LUI BUSSO’ CENT’ANNI ANCORA ALLA SUA PORTA (Giuditta quarta parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Con un abbondante anticipo rispetto all’ora consueta il servitore giunse sul posto. Appoggiò sulla panca di sasso il cesto pieno. Prese il cesto vuoto e indietreggiò fino all’angolo cieco della scala. Aveva posizionato il cesto pieno all’estremo della panca, quasi in bilico sul bordo. Aveva il suo piano per il suo obiettivo. Si preparava all’attesa ‘silenziosa’ visto il notevole anticipo, quando alle sue spalle si aprì una porta e comparve lei. Il servo si appiattì contro l’angolo e trattenne il respiro. Lei reggeva un grosso catino ed aveva quindi entrambe le mani occupate, la direzione era verso il centro del cortile, più o meno. Quando fu a fianco a lui sembrò avere una esitazione ma poi riprese. Era chiaro che non lo aveva visto. Non lo poteva vedere, e questo ormai era chiaro anche al servitore. La sua eccitazione stava rapidamente montando. Il suo piano originario era saltato ma non poteva perdere l’occasione.

Il servitore deglutì la poca saliva che gli era rimasta in bocca e si proiettò in avanti con la stessa energia e velocità del lancio di una molla caricata al massimo. La cinse con forza all’altezza delle spalle e premette con altrettanta forza il suo membro intensamente turgido contro la schiena di lei. Con una mossa altrettanto esplosiva, di cui si meraviglia lei stessa, Giuditta lancia con tutta la violenza che riesce il suo calcagno verso la direzione che potrebbe essere in mezzo alle gambe di lui, e con precisione colpisce i suoi gioielli. Lui lascia immediatamente la presa emettendo contemporaneamente un grugnito soffocato e sofferto. La struttura a forma di quadrata cassa di risonanza del cortile, fece rimbombare più volte quella sgraziata quanto impropria incomprensibile espressione di dolore. Lei liberata dalla presa, sventaglia attorno a sè il catino colmo di acqua e fetume con il quale stava rassettando. Una piccola ma efficace quantità di quel composto schifoso finisce nelle fauci del malcapitato ancora aperte nel suo sgraziato urlo, raggiungendo l’interno del collo e producendo l’interruzione immediata del lamento sostituito da rantoli di soffocamento accompagnati da violenti e rumorosi conati di vomito. Ci volle un buon minuto perché il malcapitato recuperasse le forze ed il respiro e cercasse con energiche spallate di aprire la porta sopra le scale ormai sbarrata da Giuditta, fino a desistere e battere in ritirata.

Erano passate alcune ore ed era quasi buio, quando inaspettatamente il bussare alla porta solida di legno della abitazione rimbombò nel cortile. Giuditta attenuò la sua angoscia. Era rimasta seduta a terra in un angolo della stanza rannicchiata impaurita dopo aver chiuso con i chiavistelli la pesante porta della stanza. Non poteva che essere Lui. ‘A quest’ora sta sicuramente tornando dopo essersi esibito nelle sue abluzioni sui corpi pallidi emaciati dei vecchi frati’. Sentendosi sicura aprì la porta e immediatamente si sentì afferrare da quattro mani che la trascinarono fuori. Sul carro su cui fu scaraventata sentì immediatamente l’odore del servo, accompagnato dal suo rumoroso ansimare. Era in un angolo del carro lontano da lei, trattenuto con forza dalle guardie. Il suo sesso visibilmente e incontrollatamente esaltato, al limite del dolore. Il signorotto a cui il servitore si era rivolto per chiedere la sua personale vendetta a quell’affronto nei confronti dei suoi preziosi ma schifosi monili, aveva dato ordine di portare la ragazza assolutamente indenne al loro padrone impedendo qualsiasi contatto fisico con il servo.

Era buio faceva freddo. Lei era vestita come era stata prelevata all’improvviso da casa, erano gli indumenti domestici di quando stava rassettando. L’umido le entrava nelle ossa e lei riusciva solo a stringere i denti sul labbro inferiore quasi facendosi male.

Fu la frazione di un attimo e tutto si compì.

Il carro erano ormai alcune ore che la sbattacchiava a destra e a sinistra. Piegò leggermente a destra e si inclinò come per iniziare una debole salita. Doveva essere vicina al fiume perché udiva distintamente il fragore ancora minaccioso dopo le piogge ripetute dei giorni precedenti. Uno dei primi lastroni del ponte si piegò su un lato, forse le intemperie avevano smosso il fondo del lastricato. La ruota destra del carro si insinuò fra il buco e il lastrone attiguo. Già danneggiata da altri urti e dall’usura, la ruota si piegò per la rottura di un raggio, ed il carro si inclinò sul lato destro arrestandosi improvvisamente e proiettando violentemente di lato gli occupanti. Lei era saldamente aggrappata al bordo sia per il freddo che per la mancanza di immagine che la rendeva insicura. Ebbe subito la percezione che quella era l’occasione per fuggire anche se non sapeva in che direzione e come. Si getto al di là del carro, in quello che per lei era l’ignoto invisibile, ma anche l’unica direzione possibile e in quel momento l’unica libertà. I suoi occhi non vedono che il carro è proprio sul ponte di Cosimo Primo.

