COLLABORATRICI DOMESTICHE, DEPRESSIONE E SENSI DI COLPA (parte 2/3)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Ero distesa nella semipenombra della mia stanza di prima mattina quel giorno di fine febbraio, mentre il campanello suonava all’impazzata fino a quasi incendiarsi. La porta chiusa a chiave dall’interno con la chiave inserita a metà della sua rotazione, impediva alla donna che viene due volte la settimana a fare i lavori, di entrare con il doppione in suo possesso.

Non sapevo se alzarmi o no, avrei preferito non alzarmi. Ma era tempo ormai. L’animo grigio con tonalità di intenso nero di tre giorni prima si era sufficientemente colorato.

Sì perché ero a letto da tre giorni da quando avevo iniziato la mia viziata segregazione terapeutica.

Prima di cadere nel trans autolesionista in verità mi ci erano voluti tre giorni. Le coltellate infertemi sulla carne viva da quell’infame inqualificabile emerito buzzurro che mi aveva letteralmente strappata con sproporzionata energia dall’aiuola in cui mi ero tuffata, avevano prodotto una maturazione lenta masticando con calma la rabbia.

Era più di un anno che ero immune da episodi depressivi. Ed era più di un anno che non ricorrevo al mio trattamento antidepressivo di chiudermi nella mia camera senza uscirne per più giorni. L’ultima volta l’elemento scatenante era stato un contrasto sul lavoro senza che la mia disabilità centrasse assolutamente nulla. Mi avevano cambiato orario . Era una esigenza di servizio, mi era stato detto. Ma perché cambiarlo a me l’orario, scombinando la mia accurata organizzazione famigliare. Cosa c’entra se in famiglia sono solo io!! I miei ritmi esigono tecniche di incastro che solo io sono autorizzata a modificare. E poi chi mettevano al posto mio? Un incapace. Un ignorante che fa gridare vendetta alla mia intelligenza forse troppe volte incompresa. Mi era bastato solo un giorno di immersione nell’oblio totale della mia stanza, sotto la coperta di Linus. Era bastato un giorno perché Enrica, la coordinatrice del personale, mi aveva comunicato che il cambio era legato alla nuova mansione affidatami di supporto alla accoglienza di stranieri ed extracomunitari. Cosa che mi ha dato un entusiasmo e una gioia tale da dimenticare la ridisorganizzazione degli orari della mia vita privata.

Questa volta “l’energumeno”

Alcuni giorni prima andando al supermercato vicino a casa, visto che già il traffico si era ridotto per l’emergenza Covid, per fare la strada più corta nel tornare a spesa fatta, ho attraversato il viale in un punto a caso. Al centro un marciapiede divide i due sensi di marcia. Veramente non è un marciapiede ma una specie di aiuola con terra e regolari arbusti. Non è molto alto, ma un po’ col fatto che avevo la borsa abbastanza pesante appesa al braccio e un po’ che cercavo di essere il più veloce possibile, l’energia spesa per sollevare il piede destro non è stata sufficiente e mi sono trovata con la faccia a venti centimetri dal terriccio dopo aver impattato parzialmente con l’arbusto che ci cresce al centro, salvata solo dal contenuto della borsa che si era interposta fra il mio seno e il suolo. Non ho sentito male al petto o altre parti ma lancinante allo stinco della gamba sinistra atterrato violentemente sullo spigolo del cordolo in sasso dell’aiuola. Ste cavolo di barriere architettoniche!! Il mondo dovrebbe essere tutto in piano come il mare. Una tavola infinita completamente spoglia! Che bello! Una monotona grande isola senza alberi né asperità o avvallamenti da superare. Anche senza altre persone contro cui urtare fisicamente e spiritualmente. Un mondo senza la strada, senza il marciapiede e senza quel soggetto che non so se dire fortunatamente o sfortunatamente, mi ha tirata su da terra, mentre stavo ancora cercando di inghiottire tutta la rabbia che mi era montata insieme alla bile per essermi ritrovata in posizione semisdraiata a mostrare le mutande. Sì perché proprio quella mattina stupidamente mi ero messa una gonna, cosa che faccio molto raramente. Sopra una maglietta che Daga ritiene orribile, ma che a me piaceva tanto. Abercrombie, sei renne sciatrici. Odio lo sci, odio la neve e tutto quello che rappresenta in termini di scorrevole scivolosità con cadute annesse, ma quelle renne sono troppo simpatiche. Specie quella che si scatafascia. Sopra una giacca di pelle nera. Metto quasi sempre una giacca se sotto non ho i pantaloni, una giacca con tasche, così se mi serve neutralizzare la vivacità inutile della mano destra, la impacchetto nella tasca e buonanotte suonatori.

