LE CHIAVI DI SERAFIMA

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Alle eventuali difficoltà di una non chiara visione albina, Lukiana contrapponeva una facilità di rapporto con l’ambiente italiano per la sua vivace conoscenza della lingua italiana. La mamma profondamente italiana, travagliata spesso dalla struggente nostalgia del calore della sua divina Mantova, patria di Virgilio e per lei patria adottiva essendo nata a Napoli, parlava spesso in italiano, e lo aveva insegnato a Lukiana. Aveva diciannove anni ed era al suo secondo anno di lingue straniere dell’est, quando aveva raggiunto Hrodna (ex Grodno fino al 1990), Repubblica di Belarus al confine con la Polonia, sola e con entusiasmo alle stelle. Era l’anno del trattato “Russia-Bielorussia” sfumato molto presto in un nulla di fatto. L’entusiasmo di mamma tradiva le origini meridionali veraci. Aveva fatto molto in fretta a legare con gli abitanti del sobborgo, anche se la sua permanenza avrebbe dovuto proseguire a Minsk, dopo tre mesi da trascorrere in una azienda agricola di Kvasovkaa, 20 minuti circa dalla città di Hrodna. La regione era in discreto sviluppo considerando che nella parte meridionale del paese molti terreni erano ancora incolti per la residua contaminazione della centrale di Černobyl del 1986. Hrodna dista circa 700 chilometri e quindi indenne.

Una sera ad una delle feste di paese con musiche e vodka, senza accorgersi forse per le nubi dell’alcool che la circondavano ovattando anche il frastuono della musica, si era risvegliata felicemente spossata accanto a Gavriil. Lukiana era nata nove mesi giusti dopo con una precisione e una serena facilità che contrastava con la imprevedibile fantasia mediterranea e con il freddo stranamente glaciale di quei giorni di fine inverno del duemila. Lui, di quasi venti anni più vecchio di lei, anche volendo non avrebbe potuto sposarla avendo già una famiglia con 5 figli. Ma la sesta figlia non fu abbandonata. Fu invece abbandonata l’università e le altre lingue oltre al Bielorusso e il Russo. Fu abbandonata anche l’Italia. La mamma e Lukiana là avevano la sicurezza di una sufficiente economia, Gavriil era un funzionario governativo. Purtroppo Gàvri, come sussurrava timidamente Lukiana anche ora che era grande, è morto dopo una breve malattia un anno fa, e Lukiana ha dovuto abbandonare gli studi di medicina appena iniziati. Mamma operaia in una industria di produzione di latte e latticini, non aveva un reddito che potesse permettere la prosecuzione degli studi. Per questo Lukiana partita dalla sua città con una sola grossa valigia e un viaggio di quasi due giorni, era arrivata il venerdì pomeriggio alla stazione di Milano. Una giornata di settembre, al contrario delle aspettative, alquanto cupa e piovosa. Niente male pensò Lukiana. Non si è mai capito bene da chi avesse ereditato l’albinismo, ma il suo sguardo un po’ perso con la luce del sole, nelle giornate cupe acquistava vigore oltre che nitidezza. In effetti però per Lukiana la vista non era molto compromessa dalla perdita di pigmento. Anche la facilità alle infezioni per Lukiana non sembrava un problema. Ma la pelle si era già annunciata rispettosa del suo biancore, producendo già due tumori di cui era stata operata. I suoi capelli bianchissimi erano sempre ben curati con un mosso naturale, le labbra un rosso vivo quasi di protesta.

Serafima non la aspettava. Era di turno alla lavanderia. Il lavoro era aumentato e col lavoro anche i turni. Una parte della clientela della lavanderia industriale dove lavora Serafima sono ospedali e case di riposo, che in questo periodo consumano molta biancheria. Era Serafima che aveva comunicato alla mamma di Lukiana la richiesta di una ragazza di zona Precotto, che era rimasta senza donna per i lavori. Non era un granchè perche si prospettavano poche ore di lavoro, ma la speranza era che da cosa nasce cosa. Serafima le aveva offerto, non a gratis, anche la sistemazione abitativa nel suo appartamento. Lukiana non conosceva e non aveva mai visto Serafima, ma era certa che sarebbe andata d’accordo.

L’appartamento è all’ultimo piano mansardato di via Lomellina, a poco più di mezz’ora dalla casa di Isabella, la ragazza dove avrebbe dovuto fare i lavori. Si raggiunge con una stretta scala dopo i cinque piani di ascensore. Sesto piano. In alcuni punti il soffitto basso si tocca ma sicuramente d’inverno si sente meno il freddo.

