NASREEN SHARIFI (Ghaydaa parte quarta)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


L’infermiere aveva messo a disposizione di Ghaydaa una intera camera al piano superiore più tranquillo e sicuro, che si apriva sul soleggiato terrazzo verso Bacha Khan Road. Al piano inferiore Si era sistemato Pawel, vicino all’ampia cucina con la struttura a ferro di cavallo

La scala interna era molto larga e con comodi scalini, così quando scendevano e salivano Ghaydaa, c’era spazio per reggerla in braccio in due e lei si sentiva una regina. Non erano molto lontano dall’ospedale, e un medico veniva a controllarla frequentemente. Il buco rotondo della pancia da cui per diversi mesi aveva defecato nel sacchetto, si stava chiudendo progressivamente. C’era ancora il tubino della pipì sotto l’ombelico, ma veniva chiuso ad intermittenza per abituare Ghaydaa a riprenderne il controllo.

Aveva ricominciato anche a parlare.

Dopo essersi svegliata dal coma farmacologico, non aveva parlato per diversi mesi. Comunicava solo con Pawel e solo con sorrisi per dire che non aveva male. Quando non sorrideva voleva dire che aveva male, ma molto male, perché se ne aveva poco sorrideva lo stesso.

Pawel aveva cominciato ad assentarsi. Doveva riprendere i suoi traffici altrimenti non sapeva di cosa vivere. Quando tornava Ghaydaa era raggiante come il gattino che rivede i padroni tornati dalle vacanze.

Aveva ancora episodi di vomito e diarrea improvvisa, e questo rendeva complicata la sua gestione. Non sempre l’infermiere era presente, il che comportava il rimanere nello sporco per più tempo con comparsa di irritazioni pericolose in quelle parti. Dopo alcuni mesi auto allenandosi aveva imparato a passare dalla carrozzina alla comoda da sola, e anche a tirarsi giù le mutandine. Più complicato era il ritirarle su, e ovviamente il pulirsi, ma ci stava lavorando con impegno. Come stava lavorando a sbrogliare e ad addestrare le dita del piede destro nei movimenti delicati e complessi, per sostituire le dita delle mani che non c’erano più.

Il braccio destro terminava poco dopo il gomito, con una punta un po’ arrotondata come la bacchetta di tamburo. Il braccio sinistro terminava in modo molto irregolare, a livello del gomito. La coscia sinistra terminava con una serie di salsicciotti concentrici poco sopra il ginocchio. Al centro una zona a macchie alternate chiare e scure, molto dura, era quella la parte più dolorosa perché l’osso era appena sotto la pelle. La gamba destra era intiera, la ferita del piede quasi non si vedeva più.

Quel giorno erano ormai tre settimane che era senza tubino dell’urina, non vomitava e andava di corpo regolare. L’infermiere aveva deciso che era arrivato il momento.

Non sapeva che parole usare ma avrebbe cercato di costruire una frase che esprimesse il suo desiderio rimarcando le sue intenzioni serie in una richiesta che poteva sembrare indecente. Erano due stranieri con origini diverse e considerazioni diverse nei rapporti con la donna. Il corano vuole la donna subordinata all’uomo e il Pakistan ancora oggi è uno dei paesi più pericolosi per la donna. La costituzione riconosce l’uguaglianza fra uomini e donne e le carriere di Asma e in particolare di Shaadiya Nimaat ne erano testimonianza. Ma al sistema legale civile si affianca ancora quello della Sharia. Per l’infermiere non si trattava della legge Pakistana, ma del rapporto fra due uomini che avevano conosciuto la sofferenza in due mondi diversi, e una ragazzina indifesa. Per questo cercò di proporre le sue intenzioni elaborando un complicato discorso da alcune premesse, evidenziando che tutti e trè erano profughi in terra straniera ancora ostile. Pawel però senza incertezze lo precedette. Ghaydaa era debole indifesa, ma con una riserva di energie dentro di sè che difficilmente avrebbe potuto esternare. Il futuro del disabile in quei paesi era l’attività di accattonaggio che neanche volendo Ghaydaa avrebbe potuto svolgere in autonomia. In molti paesi dell’area islamica, sin da bambini ai disabili viene quasi offensivamente gridato in faccia che non sono buoni a nulla e che dipenderanno per sempre dagli altri. Quindi solo un peso. Una realtà nascosta che emerge timidamente. Il disabile è un bisogno in più in un gruppo famigliare che già vive in povertà, e nel contempo una forza lavoro in meno quindi solo un problema, un impedimento che in qualche modo deve essere eliminato, e non un essere umano più fragile. Dalle statistiche risulta che il numero di bambini disabili maschi è superiore a quello delle femmine in Pakistan, ma forse solo per la maggiore incidenza di infanticidio femminile causato dalla discriminazione che preferisce il figlio maschio.

