IL GIORNO DI ASMA MOHSIM (Ghaydaa parte terza)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Pawel non si meravigliò quando dopo qualche mese l’infermiere gli aveva chiesto di concedergli Ghaydaa in intimità garantendo una ragionevole cospicua ricompensa.

Pawel aveva imparato ad affrontare i problemi della vita senza preoccuparsi del modo con cui riusciva a risolverli. Sapeva perfettamente che Ghaydaa non avrebbe potuto rendersi indipendente, economicamente e socialmente, in un paese come quello, in guerra e con le sue tradizioni nei confronti dei diversi.

L’infermiere aveva studiato in Pakistan dove si era rifugiato con il vecchio padre profughi dall’Afghanistan, quando erano fuggiti dal loro villaggio dopo aver perso, in seguito ad una azione di rappresaglia, la mamma e due fratelli che cercavano di difendere le due piccole sorelle sparite nel nulla. Il padre era morto quasi subito dopo un breve periodo di sofferenze in seguito a Dengue contratta ancora prima di partire. L’infermiere, rimasto solo, era riuscito ad introdursi con destrezza nell’ostile tessuto sociale Pakistano, assistendo un avvocato donna, della agiata borghesia.

Asma Mohsim era avvocato, figlia di avvocato. Coetanea e compagna di studi oltre che amica intima, di Shaadiya Nimaat Sulaiman, famosa avvocatessa e politica Pakistana. Aveva avuto una vita agiata e spudorata. Ma non si era mai sposta perché ossessionata dall’essere brutta. In effetti da un corpo in alcune parti abbondante e dalla pelle grinzosa, che sembrava sempre sporca, emergeva un viso alterato nelle proporzioni con due occhi oblunghi, stretti, esageratamente distanti fra loro, divergenti nello sguardo delle singole pupille, una bocca timidamente stretta sovrastata da una peluria che nel periodo del suo declino era diventata una selva oscura. Questa sua paranoia la aveva resa balbuziente, ma in un modo stranamente particolare. Parlava correntemente ed anche forbita nella sua veste professionale, mentre quando, abbandonata la toga, si trovava ad affrontare il socio mondano, si bloccava con così tanta fatica, palesemente insopportabile per gli altri, che aveva iniziato a difendersi affidandosi all’alcool. Gli ostacoli che trovava fra una parola e l’altra, e la facevano soffrire anche fisicamente, non li aveva eliminati, mentre il bere lo aveva meticolosamente e con impegno conservato, minando progressivamente col tempo, anche il suo prestigio nella vita pubblica.

Quando il padre muore lasciandola sola, perchè i due fratelli erano già morti annegati entrambi nelle paludi del Rann di Kutch, in un drammatico incidente durante la guerra del 1971, e la madre se ne era andata molto giovane in compagnia di un tumore delle ossa, lei cominciò ad ammalarsi di una strana malattia nervosa, che alla giovane età di quaranta anni cominciò ad erodere progressivamente ma rapidamente e irrimediabilmente in meno di due anni, il suo colto e dotto cervello. L’infermiere aveva cominciato a prendersi cura di lei con la timida speranza di un beneficio, che si concretizzò alla precoce morte di lei.

Per questo poteva ospitare Ghaydaa nella ormai sua ampia casa. Era già più di un anno che Asma era morta e nessuno si era ancora fatto vivo a reclamare il possedimento, e probabilmente non si sarebbe fatto vivo mai!

Diciamo che l’infermiere, se non aveva meritato quella fortuna, sicuramente non aveva accumulato demeriti durante la sua attività di badante. E Asma stessa dall’aldilà vegliava con affetto su di lui, ora che nei campi elisi aveva ripreso a pieno il suo intelletto.

Ma quel giorno in preda ad una violenta crisi di astinenza da sesso, favorita dalla totale perdita di freni inibitori, aveva richiesto su di sè attenzioni speciali da parte dell’infermiere.

Contemporaneamente a questa disgustosa scena in cui Asma si dimenava completamente nuda esponendo la sua folta scura foresta pubica, con i già grandi occhi che sembravano uscire completamente dalle orbite, il postino, anche lui abbastanza nudo, era accoccolato fra le braccia di Marioku, impegnato nella combattuta ricerca di superare il ributtante gusto, e ingurgitare il più possibile di un presumibilmente nutriente latte di capra, visto che quello c’era!! Marioku con una mano sorreggeva delicatamente il recipiente del latte e con l’altra controllava il corretto alternato salire e scendere del pomo del collo per essere certa della pappata.

Il postino sembrava irrequieto, impaziente, come se avesse qualche cosa di urgente da fare, e lei attraverso i suoi polpastrelli non riusciva a vedere e capire meglio. Questo la preoccupava, accentuando la roteazione dei suoi sporgenti bulbi e il nervoso movimento stereotipato pendolare.

