ISABELLA IN RAPPORTO CON IL SUO CORPO DIVERSO (seconda parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Il ragazzo aveva sicuramente fatto ribollire la quantità di ormoni confusamente compressi all’interno dei miei venti anni. Era uno locale. Uno di lì. Faceva il cameriere durante l’estate mentre studiava ancora. Aveva 22 o 24 anni, comunque qualcuno più di me. Un pomeriggio con Daga ci eravamo sedute nel bar di via del Capo, che io avevo sempre pensato fosse “via del Campo” come la canzone. Mamma al pomeriggio se ne stava a casa a sonnecchiare. Daga, se pur già abbondantemente in carne, era ancora piacente e con un certo stile, ed amava esporsi. Si era appena sottoposta ad un ennesimo intervento agli occhi, con il quale secondo me aveva guadagnato ben poco, ma ostentava un nuovo paio di occhiali che avevano arricchito la sua collezione, con lenti leggermente meno spesse e tappezzati di strass sulle bacchette. Lui aveva attaccato bottone con Daga mentre eravamo al tavolino. Non si era accorto di nulla, non si era accorto di quali erano le diversità della mia personalità fisica, affondata nella sedia di tela e legno. O per lo meno sembrava fosse ignaro e pensasse che io fossi così silenziosa perchè tremendamente timida. E comunque la sua conversazione era con Daga. se pur parlando rivolgesse spesso lo sguardo verso di me, ma pensavo forse per elegante cortesia, piuttosto che per interesse. Io tenevo ben nascosta la mano destra, anche se ad un occhio attento non sarebbero sfuggite le mie diversità anatomiche anche in quella posizione statica.

Ma ad un certo punto dovevamo ben andarcene. E Daga fregandosene altamente, o peggio forse proprio intenzionalmente, aveva deciso che era ora proprio quando “lui” era a due passi da noi. Così quando mi sono alzata in piedi con movimenti ciondolosi e scontrosi, spostando rumorosamente di lato il tavolino, era evidente la mia situazione. Ma “lui” non ha battuto ciglio, nessuna reazione di imbarazzo o di curiosa meraviglia. Sicuramente io ero nettamente compresa nello spazio visivo della sua coda dell’occhio. Lui ci aveva già salutate prime, ed aveva avuto anche una mia risposta se pur con un debole sorriso soffocato, per questo non distolse la sua attenzione dalle ordinazioni della coppia in costume da bagno con cui stava conversando. Lei bruttina cicciottella esuberante, lui magro al limite della malattia, dalla carnagione grigiastra, totalmente in balia di lei.

Potrei dire che ero quasi contrariata. Impossibile che non avesse avuto una reazione o almeno uno sguardo di quelli a cui ero abituata, uno di quegli sguardi eloquenti maldestramente trattenuti di pietoso disagio misto a tossica curiosità.

Il giorno dopo, incontro improvviso sul lungomare, mentre su una panchina stavo leccandomi rilassata ed ignara un gelato al pistacchio e puffo.

Il terrore!

In quel momento ero sola, Daga era sparita non si sa dove senza dire nulla. Lui si è fermato quasi di fronte a me, sfoggiando un sorriso carico di caldo entusiasmo, che avrebbe sciolto anche un freddo tubo di acciaio. Io ho cercato subito di fargli capire che sentire sentivo benissimo ma non parlavo per niente. Forse come mi muovevo avevo tempo per esibirlo più tardi, anche se mi chiedevo ancora come era possibile non lo avesse già capito chiaramente. Con il gelato in mano che comincia a colarmi a gocce azzurre sui pantaloni, anch’io non ho potuto trattenere un sorriso spontaneamente eccitato, mostrando con malcelato orgoglio lo spazietto fra gli incisivi superiori che nonna Gemma esaltava dicendo sempre “E’ la tua bellezza!”, specie quando la signora Pinuccia, stronza come sempre anche con una innocente ingenua bambina, diceva “Lo spazio in mezzo ai denti davanti è il segno del diavolo” “Tu già sei un po’ diavolo per metà, con quel piede da cavallo e quella mano a forma di zoccolo”. Stupida! E anche ignorante, visto che in molti paesi del mondo, specie in africa, il diastema, così si chiama in realtà (!), è sempre stato simbolo di bellezza e di sensualità tanto che in alcune regioni le ragazze se lo creano da sole.

