MI AVVALGO DELLA FACOLTA’ DI NON PARLARE (parte prima)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Isabella ancora seduta a terra, ancora appoggiata al letto e avvolta nell’enorme maglione di lana grezza, era ormai quasi asciutta anche se dai capelli scendevano ancora alcune gocce di acqua sul pavimento. Questo ha un po’ complicato l’operazione di alzarsi da terra che comunque è già una delle azioni a maggior indice di rischio. Non tanto per la gamba di per se abbastanza assecondante se pur poco collaborante di base, ma più per il braccio destro che nella richiesta di maggior impegno per aiutare il sinistro nello spingere verso l’alto tutto l’insieme, di sua iniziativa si contrae piegandosi al gomito ed ottenendo così l’effetto contrario.

L’acqua scorreva ancora dal soffione della doccia. Lei era comunque nuda ed infreddolita anche se il maglione aveva mitigato l’effetto bagnato. Doveva reimmergersi nell’acqua bollente prima della colazione. Seguendo un percorso rasente i mobili che garantisse un appoggio con la mano sinistra, visto che i piedi umidi non erano il massimo della sicurezza, falciando con cautela si diresse verso il bagno. “Falciare”, termine che usavano i medici per definire il suo modo di camminare. In effetti azzeccato, anche se la dottoressa Musanti scriveva nelle sue relazioni, ormai risalenti a diversi anni addietro, che “la gestualità patologica era in via di attenuazione progressiva”. In realtà in tutti quegli anni non era cambiato assolutamente nulla. Il piede destro quando lo portava avanti durante il passo, contrariamente alla logica, si allungava e obbligatoriamente premeva con forza contro il terreno bloccandosi. Irrigidendosi contemporaneamente per riflesso anche il ginocchio, Isabella doveva allargare la gamba, proprio a mò di falce che taglia l’erba, ed a volte, anziché tagliare l’erba, arava il terreno. Quando poi il terreno non era liscio, e di questo Isabella se ne accorgeva troppo tardi, bloccandosi in quel punto il piede, mentre il resto del corpo al di sopra era già proiettato in avanti, cadeva rovinosamente a terra.

Isabella, ristorata dal caldo della doccia e dalla tazza calda di cioccolata aveva ricominciato a scrivere con foga pensando proprio all’immagine del suo corpo in complicato faticoso movimento.

E’ fisicamente palpabile la sensazione di costrizione prodotta dalla rigidità della mia metà destra del corpo.

Uno spostamento, oltre al dispendio di energie, frustra terribilmente le aspettative. Vorrei essere là ma nonostante tutto il lavoro svolto per raggiungere “là”, sono ancora “quà”.

Frustranti anche gli insuccessi ed i numerosi disastri combinati usando una mano sola e sperimentando l’inutilità e la dannosità a volte dell’altra.

Forse però non è facile rendersene conto, ma ancora tremendamente più angosciante è l’impotenza della comunicazione. So cosa comunicare a te, ma nonostante parli, o meglio emetta suoni dalla mia bocca, a te non arriva nessun messaggio. E siccome non ti arriva, decodifichi i miei versi a modo tuo e anticipi la risposta in relazione alla tua interpretazione personale della mia domanda, che peraltro non ti ho ancora fatto oppure ho fatto ma tu hai ignorato essendo per te solamente un complesso insieme di suoni. Sei odioso! Ancora più odioso perché, giocando facile, vuoi dominare lo spazio della conversazione, solo perché tu parli e io grugnisco. Non mi fai domande, e se le fai non aspetti la risposta. E allora cosa cazzo vuoi da me?! Vattene altrove! Evitami! Io posso assolutamente fare a meno di te e della tua stupida solerte comprensiva partecipazione, che altro non è che squallida compassione.

Mi ero di molto impanicata della clausura sociale imposta per la pandemia Covid, prima che iniziasse. Mi chiedevo come avrei affrontato e risolto molte cose di gestione della vita, come ad esempio la spesa alimentare. Le code in piedi fuori prima di accedere ai negozi, ai supermercati. La necessità per me di andare a piedi portandomi poca spesa per volta e quindi andare spesso, che contrastava con l’esporsi il meno possibile. Non sarebbe potuta venire neanche la donna che mi dà una mano un paio di volte la settimana. E comunque anche Daga non poteva attraversare la città per mettere a disposizione la sua auto per la spesa “grossa”. Proprio così! Più che la paura del virus era l’angoscia del “come farò”.