“Vieni dentro di me, squarciami questa principessa, macchina di sesso”. L’infermiere aveva già altre volte assecondato alcune richieste di tenerezza. Asma era dolce quando la malattia glielo permetteva, era una guerriera ormai completamente disarmata, una roccia fragilissima che si sgretola al battito d’ali di una farfalla. L’infermiere sapeva che non aveva molto ancora di vita e forse proprio per questo la avrebbe assecondata anche questa volta, ma non così volgarmente. Doveva aspettare che si calmasse.

“Posso volare anche se non vuoi farmi volare tu!” aveva urlato dal piano di sopra.

Il parapetto della terrazza non era molto alto. Asma non aveva avuto difficoltà a salirci sopra. Quando l’infermiere aveva aperto la porta in cima alla scala, Asma era in piedi sul parapetto dalla parte della strada e impugnava in posizione di azione, la Makarov Darrai del padre puntata contro di lui. L’infermiere sapeva che Asma era una esperta nel tiro alla pistola, aveva sempre avuto punteggi alti al poligono sia nell’allenamento statico che dinamico. Certo la sua Walther P38 Parabellum era molto più precisa.

Quando Asma aveva cominciato ad avere periodi alterni di ipereccitazione e aggressività, l’infermiere aveva fatto sparire tutte le armi che sapeva esserci in quella casa. Quella del padre gli era sfuggita.

Il progetto era semplice. Colpire l’infermiere appena appariva sul rettangolo della porta in piena fronte, e poi colpire sè stessa in piena fronte cadendo platealmente in strada.

Era il modo per unire sè stessa alla persona che, forse senza rendersene conto lei ma soprattutto senza che l’avesse capito lui, aveva contato di più dopo suo padre nella sua vita.

Se ricordava bene, la pistola del padre aveva una imprecisa taratura per cui deviava a destra, e di questo doveva tenerne conto.

Il parapetto della terrazza era abbastanza profondo con una superficie ampia ad accogliere i suoi piedi taglia quarantadue, volutamente posizionati divergenti. Le gambe allargate, essendo nuda esponevano sfacciatamente le sue parti intime, ma le davano una stabilità maggiore.

Aveva atteso in posizione, fremente di emozione come nel momento che precede lo scambio degli anelli durante il matrimonio, ad eterno giuramento.

Era tranquilla. Non si era mai lasciata vincere da agitazione con la pistola in pugno, sia che il centro fossero i cerchi disegnati su una sagoma di cartone, sia che fosse la fronte dell’infermiere.

Elaborava dentro il suo petto l’atto d’amore verso l’unica persona che silenziosamente la aveva apprezzata per quello che era, senza finzioni o ipocriti interessi come era stata abituata nel suo ambiente.

Il polpastrello del dito indice appoggiato sulla concavità del grilletto stava impercettibilmente con progressione rapida aumentando la sua pressione, quando una piccola mano tenera, carnosa e calda si appoggia con delicata ma decisa presa sulla caviglia del suo piede sinistro.

La pressione dell’indice sul grilletto non subisce variazioni, ma sia l’occhio destro che il piede sinistro reagiscono d’istinto sbilanciando tutto l’impianto stabile, proprio quando il dito indice è alla fine della sua corsa.

Il suo sguardo incrocia in una frazione di secondo lo sguardo del neonato, che mentre emette un elegante rutto di soddisfazione per la poppata di latte di capra, sorride compiaciuto e soddisfatto per l’opera compiuta. E’ un peccato che da grande il postino non ricordi nulla se non l’immagine strana di odore di sudicio, emanato dal piede della donna che da tre giorni aveva deciso di escludere l’acqua dalla sua vita. Purtroppo il suo cervellino era ancora limitato alla sola “memoria motoria” del primo anno di vita.

Improvvisamente si dissolse con un puf dalla mente di Asma l’interesse verso quale direzione avesse potuto prendere il proiettile e le sue conseguenze, lascia cadere nel vuoto della strada la pistola, e afferra il fagotto di bimbo, stringendoselo all’inguine come se lo avesse appena partorito.

Il sorriso compiaciuto del postino, pur fastidiosamente impiastricciato di sudore e secreto vaginale della donna, era la conferma della soddisfazione per la sua prima complessa opera portata egregiamente a termine.

Mentre cadeva a terra, prima di perdere completamente i sensi, l’infermiere si fece tre domande a cui però non seppe rispondere.

Perché Asma così precisa ed esperta aveva sbagliato il colpo?

Perchè faceva così male un proiettile conficcato in una coscia?

E poi soprattutto, cosa cazzo ci faceva un neonato su quella terrazza?

Quando si svegliò Asma ancora nuda lo stava cullando in un pianto sommesso, dolce quasi agognato. Accarezzava delicatamente la fronte intonsa dell’infermiere con una mano, e con l’altra, inzuppata di sangue, premeva con energia sul punto della coscia dove, un apparentemente minuscolo foro d’entrata non smetteva di produrre il caldo liquido rosso.

Gli otto mesi successivi furono gli unici in cui Asma visse realmente.

In un mondo esclusivamente suo e dell’infermiere, realizzò tutti i valori fondamentali della vita, culminando con la maternità che si portò con sé, tutta sua, nel Janna dove la sua famiglia era in trepida attesa.

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