<Suona al campanello della ragazza al piano di sotto> era il messaggio che aveva lasciato Serafima. Aveva scritto il nome della ragazza a cui aveva lasciato le chiavi del suo appartamento: Margherita. Al piano di sotto, l’ultimo dove arriva l’ascensore, sperando di non sbagliare Lukiana schiaccia il pulsante vicino a Margarid Parseghian che appare il nome che si avvicina di più a Margherita fra i quattro del piano, a suo parere tutti stranieri gli altri tre, forse cinesi.

Suona una seconda volta per l’insuccesso della prima. Alcuni rumori dietro la porta come se chi si trova al di là abbia qualche difficoltà a trovare la chiave per aprire. Finalmente una sequenza che sembra infinita di colpi corrispondenti alle mandate della porta sicuramente blindata, e la comparsa di una signora o ragazza di una età indefinibile. Capelli castani o quasi neri, fino alle spalle, tutti scarmigliati. Occhi leggermente asimmetrici per il destro impercettibilmente più chiuso del sinistro. Su un fondo bianco abbondantemente rosseggiante di capillari, spiccavano due pupille nere come il carbone. Il contrasto fra l’albina e la corvina era fantasticamente surreale. Ma quello che inevitabilmente era motivo di attenzione era la quantità e la densità di peli decisamente scuri che si distribuivano ovunque su una pelle a metà fra il giallo itterico e il grigio-olivastro. Le braccia, coperte solo da maniche cortissime, erano ricche di produzione pelosa scura fin sul dorso delle mai. Una folta raccolta di peli spiccava in mezzo alle sopracciglia ad unirle in una unica linea. Sopra il labro superiore ma anche sul mento. Peluria sulle guance, sul collo e persino sopra i seni solo parzialmente coperti da una camicetta scollata messa alla rinfusa forse percorrendo l’atrio di accesso, con la sequenza di abbottonatura sfalsata. Il capezzolo di sinistra sporgeva da un reggiseno abbondante per il contenuto mestamente cascante. Si nascondeva timida proprio in mezzo ai due seni una voglia marroncino a forma irregolare che avrebbe anche potuto ricordare i confini della Bielorusia. Margherita però era Armena.

“Sei la ragazza di Serafima?” -Anche no- pensa Lukiana, – Sono solo sua ospite-.

“Sì, è per la chiave dell’appartamento”.

“Sì, aspetta che devo cercarla ..entra …non guardare il disordine …e non guardare neanche i peli scusa, sì, ne ho tanti ma non ho tempo per raderli ….comunque non mi dai fastidio, ….sono abituata a quegli sguardi..”. Il suo italiano era quasi perfetto con una impercettibile inflessione asiatica nonostante fossero solo cinque anni che era partita dall’Armenia senza più fare ritorno. E comunque in Armenia Margherita non si era mai preoccupata più di tanto della abbastanza comune eccedenza di peli anche fra le sue coetanee. A Lukiana comunque non sembrava di aver indugiato il suo sguardo sconvenientemente, ma non disse nulla.

Di schiena, mentre tornava nel corridoio di fronte, Lukiana avrebbe apprezzato il fisico slanciato e ben portato, se non fosse esageratamente esploso a livello dei glutei in forma di due grossi mandolini che sembravano usciti della famosa liuteria milanese Gabrielli.

L’ingresso era disordinato, ma c’erano stati momenti che la sua camera e comunque anche tutta casa sua, era stata decisamente più caotica.

Su un mobile anni sessanta probabilmente recuperato da un rigattiere o lasciato lì dalla vecchia padrona pisciona, tipo comò con specchio, c’erano una serie di quattro o cinque cornici di diverse misure contenenti fotografie in bianco e nero. In una abbastanza grande si vedeva Margherita che abbracciava in una posizione un po’ forzata, un’altra figura di ragazza decisamente piccola. O meglio decisamente sproporzionata. Sembrava che avesse braccia e gambe decisamente corte, e testa e corpo grandi come quelle di Margherita, contrastati con le dimensioni degli arti. In un’altra fotografia si vedeva solo la piccolina che aveva delle strane cose come gabbie attorno alle gambe e si reggeva a due stampelle di legno vecchio stile. Chissà chi era e che malattia aveva. Non riuscì a vedere meglio perché Margherita e le chiavi erano in arrivo.

Lukiana era riuscita a sistemare le quattro cose che aveva portato con se nella valigia, ed era anche riuscita a fare una veloce doccia avvolgendosi poi nella giacca di spugna verde sbiadito che aveva trovato nel bagno, quando rumori di serratura le interruppero l’iniziale giustificata assopita chiusura delle palpebre.

Il trio Lukiana-Margarid-Serafima, si stava per completare.

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