LA “STRANIERA” ITALIANA E LA NUOVA “STRANIERA STRANIERA”

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


La comunicazione delle “dimissioni” della donna delle pulizie non aveva colto Isabelle di sorpresa. Lei aveva ben in mente l’espressione multi immagine della donna sulla porta che trasudava schifo, odio, rabbia e forse anche voglia di fare del male fisico a chi le stava davanti. La cosa che aveva contrariato di più Isabella stimolando una reazione di nausea, che aveva quasi soffocato i sensi di colpa più pertinenti alla situazione, era lo sguardo di spudorata sufficienza e supponenza emanato dalla coppia di occhi dal pronunciato strabismo divergente e decisamente sporgenti della donna, che anzichè soffermarsi sulle sue nudità, si accaniva con spudorata insistenza sulla sua gamba destra che forse per la prima volta notava così foltamente pelosa. Isabella tremava tutta non solo per il freddo ma per la vergogna. Avrebbe voluto coprirsi, ma il lenzuolo palesemente insudiciato da macchie umide con il quale aveva cercato di avvolgersi avvolgeva molto poco. Daltronde con una sola mano utile, che doveva anche servire per mantenere un minimo di equilibrio nel breve tragitto seminato di ostacoli, era riuscita a trattenerlo a mala pena a coprire solo il fianco sinistro. Sarebbe scoppiata a piangere e forse anche a vomitare se la donna, quasi urtandola senza salutarla, non fosse andata oltre liberando precocemente Isa della sua presenza.

Ci aveva comunque messo più di una settimana per farsi viva con un semplice biglietto messo nella buca delle lettere, insieme alla copia di chiavi, dove semplicemente diceva “scusami ma non vengo più”. Il biglietto Isabella lo aveva letto tornata dalla Toscana, ed ora era ancora lì sul tavolo, al lato della tastiera del PC appena aperta, spiegazzato dalla prima irritata reazione fisica spontanea. Il foruncolo anche lui era ancora lì al lato della narice destra. La mano sinistra si era appena appoggiata sui tasti, pronta per produrre, dopo aver districato dolcemente il dito medio della mano destra che, intrufolato sotto il pollice e incrociandosi con le ultime due dita in modo incontrollato anche se molliccio, cominciava a farle male.

Ockey! Il foruncolo lo faccio togliere a Liliana. Cosa me ne frega se sarà la prima volta che mi vede!

Veramente la documentazione relativa al permesso di soggiorno che mi era arrivata per corriere, diceva “Lukiana Zaytsevkova”.

Mi sembra un po’ troppo spigoloso e poco pratico da scrivere sui bigliettini con cui a volte “suggerisco” le mie esigenze. Per semplicità la chiamerò Liliana o addirittura . Voglio vedere se avrà qualche cosa da obiettare! Avrebbe dovuto essere di già arrivata a Milano da quanto avevo capito, ma in questi giorni avevo altri impegni a cui pensare, come quello di ieri per il rinnovo del tutore.

L’ambulatorio di via Isocrate è sperso nei meandri dell’immenso istituto e ci abbiamo messo un po’ per trovarlo arrivando quindi in ritardo rispetto all’orario di prenotazione. Ma alla fine ho avuto tutto il tempo per poi irritarmi, usando un eufemismo, della interminabile attesa, specie perché mi ero dovuta sottoporre ad una complessa e precoce levataccia e mi ero dovuta portare Daga con me ancora sofferente di un periodo di pressione alta accompagnata da feroci mal di testa e nausee ripetute. Aveva voluto a tutti i costi supplire quella “bulgara” di fatto ma italianissima di nazionalità anche se ormai mischiata alle multietnie di Quarto Oggiaro da dove veniva, che a quest’ora starà affondando le sue untuose mani in impasti di pane, magari nonostante lei, profumato e croccante. A pensarci bene non sono neanche dispiaciuta di non vedere più quella sua figura di rozza spigolosa magrezza contrastante con il viso eccessivamente rotondo riempito da quei due occhi strabici spalancati e troppo distanti fra loro, che mi osservavano sempre, con aria disprezzante, quando scarrucolavo in mezzo ai mobili di casa, ne sono convinta, con una malcelata incontrollata soddisfazione delle mie difficoltà.

