COLLABORATRICI DOMESTICHE, DEPRESSIONE E SENSI DI COLPA (parte 3/3)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Ad essere sincera però anche questa volta, insieme all’energumeno verace, la goccia finale che aveva riempito il vaso, non c’entrava nulla con i miei problemi fisici. Era stato Ennio.

Ennio è a due uffici oltre il mio. Palestrato per quanto un po’ troppo piccolo per i miei gusti, ma con un culo veramente fantastico. Un arrotondamento quasi perfetto e una consistenza che avevo personalmente accertato quando mi ci ero aggrappata infilando la mano sinistra fra le due componenti contenute in un paio di Jeans elastici che forse anche lui stesso (il culo) sa che lo esaltano. Era stato quella volta che Ennio mi aveva aiutato ad alzarmi da terra, spiaggiata nel bel mezzo del corridoio. Confesso che il culo è una delle cose che apprezzo di più in un uomo. Forse anche per questo a volte mi presto a processare ed inserire dati di lavoro per conto suo.

L’elenco di nomi che avevo inserito quella mattina per lui, richiedeva un protocollo di sicurezza specifico, che forse per la già progressiva agitazione del Coronavirus, non avevo attivato. Il pomeriggio siamo stati convocati entrambi dalla Brambati, e da quell’incontro io ne sono uscita ancora più disabile di quello che in realtà sono.

Ora ero sdraiata, tutta indolenzita, con le orecchie fracassate dal campanello, ma ormai rasserenata nello spirito da quel mio personale trattamento antidepressivo.

Tre giorni prima mi ero infilata sotto le coperte alle quattro del pomeriggio perché avevo i piedi freddi, il destro gelato e bagnato di sudore freddo, dolente per i ripetuti crampi dell’alluce. Sotto le coperte immobile nella affannosa ricerca di un sonno liberatore.

E il sonno viene, con sogni irricostruibili e confusi, poi però mi lascia improvvisamente nel bel mezzo della notte. Nel mezzo della notte sono già tutta sudata e le ascelle con prevalenza della destra, hanno prodotto un abbondane liquido inquinante e inzuppante il lenzuolo sopra e sotto. La vescica mi scoppia. Rischio di inondare con un liquido ancora più inquinante il mio nido-alcova. Devo per forza trascinarmi. Raggiunta la meta di liberazione momentanea del mio fisico, tremo dal freddo innaturale della levata mattutina altrettanto innaturale. Mi dà sollievo il toccarmi. E lo faccio anche se mi bagno la mano buona con residue gocce salate. Comincio a sentire un accaloramento della pelle, sento che mi si secca la bocca e una sensazione di pesantezza alla testa come se avessi assunto eroina. Il desiderio aumenta e con il desiderio l’energia per tornare, non senza sbandamenti anche rischiosi, da dove ero partita. Il piede destro è senza scarpa ovviamente e questo complica notevolmente il trasferimento. Un tonfo al di sopra di tutte le componenti del giaciglio già un po’ putridente, perché la voglia non mi lascia il tempo di infilarmici sotto con calma. Ormai sono presa dal mio corpo che vorrebbe contorcersi usando tutta la forza accumulata nel riposo precedente, in una azione combinata che si avvale anche del braccio e della mano destra sempre più aggrovigliata, quanto più l’eccitazione aumenta. Il cuore comincia ad accelerare, mentre strofino i seni contro le dallie gli iris e i girasoli stampati sul copriletto. Infilandomi sotto le coperte la sera prima non avevo addosso nulla.

Il mio polso destro è piegato oltre il consentito, da muscoli le cui fibre sembrano centinaia di rozzi bestioni impegnati in una gara al tiro della fune, ormai vicini al momento della vittoria, proprio quando tutti cadono a terra felicemente doloranti. Le dita della mano destra accartocciate su se stesse, con le unghie che non si affondano nella carne solo perchè sono accuratamente periodicamente e frequentemente curate. Il pollice è innaturalmente infilato fra il dito indice ed il medio, e grazie al costante spasmo che nel tempo di anni ha squassato le articolazioni delle altre dita, lui ora sporge oltre di loro per più di due terzi della sua lunghezza. Così favorevolmente proteso penetra nella foresta pubica le cui fronde già cosparse di densa rugiada lo accolgono festose.

Il palmo della mano sinistra anche lui sudaticcio, si avvicina scivolando lentamente dalle due rotonde collinette del petto fortunatamente fra le cose migliori del mio corpo, in un turbine di erotismo in cui mi sento di poter superare serenamente in passione fisica, trasporto sensuale e fantasiosa inventiva, Connie Reid Chatterley. Io sono l’amante di me stessa.

Nessuno sa amare me stessa più di me stessa. E’ una gigantesca vaccata, suona come una sciocchezza mostruosa anche al primo ascolto. Ma in questo momento di “stato di eccitamento parossistico”, come lo definisce l’enciclopedia Treccani, “di incontenibile agitazione prodotta dal complesso evento psicofisiologico sessuale intensamente piacevole”, questo pensiero terribilmente stupido mi gratifica e mi soddisfa.

