IL GIORNO DI MANSUL (Ghaydaa parte seconda)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


“Questo è tutto quello che sono riuscito a trovare” “Sono in maggior parte antibiotici, ma ci sono anche farmaci per lo stomaco, antidolorifici e un pacco di insulina”.

Il fratello di Mansul era un infermiere e in quel periodo, con l’embargo alle importazioni imposto dagli stati uniti, e con l’aeroporto di Lagos dichiarato non conforme agli standard internazionali, erano difficilissimi gli approvvigionamenti di farmaci specie in quelle zone di confine.

Pawel quella merce l’aveva rubata, ed al mercato nero avrebbe fatto una discreta fortuna con quelle cinque casse.

Ma lui conosceva perfettamente la malattia e la sofferenza, per lucrare su di essa. Sapeva le difficoltà in cui operava il fratello di Mansul nel centro medico locale, quando ancora non era arrivata l’organizzazione Medecins Sans Frontieres. La stessa loro giovane mamma proprio un anno prima aveva perso completamente e irrimediabilmente l’udito, in seguito alla assunzione di un antibiotico sperimentale.

Mansul era un militare di confine che avrebbe aiutato Pawel e il postino ad uscire dalla Nigeria, attraversare la striscia di Camerun che separa la Nigeria dal Ciad ed entrare poi in Ciad con il loro carico di armi, senza avere alcun problema.

E poi, cosa tutt’altro che secondaria, Mansul era uno dei suoi più teneri amanti.

Non era per niente bello. Gli occhi erano gonfi e sempre iniettati di rosso. Spalancati e sporgenti guardavano fissi nel vuoto come se fosse cieco anche se ci vedeva benissimo. Il naso e la bocca esageratamente larghi ammucchiati sotto una fronte talmente ampia che sembrava non finisse più. Il labbro superiore filiforme e quello inferiore per contrasto almeno cinque volte più spesso, sporgeva verso l’avanti e penzolava verso il basso. Alla fronte larga e alta corrispondeva un mento inesistente e quando accennava un sorriso, abbassava l’orbita superiore completamente priva di sopracciglia, alzava gli zigomi e allargava ancora di più la bocca che sembrava andasse oltre il limite della stretta guancia.

Ma il fisico era uno spettacolo. Scolpito da uno scultore del millequattrocento. Quello che sballava Pawel erano le sue natiche di una rotondità e di una plasticità impossibili.

Dopo aver indicato al postino dove scaricare le casse di farmaci, Pawer si era avvicinato al militare con una evidente carica di desiderio. Aveva infilato la sua mano sinistra sotto la camicia azzurra dell’altro a stringere con impeto il voluminoso e muscoloso seno del militare in un evidente affermazione di possesso. Esplodendo i suoi occhi quasi ad uniformarli a quelli del militare, aveva scaraventato la sua lingua nella cloaca del nigeriano, aspirando con un potente risucchio nella sua, il labbro inferiore del ragazzo, che a contatto con l’interno delle sue guance riempite da quella consistente carnosità, aveva acceso la detonazione.

I grandi occhi sporgenti di Mansul si erano chiusi come se stesse partendo per un lungo viaggio ed avesse bisogno del buio per vedere meglio la strada. In quel momento Pawel aveva affondato l’irregolare apice del moncone del suo braccio destro fra i due sodi gioielli dell’altro, protesi in avanti in un ritmico movimento. La prolungata rumorosa inspirazione delle gigantesche narici del ragazzo era la evidente totale partecipazione al gioco serio dei due. Erano spariti per due intense ore.

Il primo rabbocco di carburante a N’Djamena appena entrati in Ciad. Erano ormai quasi le nove di mattina. Pawel non aveva mai dormito. Forse solo alcuni minuti con Mansul dopo l’orgasmo. Era distrutto per il male al braccio destro.

L’Isuzu aveva la guida a sinistra e il cambio non automatico, e questo aveva creato qualche problema a Pawel appena impossessatosi del mezzo. Il primo viaggio era stato una sofferenza per le piaghe che si erano formate sul moncone del braccio destro al contatto con la leva del cambio. E quando si formano le piaghe in quel punto, oltre al rischio che esca l’osso dalla pelle, ci mettono comunque molto tempo poi a guarire. Per questo aveva modificato la leva allungandola e sostituendo il pomello con una specie di anello a scodella rivestito all’interno di gomma di camera d’aria, che accoglieva il suo moncone. Ma questa volta non era il moncone che gli creava difficoltà ma il persistere del dolore alla spalla dove il tatuaggio گایدا continuava ad essere gonfio arrossato, quasi sanguinante, con improvvise violente fitte. Doveva assolutamente riposare un po’ la spalla.