Ma inaspettatamente e fortunosamente ho scoperto “Supermercato24”!!!!

Stupendo. Tu ordini e ti portano tutto fino in casa.

Non so più se era un mercoledì o un giovedì. Appena fatta la scoperta ho fatto una lista che più lunga di così non sarei riuscita ad immaginarla neanche quando un po’ di anni fa avevo invitato a casa mia per una festicciola, un gruppetto di “Ballo Facilitato”.

Era stata un’esperienza che avevo vissuto come al solito un pò “contratta” non solo nei muscoli ma anche nello spirito. Mi sarei probabilmente divertita un sacco se solo fossi riuscita a lasciare andare il freno sempre tirato del mio animo e del mio cuore, oltre che del mio stomaco. La mia breve esperienza di palcoscenico non aveva poi avuto seguito.

Ero stata convinta da una collega che aveva una figlia Down che frequentava la scuola. Mi ero però ben presto stufata di fare dei gesti che avrebbero dovuto essere armonici aggraziati e io invece li vedevo come un pugno in un occhio. Avevo cominciato a lamentare una (inesistente) vescica da contatto in un piede che mi creava problemi, poi che per arrivare alla scuola avevo troppa strada a piedi da fare o che ero sempre troppo stanca.

La figlia Down della mia collega, che inizialmente avevo pensato fosse una affascinante artista orientale, mi aveva offerto di scarrozzarmi con la sua Mercedes, anche se abitava da tutt’altra zona di Milano. Sfortuna vuole che dopo due viaggi si ruppe un tendine mentre si allenava nella sua squadra di Rugby. Non ho mai capito come una ragazza così bella e tutt’altro che possente, potesse essere innamorata di uno sport così maschio!

Il ragazzo che mi ha portato le 5 borsate di alimenti sicuramente pensava di trovare una famiglia di cinque persone, una per borsata, sarebbe forse stata una più corretta proporzione. C’ero solo io che oltretutto parlavo a versi. Quando ha capito che invece di parlare emettevo suoni variopinti, si è illuminato tutto. Ha pensato fossi sordomuta. Un sorriso con gli angoli della bocca che raggiungevano quasi le orecchie ha riempito il suo viso ovale, dalla carnagione un po’ olivastra al punto giusto. Io avevo già sentito un leggero sfrugugliare di qualche cosa in me al primo sguardo su quei due metri di altezza incorniciati nel quadrato della porta, ma quell’empatico sorriso, appena distorto dalla mascherina a visiera trasparente, aveva prodotto una scarica di corrente alternata che dal centro del collo in rapida progressione aveva raggiunto il fondoschiena, per poi risalire, dopo aver attraversato in un subbuglio di burrascose sensazioni pulsanti come tamburi il cunicolo in mezzo alle gambe, giungendo fino alla gola e prosciugando le ultime gocce di saliva rimaste.

“Conosco la lingua dei segni” “Avevo due fratelli gemelli cinesi alla scuola media, che erano sordomuti, e che mi avevano insegnato a comunicare” “Leggi il labiale?” “Guarda, senza saperlo in questo periodo da noi si usano le visiere trasparenti”.

I capelli lisciati e gelati, gli occhi scuri, un filo di barba lasciata crescere libera da alcuni giorni solo sul mento.

E’ rimasto molto deluso quando ha saputo che sì, io non parlavo ma ci sentivo benissimo. E comunque non sapevo comunicare in quel modo, con i segni o con altri mezzi.

In effetti, insistendo molto, non tanto mamma quanto Daga, e in particolare una mia insegnante di lettere che aveva una carissima amica con problemi di sordità, mi avevano costretta a seguire un corso adatto. Per le difficoltà in particolare legate al fatto che ho una sola mano funzionante mentre diverse descrizioni necessitano dell’uso contemporaneo delle due mani, aggiungendo a questo che io sono ben dotata di una genetica incostanza, pur con la assillante insistenza di tutta la “famiglia”, io avevo favorito il mio precoce abbandono. A qualcun altro era venuta l’idea di farmi imparare la lingua dei segni tattile usando il contatto di una mano sola. Sono sempre stata imbranata. Tentativo stroncato in una singola seduta. Ultimo più complesso esperimento la Comunicazione Aumentativa Alternativa, CAA, o AAC all’inglese.

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