Il male è alla luce del sole 

Serie: Fino all'ultima paura


Settembre 2016

Bergamo, stazione dei treni

Il groviglio di macchine nei parcheggi appare come una crosta ancora umida e spessa di colore steso su un quadro che ora è la strada, marocchini e tossici vendono braccialetti portafortuna e dosi di eroina con la stessa facilità, nel mezzo la gente fa entrare e uscire valige colorate oppure marroni e tristissime, nessuno, forse nemmeno i loro proprietari, sanno chi e cosa stanno lasciando alle proprie spalle oltre le porte invisibili che separano gli arrivi dalla partenze, Beatrice stringe la sua Louis Vuitton vecchia di anni tra le mani, scegliere cosa lasciare a casa, accanto agli indumenti di Giacomo, non è stato facile, non sa quanto resterà esattamente come non capisce se mai, in quella casa, avrà il coraggio di tornare con lui accanto.

La sua camicia bianca si inzuppa di schizzi di pioggia che da oltre la tettoia le invadono il corpo, si tormenta sulla sua scelta, sul aver chiamato Fabrizio così di colpo, come quel temporale annunciato dalle nuvole e che non ci si aspettava sarebbe scoppiato proprio in quell’istante, e invece era arrivato e invece l’aveva chiamato.

Una voce maschile chiama i treni in partenza, casa sua dovrebbe sembrarle uguale eppure le appare troppo diversa per piacerle, come una viaggiatrice senza destinazione, si sente mancare dentro l’appartenenza necessaria per chiamare casa o una o l’altra città, quella appena lasciata e quella in cui è appena ritornata.

I ricordi si sovrappongono alle domande, sfumando sulle paure presenti e lasciando un posto a sedere sul film della sua vita, come una prima visione già vista, che sembra nuova ogni volta che si trasmette nella propria mente.

Dieci anni in cui Beatrice non era mai più salita su un treno, l’ultimo e il più amaro fu quello preso per andare al funerale di sua nonna quando era ancora in comunità, l’aveva accompagnata una giovane volontaria, Simona, con cui aveva stretto amicizia e che si era tatuata un sole e una luna in stile gotico tra il collo e la schiena, quella stessa ragazza che l’aspettava fuori da scuola per pranzare insieme il giorno che era scappata da quell’inferno, e adesso, grande, adulta e ancora insicura, Beatrice va incontro a quel passato che tanto aveva cercato di lasciarsi dietro, come un tempo ormai perso e arreso che non ha senso riabbracciare nel proprio presente.

Perché allora è lì, sotto un temporale di settembre ad aspettare Fabrizio e a dimenticare Giacomo, senza sapere più cosa dire ad entrambi?

Forse per lo sguardo di tutte e due, per l’indecisione che capita al proprio cuore, ma quei due fattori sa che sono un nulla di fronte alla certezza che due ragazze, come lei, hanno subito lo stesso destino, se non peggiore.

Quel destino divenuto un film e riguardato da Beatrice fino a poco prima tra i sedili del treno e il grande finestrino, che si era fatto per lei schermo di un piccolo cinema privato.

I clacson suonano come cd graffiati e impazziti, pezzi di musica vuoti e poi di nuovo riempiti di caos, i titoli di coda sui ricordi e Beatrice che scova tra la folla la giacca blu di Fabrizio.

“Eccoti.”

Fabrizio le sorride, un sorriso caldo ma timido, da fuori sembrano due persone impacciate, indecise su come dirsi il primo ciao.

“Commissario, o devo dire Fabrizio? Non capisco mai se ci diamo del lei o del tu.”

La mano di Fabrizio verso quella di Beatrice fa un fermo immagine di pausa lunga, poi indietreggia insicura.

“Hai ragione, colpa mia. Se vuoi la formalità, io sono abituato, se invece preferisci l’immediatezza, dammi pure del tu, non c’è problema.”

“Allora ciao Fabrizio.”

“Ciao Beatrice.”

Un bus colmo di gente stropicciata copre l’immagine di loro due per qualche minuto, la pioggia cade ancora ed ora è tenue e silenziosa, come a voler risaltare il loro incontro con il suono dell’imbarazzo più forte di quello della città.

“Se mi dici dov’è, ti accompagno all’hotel.”

“Grazie. Sei libero più tardi? Insomma dopo.”

“Avevi in mente qualcosa?”

“Devi portarmi là.”

Adesso anche la camicia azzurra di Fabrizio si macchia di acqua leggera, in quella nitidezza di pioggia il petto fa aderenza con il tessuto e i bottoni di madreperla, mentre quello di Beatrice fa intravedere un leggero merletto nero.

Ai vestiti accade quello che sta succedendo a loro, anche non volendo i fattori esterni li portano a dover far intravedere loro stessi all’altro, in bilico tra l’attrazione della trasparenza e la necessità di ripararsi.

“Non puoi andare alle case, ormai ci sono i sigilli.”

“Devo, almeno da fuori. Devo rivedere, capire.”

“Ci stiamo bagnando, andiamo in macchina a parlarne.”

L’esitazione di Fabrizio diventa assente, il vento da oltre la giacca fa intravedere la Beretta d’ordinanza, deciso prende il braccio di Beatrice e la trascina con sé contro il peso obliquo della pioggia, l’uomo deve lasciare spazio al commissario e in quella veste Fabrizio non può avere incertezze.