Ad accentuare la mia irritazione nella sala d’attesa, per proprietà transitiva dalla colerica crescente stizza di Daga, era il ragazzino legato ad una carrozzina dalle strane caratteristiche a metà fra mezzo spaziale e laboratorio tecnologico. Anche lui in eterna attesa, che disperatamente cercava, fortunatamente senza successo, di arpionare il braccione molliccio di Daga con la sua mano ad artiglio. La estraeva ritmicamente dalla bocca, impegnata in una copiosa salivazione che spargeva a doccia sul bavagliolone e su quello che gli stava attorno. L’operazione era alquanto complessa considerando che quando protendeva la sua mano verso Daga, contemporaneamente ruotava con violenza la testa dalla parte opposta, la mano senza la guida degli occhi si perdeva nell’incontrollato vuoto attorno all’obiettivo mai raggiunto.

Come d’incanto l’irritazione non solo si dissolve, ma viene sostituita da vivace curiosità ed eccitanti fantasie, all’apparire di un angelo in camice bianco che pronuncia il mio nome. Già quel suo tocco di erre arrotondata mi trasmette una prima sensazione di brivido lungo la schiena. Ho capito subito che da Lui mi sarei lasciata fare di tutto. Infatti approfittando di una defezione di un appuntamento causa Covid e del fatto che io ero a digiuno grazie a Daga sempre attenta a queste cose, mi viene proposto di farmi delle punture di Botulino nel braccio e nella mano destra. L’ultima volta di un simile trattamento si perde negli anni della storia quando ero ancora piccola, e i tentativi di questa angheria erano accompagnati da complesse rumorose crisi isteriche con correlata esplosione di incontinenza di liquidi e liquami vari per tutto il mio corpo e anche tutto l’ambulatorio, come ho già raccontato. Mamma aveva deciso di desistere e non seguire più le prescrizioni dei medici, ma ora i due metri di presenza fisica aitante, puntavano due occhi azzurri su di me, con una dolcissima ma penetrante forza magnetizzante. Voi cosa avreste fatto? …Brodo di Giuggiole nelle vene, e totale assenso per tutto quello che mi veniva proposto.

In effetti il male delle punzecchiature l’ho sentito e come. Ho pensato più volte in quei dieci minuti di sofferenza che mai più mi sarei lasciata trascinare dagli umori provenienti dal profondo della mia pubica foresta labiale. Ma ora con tutta sincerità sono qui che scrivo, e anche se la mano destra è in alcuni momenti un po’ troppo molliccia e cadente verso il basso, mi dà una grande “mano” nell’aiutare la sinistra nello scostare i capelli senza infilarmi violente “indice-ditate” nell’occhio destro, nell’avvicinarmi la tazza di tè bollente appena filtrato e anche nell’aggiungere qualche tasto della parte destra della tastiera, ora che mi è tornata la voglia di raccontare.

L’immagine della foto sui documenti di Liana mi fanno immaginare una stupenda giovane volonterosa ragazza. Ok, ho voglia che arrivi e ho voglia di metterla alla prova al più presto.

Isabella stava ancora pensando al medico punzecchiatore mentre giocherellava svagata e distratta con la mano sinistra che stropicciava la mano destra scaldandola dolcemente. Modellava lentamente le dita ed il polso destro appoggiandole con una pressione leggera sul piano del tavolo, e loro docili si lasciano fare. Le dita si allungano lentamente progressivamente, mentre il polso qualche resistenza la oppone ancora. Ma lei continua ritmicamente come se stesse frugando fra la peluria del garrese del gatto, rinvigorita nel fisico dall’effetto terapeutico del Botulino e nello spirito dal collaterale effetto sensuale un pò erotico della visita medica di quel medico. Aveva ricominciato a scrivere e questo era importante non tanto per la sua salute fisica che naturalmente non sarebbe mai cambiata nel tempo, ma per la sua salute mentale e ancora più per il suo futuro sociale.

Isabella stava per essere coinvolta inconsapevolmente in un se pur circoscritto esperimento collettivo, anzi più che esperimento, una esperienza di gruppo. Un gruppo particolarmente eccezionalmente “diverso” e altrettanto tremendamente “normale”.

Due occhi sbiaditi come il latte non più fresco, decisamente forse più consoni al gelo della Siberia piuttosto che alla mitezza della Bielorussia. Una carnagione bianca come un foglio A4, i capelli dello stesso colore non colore. Le pupille che si allontanavano progressivamente fra di loro in uno strabismo in alcuni momenti fastidioso, perchè non costante ma fantasiosamente vario nella direzione. Dava la sensazione di non vedere dove guardava. In effetti il suo albinismo specie in una giornata di fine estate, che avrebbe dovuto essere fulgidamente soleggiata, le suggeriva di essere molto attenta nell’attraversare la stazione di Milano anche perché essendo la prima sua volta non aveva alcun riferimento per orientarsi.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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