Una ricerca di una organizzazione umanitaria di quegli anni, sui bisogni di alcune disabilità psichiche, aveva indirettamente accertato un alto numero di suicidi, ma approfondendo era apparso facilmente che come suicidio avevano molto di sospetto. Il disabile psichico è spesso abbandonato all’inedia e alla immobilità legato al suo giaciglio o più spesso a terra. Chi non cammina spesso non possiede carrozze o trespoli, per spostarsi ma deve aspettare che qualcuno lo trasporti oppure si trascina a terra trasformando le ginocchia e le mani in dolorose suole di scarpa. Quando movimenti incontrollati del corpo metto a rischio di caduta, ecco che la soluzione sono i legacci. Perché se cadono si possono rompere qualche osso, e siccome non è possibile curare la rottura, finisce che il loro incessante pianto disturba, come il cagnolino costretto nell’appartamento in centro Milano, oggetto di discussione alla prossima riunione condominiale.

Il cuore di Pawel si contorceva nel pensare a Ghaydaa fuori dalla protezione sua e di quella casa. L’offerta-richiesta dell’infermiere era la migliore sul mercato che potesse sperare. Non c’erano neppure rischi di complicazioni connesse, perchè i chirurghi che avevano aperto la sua pancia, fra le varie cose che avevano dovuto buttare, c’erano anche organi preziosi, tolti “le quali” lei era diventata sicuramente e definitivamente sterile. Una tremenda iettatura per un suo utopistico impossibile ruolo nella società araba, ma un vantaggio per una professione.

Lui avrebbe vegliato. E così è stato. Per poco più di un anno. L’infermiere sempre delicato e tenero. Ghaydaa sempre più disinvolta e quasi professionale.

In Pakistan la prostituzione era legalmente severamente proibita e illegalmente floridamente diffusa. Il mercato più attivo era quello di Lahore, a cinquecento chilometri, mentre al nord al confine con l’Afganistan era più complesso organizzare un futuro professionale sufficientemente agiato a Ghaydaa.

In quel periodo era scoppiata la “guerra del golfo” fra Iraq e Kuwait, ma Khoy era molto lontana nel nord dell’Iran, verso la Turchia. Lo aveva individuato come sede di appoggio tranquillo per distribuire un grosso quantitativo di un precursore dell’attuale Captagon, droga usata dai guerriglieri per annullare la paura, che era riuscito a procurarsi a “costo zero” in un laboratorio clandestino a Kulob in Tagikistan, sua vicina patria, e che era destinato ai guerriglieri del PKK turco in un momento di recrudescenza di quel conflitto eterno fra Turchia e Kurdistan. Il contatto per la base a Khoy era una faccendiera con mille attività e una Atelier di moda come copertura nella zona sud della città. Fu così che conobbe Nasreen Sharifi. Una distinta signora, media altezza, un po’ rotonda con una capigliatura leggermente mossa trattenuta dall’hijab. La carnagione con un sottofondo oliva, due grandi narici, occhi marroni e una pronunciata fossetta al mento. Una età indefinita. Forse la cambiava a seconda delle circostanze e esigenze delle sue faccende. Il velo di colori diversi comunque scuri con sempre un bordo pronunciato nero in cui si perdevano i capelli di colore nero assoluto. Elegantissima anche appena sveglia. Forse vedova o forse mai sposata. Comunque ricca sfondata. Con una nutrita famiglia di amici e una altrettanto numerosa famiglia di nemici, fra cui si destreggiava egregiamente.

Sembrò seguire con estremo interesse, comprendere e condividere l’immagine di futuro che Pawel aveva progettato per Ghaydaa. Forse colpita dalla drammaticità o dall’amore che traspariva dalle parole del ragazzo, o forse interessata a quanto di utile intravedeva nella sua partecipazione a quel progetto.

Quella volta il ragazzo rimase lontano per tre settimane. Aveva sperimentato a ritroso quello che sarebbe poi stato il percorso di trasferimento di Ghaydaa da Peshawar a Khoy. Il meno faticoso e il più possibile sicuro.

Quell’ultima notte la trascorsero stretti l’uno l’altra, nudi con il sudore che si mischiava, senza mischiare nulla altro se non la loro dolorosa pena. L’infermiere sapeva che Pawel aveva scelto la cosa migliore.

Era uscito molto presto lasciando Ghaydaa addormentata con un farmaco che aveva trafugato in ospedale. Era meglio per entrambi.

Il camion cisterna Pawel lo aveva recuperato qualche mese prima dopo la disfatta dei Mujaidin a Jalalabad. Era un Ashok Leyland Cometa, inglese con guida a destra per lui più comoda. L’interno della cisterna trasformato in comoda camera ad accogliere Ghaydaa.

Quando entrò in Khoy erano le otto di sera del sesto giorno di viaggio. Pawel distrutto, Ghaydaa terrorizzata ma incoscentemente felice. Era l’inizio per lei di una seconda e splendida vita, di cui Nasreen sarebbe stata artefice creatore.

Non sapeva ancora che quella seconda vita sarebbe durata solo sei anni, fino al preciso momento in cui, per forza maggiore, la mano del postino si sarebbe posata sulla spalla di Pawel, scatenando la misteriosa stregata esplosiva potenza di quel tatuaggio.

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