ISABELLA IN RAPPORTO CON IL SUO CORPO DIVERSO (prima parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Isabella era rannicchiata nell’angolo acuto della doccia. La doccia aveva una sezione a tre lati di cui quello dove si aprivano le due pareti scorrevoli di ingresso, arrotondato a quarto di cerchio. Costruito in materiale plastico per assorbire eventuali urti da cadute, già altre volte aveva svolto correttamente questa funzione. Questa volta la caduta aveva avuto un’articolato svolgimento con sequenza di elementi che oltre a scaricarsi su alcune parti fisiche del corpo di Isabella, avevano contuso anche il suo spirito.

Quella mattina si era alzata presto. Erano solo le sei, ed il sonno era svanito spinto via da un insieme di pensieri scomposti e sovrapposti. Preoccupazione per il momento difficile della pandemia in corso, mista ad uno strano bisogno di calore fisico prodotto da un sogno convulso. Era come al solito sudaticcia, con la parte destra neuropazza del corpo abbastanza olezzante. Sotto il getto caldo della doccia si stava accarezzando ad occhi chiusi con la mano sinistra, cercando di assaporare un rilassante intimo piacere, la natica sinistra e la coscia fino a raggiungere con dosata lentezza il cespuglio cresposo. La mano destra si muoveva un po’ a scatti incostanti in pressione discreta sul seno destro. Improvvisamente uno scatto improvviso incontrollato prodotto un po’ dalla eccitazione crescente ma più dalla scoordinazione dei collegamenti nervosi del suo apparato elettrico, il dito anulare colpisce violentemente l’occhio destro fortunatamente ancora chiuso.

La reazione è stata immediata e ha prodotto una sequenza di movimenti per meta finalizzati ma per metà senza senso, che hanno determinato la caduta, sballottata fra le piastrelle bianche latte e il box grigio perla, sul piatto di marmo grezzo. In verità senza particolari danni fisici, ma con una immediata esplosione di rabbia. Rabbia per il dito nell’occhio e rabbia per la caduta, entrambe direttamente connesse alla parte di lei che la rende diversa e facilmente distinguibile in mezzo a mille. Forse anche unica sì, ma unica di cosa?!!

Mordendosi le labbra fino a sanguinare, sotto il getto della doccia, attraverso immagini distorte dalla lente deforme delle lacrime nervose e copiose, comincia ad osservare con un intenso livore, pezzo a pezzo il proprio corpo.

Il piede destro è in quel momento la parte più lontana. Anche per questo è più piccolo del piede sinistro. In effetti è appena più corto e in particolare più stretto, è come un rettangolo, con la larghezza della parte anteriore quasi uguale alla parte posteriore. Le dita sono ammucchiate fra di loro, piegate in basso come se fossero protese a raggiungere la pianta del piede, mentre il dito più grosso ha la prima falange rivolta verso l’alto di novanta gradi con il tendine sotto pelle ben visibile e teso come la corda di un arco. La falange con l’unghia invece è piegata in basso a novanta gradi rispetto alla prima, e sovrapposta al secondo dito schiacciandolo così ulteriormente verso il basso. Tutto il piede è rivolto verso l’interno dalla caviglia in giù, e Isa quasi ne vede il di sotto, e può intravedere il grosso callo, ormai da anni elemento permanente del suo piede, proprio sulla parte esterna dove inizia il dito piccolo. La callista è una professionista, ma per quanto si impegni tecnicamente il callo mantiene nel tempo le sue dimensioni ed anche la sua vitale dolenzia a volte molto fastidiosa. Quello che Isa non vede è il callo altrettanto grande che, sempre da anni, si è stabilizzato sulla parte esterna del piede quasi a metà, nel punto in cui il lato esterno del “rettangolo” devia decisamente verso l’interno ad angolo acuto con una sporgenza dura. Anche questo la callista ci dà l’anima nel cercare di limitare le sue dimensioni e i suoi effetti, ma con risultato nullo. Quando Isa si mette in piedi senza scarpe, la gamba destra, allungata e rigida, si appoggia sul piede solo sulla punta e sul lato esterno, ovvero proprio nei punti dove ci sono i grossi calli. Questa posizione anomala è corretta dalle scarpe. Avrebbe diritto a due paia di scarpe ortopediche all’anno. Ma ormai Isa si è stufata di mettere delle scarpe terribilmente brutte, pesanti e che poi le fanno male da tutte le parti. E nonostante le sue rimostranze, e le varie modifiche del tecnico, il risultato è solo l’irritazione di entrambi. L’uno pensa di aver ragione a fronte di una rompiscatole insoddisfatta, e l’altra di avere male. Le scarpe normali forse si consumano con esagerata facilità, strisciandole continuamente contro ogni tipo di superficie, visto che la gamba contratta e mal controllata, con difficoltà alza il piede dal terreno, ma almeno non sono brutte e non fanno male.

