Il segmento del piccolo avvallamento

Serie: Battaglia invernale


«Andiamo! Scendiamo!».

I ragazzini della terza squadra ascoltarono Rudolph.

Mentre i prigionieri russi venivano radunati da alcuni danesi, i tedeschi scesero in quel piccolo avvallamento. Era un luogo angusto ed era proprio dove due colline si incontravano.

I polacchi erano come al solito confusionari: schiamazzavano, poi raccoglievano palle di neve e cambiavano idea già prima di scagliarle contro le macchie nere e le gettavano in terra, altri poi sembravano volersi arrendere.

Invece i tedeschi si disposero in una linea precisa e stettero ad aspettare.

Rudolph gonfiò i polmoni e si rivolse ai polacchi. «Che volete fare?».

«Amicizia». Ma intanto tiravano palle di neve.

Il tredicenne schiumava per la rabbia. «Siete infidi e ipocriti. Tira…».

«Un momento».

Si girò a guardare. Erano intervenuti dei ragazzini danesi e anche alcuni svedesi. «Ci uniamo a te, ma non bisogna tirare. Attendiamo ordini da Dieter che è meglio».

Rudolph annuì.

Massimo assistette a quella scena. Danesi e in minima parte svedesi costituirono con i tedeschi della terza squadra una doppia linea lunga molte decine di metri che serpeggiava a seconda di come sporgevano le pieghe del terreno.

Massimo vide che i prigionieri russi erano stati portati via e adesso c’erano i polacchi. Andò dal capo della terza squadra. «Rudolph, bisogna fare qualcosa o i russi possono…».

«Ah, giocano scorretto!». Un tedesco si tamponava la spalla, forse era stato colpito da un sasso dentro una palla di neve.

«Non posso ordinare il tiro. Non sono il più anziano, io». Rudolph era arrabbiato.

I polacchi continuavano a fare gli stupidi: ridevano, strillavano, poi alternavano momenti in cui chiedevano la pace ad altri in cui lanciavano palle di neve sporcate da sassi.

Massimo prese una palla di neve. «Ci penso io…».

«No, spaghetti. Tu obbedisci».

«Ma mio padre…».

«Non me ne frega nulla. Tu adesso sei parte di una cosa molto più grande».

«C’è Dieter! C’è Dieter!» risuonò questa voce, che poi si ridusse a: «Dieter! Dieter!».

In effetti, dall’alto del rilievo sul quale si trovavano i resti della Fortezza della Rosa, stava scendendo un individuo circondato da un nugolo di macchie nere tedesche.

«Oooh!». I polacchi sembrarono in soggezione.

Dieter arrivò, salutò tutti, poi ruggì: «Tirate!».

Al contempo trecento e più ragazzini raccolsero una palla di neve ciascuno e la lanciarono.

Sotto quel volume di “fuoco” i polacchi rimasero annichiliti, poi fuggirono, allora le macchie nere risero.

«State attenti. Guardate a destra» segnalò Dieter.

L’estremità destra della serpentina subì il tiro di alcune palle di neve. Stavolta c’erano delle macchie verdi.

Di lì a poco l’estremità destra si dissolse.

«Dieter, che facciamo?». Rudolph era confuso.

«Voi tedeschi con me. Danesi e svedesi attacchino a ranghi sciolti».

Quell’ordine fu ripetuto e allora le macchie nere con le croci si spostarono su quel lato formando un nugolo informe che iniziò a lanciare palle di neve. Furono come una meteora e la linea russa dapprima ne risentì, poi si consolidò e rispose.

La terza squadra seguì Dieter e i suoi mastini. Superò il rilievo scorrendo sul lato occidentale, poi fu dall’altra parte. Adesso aveva davanti una piccola pattuglia di russi, una squadriglia di quindici elementi. Questi quindici tirarono delle palle di neve, ma davanti al tiro concentrato e cattivo dei tedeschi si dileguarono.

Dieter condusse la terza squadra fino all’estremità meridionale della linea russa e lasciò la terza squadra dicendo: «Pensateci voi».

«Dieter! Dieter!». Era più un urlo di battaglia. «Dieter! Dieter!».

Era stucchevole vedere quelle masse di bambini, ragazzini e preadolescenti che si scambiavano bordate di palle di neve. Massimo trovò che la guerra era insita nell’animo di tutti, e se non si poteva uccidere si trovava sempre un modo per sopraffare lo straniero, il debole, la vittima in un qualsiasi altro modo.

Il leader e i suoi mastini si ritirarono, ma mentre la terza squadra tempestava di palle di neve i russi e Massimo si unì a quell’allegra falange, da dietro giunse un urlo: «I prigionieri… no!».

Massimo aveva colpito tre volte su tre dei russi in faccia, ma si girò allarmato. Vide le macchie verdi della squadriglia di prima scorrazzare con quelle che prima componevano la guarnigione della Fortezza della Rosa.

«Ci penso io».

«No, Rudolph! Gli ordini…» provò a opporsi Massimo.

Il tredicenne non lo ascoltò. Partì all’attacco seguito al bambino portabandiera di otto anni e il resto della squadra.

I tedeschi calarono come lupi su quei russi che, se anche erano in minoranza molto risicata, furono travolti da una valanga di palle di neve e molti caddero in terra.

Rudolph rideva, ma Massimo non presagiva nulla di buono.

«Rudolph, idiota, chi ti ha detto di ritirarti?». Dieter era arrabbiatissimo.

Il tredicenne provò a giustificarsi, ma tacque al vedere che i resti della Fortezza della Rosa erano stati occupati da una squadra russa con tanto di una ventina di polacchi. In tutto erano ottanta individui. «Urrà, urrà!» esultavano per spronarsi.

«Oh, no…» borbottò Rudolph.

«Cosa ti dicevo io, eh?». Massimo mise le braccia conserte.

Serie: Battaglia invernale


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Discussioni

  1. “Massimo trovò che la guerra era insita nell’animo di tutti, e se non si poteva uccidere si trovava sempre un modo per sopraffare lo straniero, il debole, la vittima, in un qualsiasi altro modo.”
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  2. “Massimo trovò che la guerra era insita nell’animo di tutti, e se non si poteva uccidere si trovava sempre un modo per sopraffare lo straniero, il debole, la vittima, in un qualsiasi altro modo”
    Questo passaggio mi è piaciuto