Per i dieci giorni successivi, complice Daga che oltre ad aver favorito in incognito il primo incontro, era sistematicamente al momento giusto latitante per chissà quali impegni che regolarmente si trovava, noi due ci siamo frequentati assiduamente.

Non era per niente “servile” o “sostitutivo” ma assolutamente affettuosamente naturale al di là della mia “inesistente” disabilità.

Fanno tremendamente incazzare le persone quando aiutano anche se non hai bisogno!! Ok, magari hai anche bisogno ma se l’aiuto non lo chiedi vuol dire che non lo vuoi! Cazzo! Non farmi sentire disabile! Io ti faccio sentire missionario? No! E allora lasciami stare e tieni per te il tuo pietismo malsano!

Era bellissimo. Un fisico da bagnino tutto abbronzato. Gli occhi erano chiari. Non avevo mai capito se verdi o azzurri. Anche perché il colore degli occhi era l’ultima cosa di cui preoccuparmi. Da lui mi sarei fatta portare ovunque anche in capo al mondo.

E “in capo al mondo” era quella spiaggia con tutte quelle sue mani sparse su di me. Ad occhi chiusi assaporavo il profumo del suo sudore delicatamente mandorlato, affondando il mio viso nel petto di lui, quando mi sollevava ancora piena di sabbia e mi buttava fra le onde immersa in una eccitante naturale apnea. Non avevo mai capito cosa volesse dire “nuotare”, ma anziché annegare mi sembrava di fluttuare in un mondo sommerso di fantastiche realtà Verniane. Una quantità esagerata di ormoni esplosi, mi facevano respirare anche sott’acqua. Non sapevo neanche se ero fra le onde del mare, fra nuvole del cielo, nell’oceano o sotto le cascate del Niagara. Sentivo di poter riuscire in alcuni momenti anche ad urlare forse. Il complesso di reazioni neuromuscolari involontarie che avvenivano, se pur asimmetricamente nel mio corpo, non producevano dolore come normalmente producono i cloni spastici della mia metà stupida, ma una incosciente inebriante estasi come se mi fossi ubriacata di ecstasy.

In brevissimo tempo era maturata fra di noi una perfetta intesa sentimentale ma anche fisica. Lui mi capiva e preveniva. Capiva i miei grugniti e gli erano bastati pochi giorni per imparare e tradurre quelle accozzaglie di suoni che emetto a volte soffocatamente gutturali a volte incontrollatamente esplosivi.

Il mio corpo così diverso non era poi tanto “diverso” quando le mani di lui si perdevano fra i miei capelli, dentro il mio seno, a cingere intensamente i miei fianchi. Quando giocava con le dita stropicciate del mio piede o si stropicciava addosso la mia mano accartocciata e spigolosa.

E non era “diverso” neppure quando misurando con il palmo delle sue mani in movimenti circolari regolari le mie natiche, con un tenero senso di giovanile comicità mi diceva:

“La bellezza del tuo culo è che è asimmetrico e quindi unico. E’ un’opera artistica, da incorniciare come un quadro” “Non è come palpare il culo di Germana”.

La sera dell’ultimo giorno di ferie l’ho baciato!

Non ho mai capito se era stato lui a baciare me o io a baciare lui. Ma non mi sono mai posta il problema di chiarirlo. Mi chiedo invece ancora ora perché non mi sono lasciata scivolare nella confusione dei sensi. Perchè non ho lasciato che fosse il suo sesso a condurre via la mia ragione. Perché quando ho sentito distintamente la passione di lui fisicamente contro di me non mi sono annientata completamente in quello stato di incosciente violenza interiore. Perché non ci siamo amati sulla spiaggi.

Non ho voluto io che andasse oltre? O non ha voluto lui andare oltre?

Questo sì, me lo chiedo ancora oggi!

Ci siamo contattati per diversi mesi. Era una cosa un pò assurda non potersi vedere e toccare, e neanche parlare. L’anno successivo lui era all’estero per la stagione, e comunque noi tre non siamo più andate in Liguria.

Ma Germana lo aveva lasciato perché aveva saputo che aveva palpato il “culo di Isabella”.

Una grandissima soddisfazione. Non è così male essere diversi, cioè, avere delle diversità.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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