuore buio e un brutto presentimento si impadronì di me. Il giorno dopo mia moglie venne a trovarmi in carcere e mi disse piangendo e con gli occhi scavati dal dolore che Alberto non ce l’aveva fatta. Il mio cuore si spaccò in due, il mio unico figlio era morto e io dovevo soffrire in carcere, col cuore pieno di sgomento. Dopo quella sciagurata vicenda, mia moglie tornò in Italia, mentre io dovetti restare in carcere fino al giorno del giudizio. Mi fu preclusa la possibilità di seppellirlo e l’unico mio conforto era una sua foto che gli scattai un giorno, mentre giocava felice col piccolo mammut. Fu un anno terribile, l’orologio batteva i secondi che sembravano giorni ei giorni sembravano anni, mentre un dolore profondo mi si era piantato nel cuore come una freccia lacerante. La guardia riuscì a sopravvivere e finalmente, dopo cinque mesi, fui assolto e potetti tornare anch’io in Italia. Tornai a casa con la paura di entrarci dentro ed essere perseguitato per sempre dalle ombre. Varcai la soglia di casa dove c’era ad aspettarmi mia moglie, invecchiata di dieci anni in soli pochi mesi; quel lutto l’aveva terribilmente provata. Fu felice di riabbracciarmi, ma senza nostro figlio la vita non sarebbe stata mai più la stessa. Decisi di non girare più il mondo per studiare animali e aprii un piccolo centro veterinario in città. Un bel giorno vidi arrivare allo studio mio figlio Alberto sopra il suo mammut, mentre il sole del pomeriggio brillava dietro la sua sagoma, ma quando mi avvicinai per abbracciarlo, solo allora mi accorsi che non si trattava di mio figlio.

«Buongiorno, dottore! Lavoro nel circo arrivato ieri in città e questo elefante ha bisogno del suo aiuto.»

Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO


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