L’INCIDENTE

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Ero bellissima da piccola e molto vivace così dicono perché io non ricordo assolutamente nulla.

L’incidente l’ho avuto durante una manifestazione ambientalista con mio babbo che era un attivissimo e impegnatissimo cultore della difesa della natura in tutti i suoi ambiti. Aveva anche una qualche carica importante in qualche associazione dell’ambiente.

Attivissimo fino all’incidente. Completamente assente dopo.

Era il 2 giugno 1988 a Colle Don Bosco vicino ad Asti. Una manifestazione doveva bloccare la tappa del giro d’Italia per protestare contro la industria di colori ACNA che inquinava. Eravamo molto legati io ed il babbo, lui legato quasi morbosamente a me, un morboso non tossico ma intensamente dolce, che tutte le bimbe vorrebbero dal loro babbo. Mi portava spesso con lui alle manifestazioni che organizzava o a cui partecipava. Diceva che ero la sua ispiratrice specie quando parlava in pubblico, entusiasta di se, diceva che lo faceva non solo per me ma anche per tutti i bimbi come me. Eccetera eccetera.

Eravamo ad un chilometro forse anche più dell’arrivo della tappa e mancava ancora più di un’ora al passaggio dei corridori, ma il gruppo nutrito di manifestanti si stava già scaldando. Proprio all’angolo del bivio con una strada sterrata che si inerpicava verso un gruppo di cascine, era rimasto a spartitraffico naturale un grosso tronco di faggio ormai bitorzoluto e lavorato dalle naturali manipolazioni climatiche. Era una palestra di arrampicata per Isa, che chiacchierando con i tre o quattro amici immaginari che la stavano accompagnando nella avventura, saliva e scendeva per quella asperità naturale immersa in un fantasioso mondo alpino.

Il babbo era chissà dove, forse nel gruppo di case rurali in cima alla strada sterrata dove i contadini del posto avevano allestito un tavolo di vino salame e pane all’ombra degli ontani.

Nessuno prestò attenzione ad una bimba impegnata in una arrampicata libera sulla parete di legno del monte “Puntone”, e nessuno pur vedendola a terra, pensò che mancando un appiglio nella “roccia” era precipitata per quei cinquanta o sessanta centimetri che la separavano dal “fondovalle” del “dirupo”, impattando con il capo neanche tanto violentemente, contro una radice sporgente della “sua montagna”. Solo qualcuno rise nel vedere che risollevandosi da terra era un po’ barcollante, e protendeva le mani avanti a se, come se con le mani esplorasse lo spazio attorno senza vederlo, per poi ricadere nell’avvallamento di fossato al bordo della strada, che sembrava il letto di un fiume un po’ in secca ai piedi della montagna.

Nessuno si rese conto della situazione. Dopo poco sembrava tutto passato, tutto sotto controllo. Anche al babbo non sembrava strano il mio vago disorientamento e quel leggero farfugliare nelle risposte alle sue domande. Avevo perso la mia vivacità, stavo abbastanza seduta e ognitanto sentivo un po’ di male alla testa, che poi mi passava. Tutti con “competenza” tranquillizzavano tutti. “E’ solo la botta! Succede che faccia questo effetto quando uno cade e picchia la testa”.

Era ormai passato tutto, i corridori, la manifestazione di protesta ed anche il sole.

Ormai ci eravamo incamminati verso il cortile del birrificio poco distante dove avevamo lasciato le auto con cui eravamo venuti anche da così lontano. Io cominciai ad inciampare, cadere, rialzarmi per inciampare ancora.

“Babbo mi scoppia la testa”

Fu l’annuncio che precedette di alcune frazioni di secondo un improvviso getto costituito da un materiale liquido giallastro misto a frammenti di prosciutto e mela verde triturati, che dalla mia bocca si proiettò quasi uniformemente sui pantaloni color kaki del corpulento amico del babbo con cui stava animatamente discutendo.

“Ma che cazz…” fu il tentativo di protesta improvvisamente interrotto dall’immagine di due occhi strabuzzanti in un o sguardo ormai perso nel vuoto, e un corpicino flaccido che si stava adagiando con un rumore sordo sull’asfalto dissestato.

La diagnosi subito al ricovero in ospedale è stata di emorragia cerebrale, coma, intervento chirurgico, e poi il resto.

Mio papà da allora non è più stato lui.

