Il dolore di essere persone nuove

Serie: Fino all'ultima paura


Settembre 2016

Lucca

I tetti della città nel buio della sera si mischiano a profili di gatti con il manto bianco di luna e finestre incorniciate da tende troppo spesse per individuare cosa stia facendo la gente in quel momento, altre finestre, più moderne, si lasciano scoperte di pelle e sguardi e persone che non sanno nemmeno di poter essere guardate da uno come me, un uomo solo che sotto la credenza con i piatti della nonna ha appena ritirato la Beretta 92 togliendo il colpo in canna e che sulle pareti piene di quadri, non ha altro da fare che guardare i suoi silenzi e le abitudini degli altri.

Il terrazzo dove mi siedo ha l’odore di burro e cotoletta e patatine fritte di qualche vicino qui attorno mentre le ultime rose di settembre alimentano quell’aria fritta con la delicatezza dolce e fresca degli ultimi istanti di bellezza e di estate.

L’oleandro giallo, sotto la luce fioca di una piccola lampada da esterno, sembra oro fatto di cioccolato, flebile e modellabile nel poco vento caldo che arriva addosso ad entrambi, la sdraio di legno chiaro mi accoglie comoda, quella che guardo non è la mia città e la pesantezza di quella giornata solca per me due occhiaie profonde, però casa di mia nonna mi fa sentire protetto, come fossi cullato da una ninna nanna eterna e accessibile solo nel ricordo, si ricerca la libertà nei lunghi chilometri e nei viaggi stranieri e poi a volte poche mura di un qualsiasi posto racchiudono una storia più importante di tutte le altre, sono quelle strutture famigliari e affettive che si possano chiamare casa, le nostra, quella che i cassetti sai sempre dove aprirli per trovare oggetti e riporre vecchie versioni di noi stessi.

Mi sento addosso l’odore di Beatrice, è qualcosa di dolce ma anche speziato, riesco quasi a farne un sapore prepotente e penso al fatto che lei non mi ha nemmeno toccato, non ci siamo neppure dati la mano, quando mi ha trasmesso la sua scia di profumo, sono io che ho voluto coltivarla oppure c’è qualcosa di lei che mi entra addosso così, senza spiegazione?

I Pink Floyd nel disco di qualcuno che non conosco sussurrano lievi, piccoli echi che si perdono appena mi arrivano vicino, una realtà così ovvia per me, wish you were here, e penso a quanti cuori provano quella stessa mancanza che è anche desiderio e guardo le stelle, sorpreso ogni volta di scoprirle essere più lucenti se ascoltate sotto la musica.

Il cellulare squilla, una due tre volte, mi pare non abbia importanza, non in una sera come questa, ma il mio mestiere mi impone di essere presente anche quando vorrei essere spento, quando vorrei che a parlare fossero solo i cantanti, loro che non sono mai stanchi nelle proprie voci riprodotte virtualmente.

“Commissario?”

“Dimmi Debiase, novità?”

“In effetti sì. Oggi sono passato subito nel luogo che mi ha detto, abbiamo chiuso la zona così domani saremo più tranquilli, nel farlo io e Bonetti abbiamo rinvenuto delle tracce.”

“Che tracce?”

“Una scarpa da tennis verde e un giubbotto di jeans da ragazzina. Il giubbotto è sporco di sangue.”

“Cazzo.”

“Sappiamo che è di Ylenia, la ragazzina scomparsa.”

“Che certezza abbiamo che sia suo?”

“Nella tasca destra c’erano diversi fogli, una fotografia stracciata e un documento d’identità, il suo.”

“Capisco. Hai già portato tutto alla scientifica?”

“Sì, domani alla luce del giorno sarà più facile rivelare altro, prima di fare nuovi procedimenti aspettiamo il suo arrivo.”

Le stelle si sono spente, le rose hanno appassito il loro profumo e il disco ha finito la sua traccia, vorrei chiudere la telefonata, ma qualcosa ancora mi aggancia alla voce dell’ispettore all’altro lato di uno schermo come il mio, e nella percezione del dolore il tu va oltre la forma dei ruoli.

“Luca?”

“Sì, Fabrizio?”

“Con la famiglia non una parola finché non abbiamo chiarito la faccenda, la paura che sia morta dobbiamo tenercela per noi.”

“Lo so Fabrizio, lo so. La Mantovani poi alla fine l’hai convinta?”

“Con difficoltà, ma sì.”

“Ma le hai detto tutto?”

“No, non ancora.”

“E che aspetti?”

“Che sia pronta.”

“A domani commissario.”

“A domani ispettore.”

Riattacco, torniamo a essere uomini soli con una sola pistola come compagnia e le paure delle vittime che ormai sentiamo essere anche le nostre.

Dentro la cucina il frigorifero giallo mi propone uova e vino bianco, ho il tempo di una piccola cena e una breve dormita prima di tornare a Bergamo, prima di stamparmi negli occhi l’immagine di un giubbotto sporco di sangue, la rappresentazione di un male successo ad un essere innocente e che io non so ancora come poter proteggere.

La lama del coltello si infila tenera nel burro, quante storie ho vissuto di gente che ha fatto lo stesso con la pelle delle proprie vittime, verbali stampati nella mente e famiglie a cui spesso non sono riuscito a dire niente, se non le frasi banali di circostanza e sguardi impassibili, scuse barricate in divise e distintivi privi di quella confidenza che è necessaria evitare per non diventare parte delle storie altrui.