Un liquido acquoso e sfortunatamente dal profumo ancora più penetrante dell’acidulo sudore ormai sparso ovunque, si riversa sui fiori stampati sul copriletto. Forse sarebbe ancora più abbondante se l’indice e il medio della mano sinistra, che hanno sostituito il pollice destro, non fossero strette in un vigoroso e forte abbraccio dalle muscolose e ormai bollenti labbra della mia nudità che le stanno strozzando, con contrazioni che aumentano sempre più di frequenza, insieme al ritmo accelerato del battito del mio cuore. Mentre il respiro diventa affannoso vorrei tanto emettere anche io gemiti ritmati, ma il collo fuori e dento di sé, riesce solo ad indurirsi in una dolorosa posizione inarcata, con la nuca che si proietta verso il centro della schiena.

E’ durato quanto doveva durare, ed ora stanca avrò ancora un pò di ore di sonno. Poi il mio sonno sarà nuovamente interrotto da un’altro risveglio freddo, una vescica che scoppia e tutto il resto. E ancora una, due, tre e più volte per tre giorni senza bere nè mangiare.

Il buio, le finestre chiuse, il mischiare di liquidi vari trasformano sempre più l’ammasso di coperte e lenzuola confusamente ammucchiate, insieme a tutto l’intero ambiente della mia alcova, in un porcile. Mi sento immersa nell’atmosfera oppressivamente malsana del Miserabile Jean Valjean.

“..La sala delle udienze di Montreuil, avrebbe dovuto essere austera ed augusta, ma invece era circondata da rivestimenti in legno tutto macchiato; il soffitto sporco e scrostato; tavoli ricoperti con un panno di un colore più vicino al giallo, piuttosto che all’originario colore verde; porte annerite dalle mani untuose di centinaia di giudici come i loro giudicati; alcune lampade da osteria a più becchi, appese ai chiodi piantati in quello che rimaneva dell’intonaco del muro, e poche candele in candelieri di ottone sui tavoli, distribuivano più fumo pestilenziale che luce; dappertutto oscurità, puzzo, bruttura e tristezza..”.

Forse sono veramente “poverina” e “sfortunata”, faccio “pena” anche a me stessa. Ma sono anche forte perché vado comunque avanti. Eppure sono una buona persona, sono IO, un composto di una serie infinita di io diversi. Ognuno di questi purtroppo non è separabile dall’altro. Una composizione a torre. Se togli un mattone, che sia bello o che sia brutto, crolla tutto.

Trascino una gamba, uso un solo braccio e l’altro è di impiccio, non parlo, cado e mi rialzo o più spesso mi faccio rialzare. Lavoro e mi affermo, anche se sono convinta di non essere sempre sufficientemente apprezzata. Combatto, affronto il mondo fregandomene dello specchio e di quello che di me riflette. Mi deprimo e mi rinchiudo dentro casa e dentro di me. Abbruttisco e imputridisco nell’inedia e nella masturbazione sfrenata. Odio la gente. Ma poi amo la cultura, amo il mondo e ricomincio ad amare anche la gente. Un insieme di mattoni belli e brutti. Un unico insieme del MIO IO.

Il campanello suona all’impazzata. La mia indecisione sull’alzarmi. Devo vestirmi, e non è semplice. Devo nascondere tutto questo, e non è semplice. Ma devo farlo. Devo trovare una strategia per farlo, altrimenti la mia donna si allarma e si attiva a chiamare qualcuno per il pronto intervento, e allora è anche peggio.

Non mi aveva mai vista comparire nuda coperta solo da un lenzuolo, non aveva mai sentito quel puzzo che si incrementava progressivamente avvicinandosi alla camera, non aveva mai visto un caos del genere sia sul letto che nel resto della camera. Non giustifico la sua scelta di lasciarmi in balia di non so chi. Anche se capisco il suo disagio che era anche il mio ma con sensi di direzione opposti.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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Discussioni

  1. Qualcuno ha detto che è nel caos che si generano le stelle ( non ricordo chi…ma è uguale), magari non sapeva che il caos è molto più faticoso dell’ordine. Non c’è solo il caos descritto qui, di una stanza, di un bisogno di sonno per rigenerarsi, ma c’è pure l’urgenza di uscire da un labirinto, poco importa se fisico, mentale, fisiologico. Le parti in corsivo sottolineano sempre qualche imminente discesa rovinosa sul fondo, ma anche la caratteristica della distanza, connotandola come “altro” dalla narratrice.
    Mi fermo per ora qui, nel tempo 1 della seconda stagione che chiude i tre episodi precedenti. Quello che ho letto finora è una storia potente che non si dimentica, ma a renderla tale è il come è stata narrata. Complimenti.