Beatrice sale sull’Audi A1 grigio fumo di Fabrizio mentre un fulmine scarica a terra la sua rabbia elettrica.

“Continuo a pensarci, se sono ancora vive.”

“Sono domande che io mi porto addosso per ogni caso. Sei sicura di voler affrontare tutto questo?”

“Sì, credo.”

“C’è una cosa che non ti ho detto, vorrei che tu rivedessi la tua educatrice di riferimento, sei una delle poche persone che può capire il suo modo di fare.”

“Portami all’hotel, ho bisogno di una doccia.”

Fabrizio le indica il navigatore sul quale mettere l’indirizzo, poi oltre la voce pungente di svolte e nomi di vie, nessuno dei due pronuncia più alcuna parola, le mani distanti, una sul cambio e l’altra fra i capelli umidi, non provano a cercarsi, entrambi frugano memorie e domande per trovare risposte, per intravedere forse, da oltre la macchina, fra i mille volti degli altri, quelli delle due ragazze scomparse.

——

L’ho lasciata all’hotel che sembrava quasi piangesse, il volto inumidito dalla pioggia mescolato allo sguardo mesto dei propri pensieri, avrei voluto chiederle perché fosse sola, dove fosse quell’uomo che al commissariato l’aveva raggiunta e guardata con tanta intensità, ho visto in lei una donna sola e non riesco spiegarmi, da uomo, come possa accaderle una cosa simile, come se la condanna di provare solitudine anche solo una volta nella vita, comporti provarla per sempre.

Mi ha chiesto di darle mezz’ora per rinfrescarsi, quei rituali da donna che io non avrei mai compreso, le donne allo specchio ci fanno racconti e raffronti, parlano di loro, io gli specchi ho imparato a evitarli, troppi riflessi sgraditi a ricordarmi chi sono attraverso le disgrazie degli altri, nel mio lavoro vivo di immagini e ricostruzioni, quando giunge la sera, mi piace pensare che possa essere una lampadina che può rimanere spenta e nel quale posso nascondermi, anche se in un 2000 già avanzato, il concetto di buio è ormai superato.

Nel buio accade il male, questo era il timore da bambini, come poliziotto ho invece capito che il peggio accadde alla luce del sole, quando non lo sappiamo né immaginiamo che possa accadere.

Il male è alla luce del sole, così erano scomparse le due ragazze, così era morta lontano dai miei occhi Anna. Aspetto Beatrice nella macchina in un parcheggio qualunque della città mentre Debiase mi manda le mail con gli ultimi referti, aspetto che si scaricano tutte le pagine e apro il portafoglio con la fotografia di loro due, Anna e sua madre nel salotto di casa mia, erano la famiglia che pensavo di avere, due persone che ormai non ho più, capisco la solitudine di Beatrice perché ho anche io negli occhi la stessa certezza di essere quasi solo al mondo.

Anna aveva solo otto anni quando si buttò dal balcone di un centro commerciale, venti metri di altezza e di schianto di una bambina che aveva una vita avanti e già a quell’età non la voleva più, io in trasferta, lontano da casa, non riuscii ad arrivare in tempo nemmeno per i suoi funerali, un pomeriggio di qualche giorno più tardi davanti alla sua tomba, fu l’ultima volta che vidi Elisa, non mi perdonò di non esserle rimasto accanto mentre Anna stava male, non era figlia mia, ma lo sarebbe diventata, con il tempo, con il matrimonio in giugno che avrebbe unito me ed Elisa e poi le fedi scelte e la Chiesa prenotata erano diventati dettagli inutili di fronte alla mancanza di Anna.

Accade sempre questo quando mi occupo di indagini con bambini e ragazzi, il pensiero corre ad Anna, ad Elisa che l’aveva avuta da una violenza e l’aveva tenuta e che non era riuscita a salvarla, come non ero stato capace io, che in mezzo a loro due pensavo di costruire qualcosa di buono da quello che era stato il dolore del passato.

Le pagine si sono caricate tutte e si aprono nitide sul mio cellulare, il DNA sul preservativo appartiene a due persone, viene confermata la presenza di quello di Ylenia e viene rilevata una seconda traccia, uomo bianco, tra i 20 e i 25 anni, si attendono ulteriori esami.

La fotografia di Anna scompare nel portafoglio, vado a prendere Beatrice, determinato a portarla nel luogo dove Ylenia è stata violentata. 

Serie: Fino all'ultima paura


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Questo episodio è il degno figlio della Serie a cui appartiene: metafore sottili, tensione narrativa, sentimenti in gioco e l’esercizio stilistico e intellettuale di descrivere la vicenda da due voci narranti diverse (quella di un uomo e quella di una donna, tanto per farla facile). Marta riesci sempre a trasmettermi passiome e a tenermi appeso a un filo mentre aspetto il prossimo episodio.

    1. Ciao Tiziano!
      Questo episodio, a 4 dal finale di stagione, era importante per delineare la psicologia di Beatrice e Fabrizio perchè poi negli ultimi 3 dovrò metterci un pò di azione, quindi sono più che soddisfatta se anche con l’introspezione riesco a tenere appeso ad un filo il lettore in attesa dei nuovi sviluppi!
      Quanto alla due versioni mi piace molto svilupparle e serve per allenarmi ad essere un uomo… almeno nella scrittura 😀
      Grazie per essere ormai un fedele lettore di questa serie.