MI AVVALGO DELLA FACOLTA’ DI NON PARLARE (parte seconda)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Non ricordo che anno fosse, una amica di mamma aveva letto su qualche giornale di una “macchina che fa parlare i bambini spastici”, aveva detto. Io mi ero anche inviperita, perché io non sono spastica cavolo! Tipica conflittualità fra identità di poveri disabili!

Mamma mi portò a Lucerna in Svizzera dove un gruppo di ricercatori della facoltà di ingegneria stava mettendo a punto una apparecchiatura elettronica che trasferiva in parole e frasi delle immagini o testi brevi. Frasi composte di significato compiuto, pronunciate da una voce che secondo me era la stessa ragazza del navigatore satellitare, frutto dalla digitazione su una tastiera dai tasti giganteschi, e facilmente pigiabili.

Alla seconda seduta già mi chiedevo il perché. Mi sentivo stupida perché le frasi che componevo erano eccessivamente semplici ed infantili. Sì, è vero che in ogni campo si inizia dalla ABC, ma questo mi sembrava eccessivamente elementare per me.

Ogni viaggio di ritorno era un litigio continuo con mamma con la solita stessa filastrocca “Bbà chighiò..bbbàaa” “Guagggo boggghì bò”.

L’apice della interpretazione teatrale però l’ho raggiunto alla terza seduta, quella che poi sarebbe stata l’ultima.

Il gruppo di studio aveva deciso di documentare con immagini il lavoro di ricerca.

Quel giorno arrivati allo studio ho subito notato che c’era una persona in più rispetto alle due volte precedenti. L’ho notato perché aveva due occhi verdi che sembrava ti accarezzassero con una dolcezza penetrante. Nell’incrociare quello sguardo la mia ipersensibilità sessuale, frutto del danno cerebrale dell’incidente, si era già attivata. Ho supposto fosse uno degli ingegneri del gruppo, e la mia immaginazione era già corsa al momento in cui mi avrebbe posizionato sulla poltrona del trasduttore, con le sue mani calde a metà fra le mie ascelle ed i miei seni. Avevo la gonnellina gialla leggera con i garofani scuri, nel sistemarmi sulla macchina mi avrebbe accarezzato la coscia. Sentivo già la sensazione leggermente inebriante di quel contatto come un piccolo compenso alla fatica che facevo nel sottopormi a quelle angherie. Al solo pensiero durante l’attesa la mia mano destra contratta dalla eccitazione mi faceva male, ma sarebbe stato poi un male dolcissimo.

I medici dopo l’incidente avevano detto che il danno cerebrale dell’ematoma conseguente al trauma, in relazione alla zona di cervello lesionata, mi avrebbe potuto dare un “disturbo di iper-sessualità”, cioè una sensibilità maggiore agli stimoli sessuali, se pur in forma lieve. Non una dipendenza dal sesso, ma una accentuazione delle sensazioni di piacere sessuale agli stimoli visivi, agli odori ed anche alle immagini dei sogni. In effetti è vero, mi basta poco a volte per percepire caotiche modificazioni fisiche e anche chimiche delle zone intime. La contropartita è che l’aumento di tensione dei muscoli del mio emi corpo destro conseguenti all’eccitazione, producono anche un vivo dolore fisico. Ma un dolore piacevole, un dolore che nell’alchimia del momento diventa per me componente naturale di quell’appagamento materiale e spirituale.

Quella zona del cervello che accentua la mia sensibilità sessuale, accentua però anche in egual misura l’effetto depressivo di tortura interiore ed esteriore scatenato dalla privazione inattesa ed improvvisa, addirittura nel caso in oggetto da altri premeditata, su un corpo ormai intriso di ormoni.

Quel seducente angelo-diavolo dagli occhi verdi era un fotografo! Un fotografo, cazzo! Un fottuto fotografo! E mamma lo sapeva. Io invece no!

Aveva già cominciato a scattare. Il flash era una coltellata dentro le mie carni. La mano destra chiusa a un pugno con le unghie che penetravano nel palmo quasi a sanguinare. La gamba era impegnata in un movimento scoordinato e violento ed agitava pericolosamente tutta la struttura. La crisi isterica già esplosa aveva scatenato una mia azione involontaria di protesta in conseguenza della quale avevo inondato la poltrona del trasduttore con una abbondante limpida e calda pipì, che strabordando oltre la pelle lucida e nera del sedile, aveva sgocciolato spavaldamente sul pavimento di legno.