Stavo ancora masticando fiele quando sento una voce con vago accento napoletano che gentilmente mi dice “Ma cà cazzo faiii….”. “Te si ciecàt o si scemà?”

Avevo un uovo spiccicato sulla maglietta, proprio dove c’è il disegno della renna scatafasciata. La rabbia mi era già salita a mille senza che l’uomo venuto dalla strada mi rivolgesse in quel modo il suo sostegno morale. Per altro un sostegno cauto, gentile e preparatore della successiva fase di insulti.

Stavo cercando di capire meglio cosa stava succedendo attorno a me, quando ho sentino una fitta al braccio destro

“Ma cà cazzo dici!?” era rivolto a me che per il dolore al braccio, oltretutto il destro faccio notare, avevo espresso il mio sentimento di quel momento con un grugnito tipico del mio fraseggio.

Ero ormai quasi completamente strattonata in piedi quando il signore (il mio sollevatore) completa la sua personale disquisizione arricchendola degli elementi che dipingono il quadro completo a suo giudizio della mia personalità

“Ma sì storpia, ppi forzà cadì” ”nun si capisc neanch cosà cazzo rici.” ”cosa cazzo vai in giro, stattene a casa!” era ormai arrivato al suo decimo colorito epiteto. E io oltre alla bocca avevo ormai chiuso anche le orecchie.

Con violenza e foga anche un po’ scoordinata, mi carica sulle sue braccia e mi porta via dal centro della strada. Peccato che mi abbia portata dalla parte da cui io già provenivo. Dopo avermi adagiata facendomi sbattere sul porfido del marciapiede la natica destra, quella più piccola, quella con meno ciccietta che protegge l’osso del sedere, se ne va bofonchiando. “Quelli come te dovrebbero rendersi conto di essere storpi, e devono stare a casa. E poi sempre lì a reclamare voi paralitici. Pensate di avere difficoltà solo voi? E le mie difficoltà chi me le paga?”

Non so quando avrà terminato la sua filippica di carattere a metà fra il filosofico, il politico e il senza senso, rivolta al mondo intero, anche se non aveva nessuno attorno.

Io non avevo più le uova, avevo la maglietta preferita rovinata, male alla gamba e la strada ancora da RI attraversare essendo “tornata al via senza tirare i dadi”. Un nodo mi stringeva la gola. Non so quanto sono rimasta a piagnucolare raggomitolata con la testa fra le braccia esattamente dove mi aveva “adagiata” l’energumeno, prima di rimettermi in movimento. Fortunatamente era passata poca gente, e quella poca non si era minimamente curata di me. Un mondo in cui venivo totalmente ignorata. Stupendo!

Mi sono fatta 200 più 200 metri in più di strada a piedi per arrivare fino al semaforo di via Verdi e attraversare in sicurezza. Sudata marcia, sgradevolmente olezzante, sporca di terra e di rametti di arbusto, nella speranza di non trovare vicini di casa.

“Gioia cara, ma sei caduta? Ti sei fatta male? Vuoi che ti medichi? Vuoi un bicchiere d’acqua?”

“Vai a cagare!” è stato il mio irriverente pensiero. Mio pensiero inopportuno perché il vecchietto, vedovo già da diversi anni ma ancora inconsolato, che non è che conosca bene, è sempre stato molto gentile e mai invadente con me.

Io stupida che invece di mettere i miei soliti pantaloni ho messo la gonnellina e ora il colpo sullo stinco della gamba destra cominciava a lasciare qualche segno ben visibile anche al catarattico nonnino.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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