Volando tra le nuvole

Serie: La crisi dei nomi


Un bizzarro elefante mi fa vivere avventure particolari.

Camminando camminando, nel bosco tutto uguale, ad un tratto si aprì un grande prato verde dove vidi un elefante che ballava. Di stupore il mio animo s’invase, allorché m’avvicinai ad osservare l’animale che con le zampe eseguiva magnifiche figure. Tanti passi lui compiva, con una, due o tre gambe si muoveva, mai con quattro tutte insieme toccava il suolo l’elefante, ma con le due di dietro o due davanti, due di destra e due mancine, poi incrociava e solo una lo teneva ritto come un angioletto, ed a volte con le zampe tutte in aria solo con la proboscide eseguiva esaltanti piroette.

Allor m’avvicinai e gli fui appresso, quanto basta per essere udito.

“Scusi elefante,” gli chiesi non curante, “che cosa sta facendo esattamente?”

Lui di risposta, con voce melodiosa, grassa e piena e assai giocosa, continuando a danzare disse:

“Non lo so, tu che cosa vuoi che faccia?”.

“Che tu mi dica la verità!”

“Ah no questo io non potrei.”

“E perché tu non potresti?”

“Dimmi un po’ tu che domandare sai, di che colore mi vede il tuo cervello?”

“E’ facile, sei grigio.”

Interrompendo il ballo, ma non il buon umore, il pachiderma, sempre cantando, con quella voce tonda e arancione, chiese spensierato:

“Grigio? Intendi grigio come quell’albero là?”.

Così dicendo tese la proboscide verso il cielo, indicandolo.

“Lì non ci sono alberi,” gli dissi.

“In una bella giornata come questa è difficile trovarli, ma guarda meglio, lì non distante dal sole ce n’è uno piccolino,” rispose l’elefante suonante.

Allora replicai: “Di alberi ce ne sono tanti, tutt’intorno a questo prato, che compongono i bei boschi, ma non di certo su nel cielo”.

“Ma che dici ignorante, i nostri boschi son sì belli ma son fatti di tante nuvole, sulla terra con le radici. Su nel cielo stanno gli alberi, soli o con amici. Questo è certo vero e tu sei in errore.”

Capii immediatamente che questo bizzarro elefante chiamava gli alberi nuvole e le nuvole alberi e non avrebbe cambiato affatto idea. Colto il suo linguaggio adattai il mio parlare: “Sì signor elefante, ora vedo quell’albero lì che mi dici. Ma esso è bianco, e tu sei grigio, come tutti gli elefanti”.

E ridendo mi rispose:

“Sembri matto, tu mi piaci, perché non ti unisci al nostro branco e viaggiamo e giochiamo e parliamo di tanto in tanto?”

“Quale branco? Quanti siete?”

“Tu ed io per adesso. Su, forza, spicca il volo insieme a me ed entriamo dentro il bosco.”

“Caro amico io non riesco a volare, so correre e saltare e lentamente camminare.”

Mentre pronunciavo tutte quante le parole, egli intorno a me saltellava bipede con amore e con un viso piegato e felice lui mi disse:

“Ma che dice questo qua, se tu puoi correre e saltare e lentamente camminare, è certo vero che puoi volare. Guarda me come lo faccio, ci vuole ritmo e un buon dosaggio!”.

“Non è questo il volare, gli uccelli lo sanno fare, quando in aria loro stanno, da soli o con gli amici.”

“Ma che dici ignorante, gli uccelli fan bei balzi e continuano a saltellare, perché mai loro che sanno farlo dovrebbero volare?”

Capii immediatamente che questo buffo elefante intendeva il suo volare come saltellare e al contrario saltellare come il mio volare. Colto il suo linguaggio adattai il mio agire.

“Guarda come voli, hai un talento naturale. Ora forza, tieni il passo e andiamo a viaggiare!”

Così io e lui, tutti insieme lui ed io, ci trovammo in mezzo al bosco tra le nuvole volando.

Serie: La crisi dei nomi


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