Il burro schiuma nella padella di rame, metto erba cipollina così sottile da ricordarmi di capelli di Beatrice e poi grattugio un po’ di noce moscata prima di sbattere le uova, quella dolcezza sa di lei, lei a cui so di non aver detto tutto e che forse di questa mia mancanza potrebbe sentirsi tradita, lei che adesso forse starà preparando la cena per l’uomo che ama mentre pensa a quello che è stata, la versione tramandata di qualcosa che forse non avrebbe più voluto avere in dotazione, il dolore di essere persone nuove eppure soffrire ugualmente allo stesso identico modo del passato.

Prendo il piatto di nonna e con la forchetta già in bocca il terrazzo diventa il mio personale ristorante, mentre una coppia fa sesso un’altra litiga, qualcuno porta il cane a fare pipì strascicando piedi e ciabatte come piccoli sonagli, c’è gente che ha rotto un bicchiere e chi dice le preghiere intanto che nuvole passeggere oscurano il mondo dalla luce della luna, le uova scottano come la sabbia in agosto quando i piedi scottano tra il tallone e la punta della dita, qualcosa nel loro essere calde e avvolte di burro ed erbe, sembra trasportarmi a ricordi lontani, giorni in cui una mia famiglia sembrava possibile e realizzabile, e la semplicità pareva essere ancora un gesto d’amore spontaneo e sincero, un tempo in cui sapevo benissimo chi ero e cosa volevo.

Il cellulare suona veloce, uno squillo persistente che trasmette nuovamente la mia solitudine.

Un numero che non conosco e la tentazione di non rispondere.

“Pronto?”

Solo un colpo di tosse flebile trova risposta alla mia domanda, poi capisco e per il disagio vorrei tossire anche io.

“Beatrice sei tu?”

E intanto le sto dando del tu, che mi prende?

“Sì, sono io.”

“Tutto a posto?”

“Mi scusi, stavo memorizzando il suo numero ed è partita la chiamata.”

E intanto Beatrice mi da del lei, un chiaro segnale del mio sbaglio.

“Non si preoccupi, capita.”

“Allora buonanotte, commissario.”

“Buonanotte Beatrice.”

Dal terrazzo la coppia che faceva sesso ora litiga e quella che bisticciava adesso invece fa l’amore, le inversioni accadono in un istante con la comprensione che ogni sentimento può essere la conseguenza di un altro, rientro e chiudo la finestra, mi sbottono la camicia e mi dirigo in doccia, quando apro i due lati e sollevo il colletto, un odore di vaniglia mi si avvolge addosso, quello è il suo profumo, quello che cercavo di capire qualche momento prima, quella vaniglia unica nel mondo e che solo lei rendeva così agrodolce, era questo il dolore di essere persone nuove, nessun ingrediente sarebbe mai stato abbastanza predominante da cancellare per sempre la nostra essenza, nessun nuovo inizio sarebbe mai valso la pena di un milione di addii che di notte vengono ad invaderci il cuore, come uno schedario olfattivo di sofferenza pronto a farci continuamente del male.

Io sotto alla doccia, all’indomani del mio ritorno, non ero pronto a lasciare andare via l’odore di Beatrice sulla camicia e nemmeno a sentire quello di Ylenia sul giubbotto di jeans.

——-

Giacomo prova a baciarla invano e la sua mano torna morbida sul divano mentre il rumore del televisore tenta di sovrastare il vuoto delle loro parole, sensazioni di rabbia che chiedono di voler stare da sole e che invece devono attenersi al confronto di un cuore rotto e di un altro che non ha più la cognizione di quale sia la differenza fra amare e soffrire.

Beatrice si scioglie dal suo abbraccio, gesti impulsivi che in pochi attimi possono morire se non sono più corrisposti.

“Dove vai?”

“Di sopra, un momento.”

Superate le scale, nella cabina armadio Beatrice con una tosse che sa di lacrime e paura recupera il biglietto da visita di Fabrizio, lo annusa, sa di liquirizia e cedro, e senza pensarci compone il suo numero.

“Pronto? Beatrice sei tu?”

Il dolore di essere persone nuove risiede nel passaggio fra ciò che divide il proprio passato dal futuro, quando il presente obbliga ad un tempo indefinito, esattamente come ora, come lei e Fabrizio, persone nuove e comunque sole.

Serie: Fino all'ultima paura


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Marta, un episodio ricco di odori, sapori, ricordi e scene di una quotidianità assordante che non sopprime i sentimenti che via via si intrecciano con il mistero delle giovani scomparse grazie alle tue descrizioni sempre profonde e dal taglio squisitamente poetico. Non mi resta che continuare questa lunga e appassionante maratona!

  2. Ciao Marta, il cambio inatteso di prospettiva mi ha un po’ spiazzata. Ieri hai accennato che stai ancora lavorando a questo progetto e ci sarà una terza stagione. Mi hai distrutta, pensavo di essermela cavata avendo iniziato a leggere solo ora e di avere la possibilità di seguire tutta la storia! Vabbè cercherà di centellinare quello che ho a disposizione 😉