Isa osserva con rabbiosa tristezza il resto della la gamba destra. Ha una forma a tubo cilindrico sia nella parte sotto il ginocchio che sopra il ginocchio, ed è decisamente più piccola di diametro della sinistra, che ora si trova piegata su se stessa con il piede sotto la coscia destra. La cosa che però ancora più la imbestialisce, è l’immagine della abbondante peluria scura che cresce uniformemente distribuita su tutta la gamba destra. Peli scuri e fitti, un po’ mossi, che fanno quasi cambiare colore all’intero arto. Il lockdown covid ha impedito il periodico restyling aggravando la situazione, che a detta dei medici è conseguente alla innervazione scombinata. La rigogliosità del terreno ha reso asimmetrica anche la boscaglia pubica, con fronde che si estendono fino alla fossetta ombelicale, lunghe e nervosamente arricciate. La mano destra è ancora affondata lì in mezzo a scomporre con la sua pressione le morbide labbra.

Quando Isa dorme la mano è rilassata e molto simile all’altra, se non fosse per la sua sottile magrezza e la peluria presente anche sul dorso delle dita. Ma basta anche solo il pensiero e l’intenzione di una qualunque azione in una parte del corpo anche estremamente lontana da “lei” che “lei” si attiva energicamente artigliandosi. Le dita a volte si allungano fino ad avere le articolazioni piegate in una innaturale angolatura inversa a quella normale, ma più spesso sono tutte chiuse a pugno. Si stringono con forza attorno al pollice che con altrettanta forza fuggire insinuandosi fra in medio e l’anulare, e sporgendo per quasi la sua lunghezza oltre di loro che, a causa del disordine dei legamenti stressati da anni di contrazioni più o meno energiche, sono piegate oltre il normale. Il polso allungato fino allo spasmo o piegato a novanta gradi al limite della sua escursione, è ruotato completamente dalla parte opposta del corpo e quindi inutile per qualsiasi azione di supporto alla mano sinistra.

Una leggera curva della schiena completa le anomalie del corpo, ma è talmente modesta rispetto al resto dei problemi, che è stata da sempre sistematicamente ignorata da tutti. Forse ad essere molto attenti ci si accorgerebbe che il seno di destra ha il piccolo capezzolo appena più in alto del sinistro. Ma Isabella non usa mai lo specchio.

Improvvisamente un sorriso rompe il ghigno più incazzato che triste di Isabella. Nella sua mente è comparsa l’immagine di un mare azzurro, un odore salmastro, il vento fra i capelli e due mani sulle natiche.

Il quadro le ha squassato la scatola colma di depressione, facendo saltare il coperchio e tutto quello che si era raccolto dentro. Ha un impulso di inaspettata euforia che interrompe il flusso delle lacrime. Si butta di lato sul marmo grezzo e con la mano destra ancora irosamente conficcata in mezzo alle gambe, si spinge con la sinistra fuori dalla doccia sul pavimento del bagno, mentre l’acqua scroscia ancora. Non ha tempo per la complessa operazione di alzarsi e chiudere il miscelatore. Non pensa neanche di spostarsi camminando. Bagnata come è ricadrebbe scivolando al primo passo o prima ancora di esso. Deve assolutamente ricominciare subito a scrivere e dipingere la scena appena comparsa nella sua mente. Uscendo dal box ha sentito una fitta su una costa destra, ma non ha tempo per verificare. Appoggiata sul lato stupido, con il braccio destro piegato al gomito che fa da appoggio scorrevole, e la gamba destra altrettanto, spingendo con la gamba sinistra e il braccio sinistro, distribuisce una larga striscia di acqua sul pavimento fino alla camera. Si appoggia a mo di schienale al letto dopo aver fatto scendere da lì il PC lasciato quasi sul bordo già dalla sera prima. Afferra il maglione di lana grezza caduto per metà a terra, che dalle dimensioni credo sia un recupero dal guardaroba dismesso di Daga, e si avvolge stringendolo forte sulle spalle e sulla pelle per difendersi da quel freddo umido che già si sta intrufolando nelle sue ossa. Dopo aver neutralizzato la mano destra sempre in mezzo alle gambe, inizia con la mano sinistra a trasferire sul PC lo scenario prima che si dissolva.

LA SECONDA PARTE NEI PROSSIMI GIORNI

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