Scivolò rapidamente oltre il parapetto, e si adagiò nei flutti impetuosi e limacciosi, ancora più gonfi dalle abbondanti piogge recenti, e in una frazione di secondi scomparve.

Quel suo Cosimo Primo aveva offerto il suo braccio con cui farle da guida nella via che la conduceva verso la sua nuova felice se pur eterea ed eterna esistenza.

“E Lui che non la volle creder morta – Bussò cent’anni ancora alla sua porta”  –  (F.De Andrè).

Era passata una manciata di secondi da quando ero partita per il medioevo, ed ora la porta magica mi aveva riportata violentemente ad oggi.

La signora che mi accompagnava stava scorrendo la sua mano sulla mia guancia dall’alto in basso lentamente e delicatamente, in un tentativo di carezza incerta e spaventata.

Mi irrita terribilmente quando uno mi tocca senza che io gli abbia dato un del tutto chiaro consenso. Ed io il consenso a toccarmi lo dò molto molto raramente.

Ho estratto dalla tasca dove era come al solito sequestrata, la mano destra perché la sinistra era saldamente stretta fra braccio e torace della mia accompagnatrice. Agitandola minacciosamente come un contorto innaturale artiglio davanti alla sua faccia, ho gridato Cioè, ho grugnito un incomprensibile accozzaglia di suoni che hanno terrorizzato ulteriormente la donna, già oltre il limite del controllo di una ragionevole angoscia.

Eugenio era partito per non so dove il giorno dopo il mio incidente, dopo aver sistemato sua mamma in una struttura di accoglienza temporanea, ed io non avevo la più pallida idea di dove fosse e fino a quando fosse. Il desiderio fisico di lui, si era amplificato notevolmente, regalandomi un ribollente turbamento interiore.

Il mio doloroso moto di rabbiosa contestazione aveva il sapore di una reazione strana e illogicamente contrastante con l’espressione di amore intenso e puro che avevo appena vissuto come testimone. Improvvisamente volevo scendere al più presto da quel ponte e tornarmene nella caotica città del nord, sola in mezzo a quel milione e quattrocentomila di esseri più o meno umani. Allo stesso tempo con contrastante contraddizione avevo improvvisamente bisogno di sentire il calore altrui a contatto fisico con la pelle della mia pancia. Non necessariamente fosse un surrogato Eugenio. Poteva essere chiunque, anche la figlia Down rugbista della mia collega che mi aveva scarrozzata in giro sulla sua Mercedes quando andavo a scuola di teatro, o magari la fattorina del “Supermercato 24” rude e decisa con taglio mascolino, che mi sembrava mi avesse divorata con gli occhi quella volta che mi ero fatta portare la spesa a domicilio nella speranza che si ripresentasse Andrea Yazici, o fosse anche il vecchio catarattico piscione vicino di casa. Volevo un contatto diverso da quelli famigliari, che mi facesse sentire viva intera e non solo mal messa a metà. ‘Basta! Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!’

Certo diciamo che tempisticamente non sembrava essere stata una grandissima idea quella di tornare a Milano in quel momento. Ad aspettarmi c’era il biglietto con le quattro parole della strabica donna delle pulizie, nel quale annunciava le sue dimissioni. Stranamente però il biglietto non aveva accentuato lo stato di rabbioso avvilimento che aveva determinato il mio ritorno. Anzi, per irrazionale reazione l’idea della novità e del cambiamento era stata una flebo di linfa vitaminico-energetica.

Oltre alla curiosità del nuovo, il curriculum e l’immagine fotografica di Liliana mi avevano dato un senso di ottimismo. Okay, allora significa che ho fatto bene a tornare a Milano!

Mi devo preparare all’incontro.

Mentre osservo lo sguardo stranamente triste ma di carattere, che mi trasmette il viso etereamente bianco contornato dai capelli di un bianco impossibile che ospita quei due occhi di acqua gelida, del documento di Liliana, si concretizza in me un presentimento indefinito fra l’eccitante e l’inquietante. Cosa sarà per me Liliana? E’ una sensazione strana che produce un irrigidimento doloroso del polso destro piegato all’inverosimile, che mi fa tornare alla realtà pratica.

Devo assolutamente fare una bellissima prima impressione. Devo scegliere il vestito giusto che esalti il mio seno e nasconda i pelacci della mia metà destra. Devo scegliere il deodorante per neutralizzare lo schifido sudore dell’ascella destra che sicuramente l’emozione produrrà in quantità industriale.

Devo fare un sacco di cose. Forza, diamoci da fare!

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