Si adagiò sulla sabbia dello spiazzo pieno di auto vecchie e arrugginite di fronte alla stazione di servizio dove il postino stava aspettando il meccanico che svogliatamente si tratteneva sotto il Toyota Land Cruiser verde militare, forse più per ritardare oziosamente da sdraiato l’inizio della sua giornata piuttosto che per finire un lavoro. I chilometri al successivo distributore erano al limite della capienza, se pur aumentata, del serbatoio di carburante del Isuzu, e la fermata era stata obbligatoria. Ma era stata obbligatoria anche perchè Pawel era arrivato al limite di sopportazione. Non riusciva a capirne il motivo di quel’insistente insopportabile male e perché proprio in quella sede. Era colpa del tatuaggio? Ma erano ormai più di sei anni che si era fatto tatuare il nome di Ghaydaa sulla spalla destra. Perché proprio ora quella reazione? Gli aveva dato tregua solo nelle due ore trascorse con Mansul.

Le tre ore di viaggio successive erano state un inferno. E anche ora non gli riusciva di trovare una posizione in cui potersi riposare un momento.

In più si era risvegliato il fenomeno di “arto fantasma” con un dolore trafittivo ed a colpi decisamente violento di tutte le dita della mano destra che non c’è.

Fu in quel momento che improvvisamente davanti agli occhi di Pawel comparve una immagine dietro ad un vetro incorniciato, come fosse un quadro a tinte fosche del cupo Naturalismo del seicento. L’immagine di Ghaydaa con tutti e quattro gli arti ben torniti, impugnava saldamente con entrambe le mani un grosso pugnale, come la Giuditta di Artemisia Gentileschi. Ma Ghaydaa invece di sgozzare Oloferne, approfondiva più volte il coltello nel suo stesso ventre, e mentre si colpiva rideva sguaiatamente.

Durò solo una frazione di secondi, ma bastò per scatenare un impulso quasi involontario, come se una forza misteriosa lo costringesse. Pawel si fionda sul carro, estrae da un cassetto nascosto sotto il sedile del guidatore, una valigetta e con in telefono satellitare contenuto in essa, compone il numero dell’analogo apparecchio che lui stesso aveva procurato a Nasreen, in persiano Rosa Selvatica.

Il segnale era debole, forse per l’apparecchio non più nuovo, non certo per la distanza con Khoy, la popolosa cittadina nel nord dell’Iran, ma sufficientemente potente per lasciare un chiaro sintetico quanto perentorio messaggio. “Ho urgete bisogno di notizie di Ghaydaa! Contattala!”.

Pochi attimi dopo aver fatto la telefonata, come per sortilegio riuscito, tutti i mali di Pawel svaniscono improvvisamente contemporaneamente insieme, come erano comparsi.

Nello stesso preciso istante in cui il postino, esattamente due settimane dopo essere partito da Yola, veniva investito dalla rabbiosa pugnalata al volto, accompagnata dallo spegnersi totalmente della luce nei suoi occhi e dall’insopportabile puzzo di alito fecale, durato un lungo interminabile istante, a cinquecento chilometri di distanza Maryoku si addormentava per sempre. Nello stesso preciso istante in cui il postino appoggiava la sua mano sulla spalla di Pawel scatenando la rapida catena di reazioni che lo avrebbero accompagnato tutta la notte fino alla telefonata, a settemila chilometri di distanza dalla parte opposta, Farhang Akbar Noubari si accomiatava da Ghaydaa.

Farhang era un membro del Consiglio per il Discernimento, importante organo Iraniano di legittimazione popolare, della Shahrestān o contea di Khvoy, nell’Azerbajian Persiano Occidentale. Era stato uno dei primi clienti di Ghaydaa. Era corpulento ma estremamente gentile e signorile, come il significato del suo nome. Non faceva sesso con Ghaydaa ma si intratteneva a conversare. Generalmente un paio di volte la settimana. Ghaydaa era molto serena con Farhang perché oltre a trascorrere delle ore in distensione, sapeva di acculturarsi e conoscere il mondo pur stando chiusa nel suo discretamente lussuoso attico in fondo a Strada Undici di Valiasr Blvd.

Nasreen la adorava e fin da subito aveva trovato per lei una sistemazione che potesse essere discreta, comoda, elegante come doveva essere la sua figura, e in più sicura.

”آتلیه بهار“ “Atelier Primavera”, sede della attività di copertura di Nasreen, era a dodici minuti a piedi di distanza, e per questo la ragazza si sentiva ancora più protetta.

Ghaydaa era a Khvoy già da tre anni mentre la professione la svolgeva da quando, uscita dall’ospedale di Peshawar era stata ospitata dall’infermiere.

A Peshawar i medici avevano “giocato” con professionalità con il suo corpo per un anno intero. Sei operazioni avevano modellato i suoi arti mentre altre quattro avevano tolto pezzi di intestino e altri organi normalmente importanti, ma ormai inutili nelle condizioni in cui erano ridotti. Per tutto quel tempo Pawel non l’aveva abbandonata un minuto. E quando finalmente poteva essere dimessa aveva ancora un tubino nella pancia da cui urinare ed il buco, da cui era stato ormai tolto il sacchetto per defecare, che si stava ancora chiudendo. Per questo l’infermiere aveva offerto la sua abitazione per ospitarla.

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Discussioni

  1. “Ma erano ormai più di sei anni che si era fatto tatuare il nome di Ghaydaa sulla spalla destra. Perché proprio ora quella reazione? Gli aveva dato tregua solo nelle due ore trascorse con Mansul.”
    un segno?