Ci volle qualche giorno per riprendere il controllo di me stessa e qualche mese per il controllo della vescica. Non fui più portata a Lucerna. Nessuno parlò più di AAC. Neanche Daga.

Ad Andrea (mi ha poi detto che si chiama Andrea), è spiaciuto tantissimo non potersi esibire. Che poi erano passati talmente tanti anni, che probabilmente sarebbe stato un disastro.

Invece non è stato un disastro la nostra lunga conversazione. C’è voluto un po’, ma alla fine sono riuscita a spiegargli cosa facevo, dove lavoravo, dove era adesso mamma, che avevo avuto l’incidente e come era stata la mia vita dopo. E lui che era nato in Italia da mamma italiana ma da papà straniero. Infatti il cognome fa Yazici (così mi ha scritto). Abbiamo chiacchierato parecchio. E io senza neanche aiutarmi tanto con parole scritte.

Forse lui non aveva molte consegne da fare quel giorno. Ragazze che bello!! E che giornata ricca di soddisfazioni moralmente emotivamente e anche fisicamente percepite. Il supermercato ha fatto un affare a far consegnare quella mia particolare spesa. Infatti nei giorni successivi ho riempito progressivamente la dispensa. Il giorno dopo un ragazzotto piccolo tarchiato con la barba incolta e forse anche un po’ strabico, ma credo di aver saltato dei particolari perché non l’ho osservato attentamente. Ho saltato un giorno. Due giorni appresso una ragazza dal taglio mascolino con una camicia da uomo azzurro sbiadito, che le stava benissimo non avendo neanche un accenno di seno, ed un velo di peluria nera sul viso che esibiva senza vergogna. Lì ho desistito e prima di dirmi “dai riproviamo” ho aspettato tre giorni. La dispensa ed il frigorifero erano ancora nettamente pieni, tanto che ho dovuto ingegnarmi per trovare dei buchi da riempire per il nuovo ordine. Un’altra donna anche di una certa età, rossa corpulenta con un naso che era il triplo del mio e incurvato come il becco di un’aquila, con un alito pestilenziale di aglio, che alla fine avevo paura di sbagliare a digitare il pin del bancomat, tanta la velocità che ho cercato di imprimere alla procedura di consegna. Tutti hanno pensato fossi sordomuta, con nessuno ho potuto scambiare neanche un commento stringato. La ragazza mascolina è stata l’unica che mi ha aiutato a portare dentro il “materiale”. Mentre mi aiutava continuava ad osservare con uno sguardo stranamente attento la mia mano destra, che quel giorno era particolarmente contorta e orientata verso l’esterno del mio corpo in posizione effettivamente innaturale. Era come se volesse toccarmela per provare sensazioni strane. La cosa non mi aveva indispettito e innervosita, come avviene normalmente agli sguardi impertinenti delle persone stupide, tanto che con un certo piacere la avrei lasciata fare, se me lo avesse chiesto.

Aveva le gambe arcuate da portiere e un odore di fumo inzuppato nei capelli unti e lisci. Camminava come uno scaricatore di porto, ma aveva uno sguardo che sembrava intriso di contrastante altezzosità e profonda tristezza e solitudine. Tra i commessi di quei giorni era però l’unica con cui avrei voluto intrattenermi permettendomi un pò di empatia. Pensandoci ora che ho avuto notizia dell’abbandono da parte della donna che mi faceva i lavori, avrei anche potuto offrirle a lui l’attività vacante. Non so perché ma l’impressione trasmessa superficialmente della sua personalità, non mi dava da temere sgradevoli sorprese.

Quando il desiderio interiore supera la necessità, forse sono quelli i momenti in cui la frustrazione del non parlare si rende più palpabile. Il pensiero che i miei sforzi per cercare nel mio modo di esprimere a lei il mio pensiero potessero scoordinare un anima apparentemente in bilico fra sfrontatezza e insicurezza, padronanza di se e smarrimento, mi hanno fatto desistere.

Ma mi è costato molto l’avvalermi della facoltà di non parlare.

Andrea Yazici comunque non si è più presentato!

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