Nel 1998, quando avevo 15 anni, ed ero fortunatamente appena riuscita a smettere di usare il pannolone, cosa non di poco conto nella mia laboriosa conquista della vita sociale, ha lasciato la famiglia per formarne un’altra. La sua nuova compagna aveva già un figlio di uguale età mia. Anche con loro non è che andasse molto bene, il carattere di papà era completamente cambiato, erano molto frequenti i litigi con la compagna e anche con il figlio di lei.

Papà è morto nel 2009 in un incidente sul lavoro schiacciato da una macchina, faceva il meccanico in ferrovia.

Hanno detto che le lesioni che aveva riportato erano tali che la morte deve essere sopraggiunta immediata, ma se ha avuto ancora tempo per pensare, andandosene ha sicuramente ripercorso tutto il senso di colpa che ha occupato il suo animo senza abbandonarlo un istante. La sua vita successivamente all’incidente è stata una continua ricerca di espiazione, infliggendo intenzionalmente dolore a se stesso con mezzi fisici e morali, come punizione di quello che riteneva evento ascrivibile esclusivamente a lui come unico responsabile.

Daga, diminutivo di Sandra, si è sostituita al babbo già quando mamma era rimasta sola. Daga era innamorata di mamma dalla visita medica per l’esonero dalla ginnastica al liceo. Forse mamma inizialmente non nutriva lo stesso sentimento nei confronti di Daga, anche se lo strano presentimento trasmessole da Paolo e Francesca il giorno che aveva visto Daga per la prima volta in fondo al corridoio, era premonitore. Mamma era disperata e moralmente distrutta oltre che terribilmente spaventata vedendo davanti a se una montagna di problemi con una ragazza nel bel mezzo di una adolescenza esplosiva, arricchita, forse meglio dire complicata, da una disabilità non facile. Si lasciò aiutare da Daga che piano piano, sinceramente anche con alcuni meriti, si è sostituita al babbo, riuscendo anche a plasmare una sensibilità ed una sessualità forse inconsciamente predisposta. Non è la miglior persona del mondo, specialmente ora che per problemi di salute sta superando il quintale di peso.

Io dall’incidente ho guadagnato una emiparesi destra e l’impossibilità ad una comprensibile parola. Si vive comunque. Non so come spiegare, ma forse più dei muscoli sento contratto e rigido al limite del dolore il mio cuore, sempre indurito dalla volontà di difesa da tutto e da tutti.

Mi sono progressivamente adattata anche a non nascondere più la mano destra e fregarmene del mio corpo tutto storto e ritmicamente ciondolante.

Forse “adattata” è un termine discutibilmente improprio, considerando le battaglie combattute anche con una discreta dose di reazioni isteriche, contro chi con mezzi per me barbari, voleva a tutti i costi trasformare il mio corpo e rammollire i miei muscoli così fedelmente marmorei.

Ricordo, ora anche con qualche nota di nostalgia, la campagna “delle guerre botuliniche”, vissuta allora, ormai giovinetta, come un incubo. Con quante urla a metà fra lo squillante e il gutturale sono riuscita a produrre lesioni timpaniche a mamma, Daga e chiunque in quel periodo mi circondava. La testardaggine di chi voleva farmi infilzare con quegli aghi al botulino nulla ha potuto contro la altrettanto testarda mia resistenza. Resistenza per altro giustificata dall’irrisolto aggrovigliamento della mia mano prima e dopo gli infilzamenti.

La gamba, dopo aver fatto le punture, me la fasciavano in un gesso per 15 giorni. L’ultima volta che ho fatto il trattamento, quando mi hanno tolto il gesso l’infermiere, non so come, mi ha prodotto una ferita sul collo del piede che mi era durata per più di una settimana. Ho pianto e urlato talmente tanto in quella settimana, più per la rabbia che per il dolore, che mamma non ha voluto più saperne di botulino e neanche di operazioni che ognitanto qualche medico mi proponeva.

Un altro capitolo per quanto riguarda la parola. Logopedia, esperienza pallosa ed inutile. Prodotto zero. Almeno però la logopedia non mi produceva dolori. Solo noia. Alla fine anche le professioniste hanno gettato la spugna.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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Discussioni

  1. Ciao Così, seguo la tua serie con autentica partecipazione. Amo il tuo modo di “descrivere” verità e il coraggio di portare avanti una storia come questa con molta schiettezza.

  2. Cavoli. Non avevo ancora letto i tuoi scritti e son partito da questo. Non è facile commentare. Riesci a descrivere in maniera limpida, razionale, schietta l’incidente e ciò che ne è seguito. E, secondo me, è un scelta efficace, che domostra forza e consapevolezza e arriva diritta al lettore.