CAGNA PETUNIA (Giuditta terza parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


La naturalezza la semplicità e in particolare la sincerità dei sentimenti di Lui, l’avevano sorpresa e inaspettatamente spiazzata.

Ancora più incomprensibile per lei, abituata a canoni di perfezione e di esaltazione estetica, o peggio assurde fantasiose perversioni, che accettava ed a volte addirittura aprezzava, era il fatto che Lui fosse in così poco tempo profondamente innamorato di lei, nonostante il suo ormai consolidato stato di emarginante disabilità.

Lui razionalmente al contrario non si chiedeva nulla, e si lasciava trasportare inerme dalla sua prima vera coinvolgente passione. E poi la ragione e la programmazione non era mai stata il suo forte.

Aveva conosciuto il sesso cadutogli violentemente addosso da CagnaPetunnia, una selvaggia orfana che viveva in animalesca solitudine sfamandosi di bacche sterco di animali e rifiuti abbandonati dagli umani. Una giovane donna con lineamenti crudemente maschili, ma una innata rude eleganza sessuale incontrollata. La prima volta di Lui era stata immerso nella fanghiglia della tana di un orso Marsicano che Cagna Petunia aveva seguito e assistito nella sua morte alcuni giorni prima, con la sfacciata intenzione di appropriarsi della sua accogliente e calda abitazione. Nonostante l’ambiente e le circostanze apparentemente squallide, per Lui era stato un etereo viaggio nel surreale mondo della sensualità pura, dipinta a colori di cielo e di mare, portato per mano da un animo assolutamente al di fuori delle comuni aberrazioni popolane. Mentre riposava tra le morbide pelose membra dell’orso miracolosamente e inspiegabilmente ancora calde, pur essendo già trascorsi alcuni giorni dalla sua morte, non si era neanche accorto della menomazione della sua angelica fata. Lui stanco ma appagato sognava quello che era appena stato, mentre Petunia coccolava delicatamente il di Lui nudo intimo con la mano destra sfrugugliando fra i capelli di Lui con il monconcino del braccio sinistro a cui mancava la mano. Le era stata staccata a morsi da una cagna selvatica a cui Petunia aveva sottratto il cucciolo appena nato per sfamarsi. Cagna-Petunia appunto. Mentre lei ancora incredula cercava di rapprendere il getto di sangue che schizzava da quello che rimaneva del suo polso, alla Cagna si conficcava in gola l’unica unghia appuntita di Petunia con il resto della mano ingoiata, impedendo all’aria di entrare ed uscire dalla sua bocca. Annaspando come poteva la Cagna si spense con terribile sofferente lentezza.

In realtà Lui aveva un animo forgiato dalle preghiere e dai colti indottrinamenti dei frati, ma anche dal calore fisicamente ricevuto dal contatto con i corpi che aveva dovuto e voluto assistere. Era una sua naturale empatia che lo rendeva così disponibile e quietamente coinvolto in tutto ciò che per altri e per il tempo in cui viveva, era emarginazione. Per Lui non era ‘strano amore’ ma semplice disponibilità verso gli altri, il mettere le mani nel lordume dei vecchi bavosi e odorosi frati, immobili per le loro malattie, ospitati in quel convento dal frate speziale. Non erano state ‘strano amore’ neanche le particolari attenzioni che aveva riservato nell’accudire suor Rosa Crocifissa. Giovanissima figlia di nobili che per una sconosciuta malattia era diventata esageratamente grassa, quasi immobile nelle braccia e nelle gambe, e progressivamente completamente priva di vista. Era stata ospitata in quel convento di frati solo per consumare in serenità gli ultimi suoi mesi di vita. Lui si era reso conto che quando la accarezzava nella complessa operazione di igiene intima, lei aveva delle espressioni di chiaro represso senso di piacere.

Lui si era fatto carico allora di decidere per lei il superamento delle privazioni fisiche carnali, e nel silenzio del suo giaciglio, con bendato erotismo misto a sofferenti lacrime interiori di tristezza, la aveva accompagnata al suo nirvana. Furono per Lui compiaciuto appagamento gli occhi spenti allo sguardo ma colmi di gioia, che suor Rosa Crocifissa gli rivolse quando, pronta per la sua ultima partenza, stringeva schiacciandosela sul grande seno la corona del rosario in cubetti di ulivo, mentre la mano di Lui si immergeva nel sudore malaticcio sparso sulle carni della sua morbida coscia.

Anche quello era amore e amore non sensuale ma spiritualmente vero.

Ma che significato ha la parola Amore?! Giuditta non se lo era mai chiesto.

Sentimento regolato da complessi ingranaggi che sembrano ruotare a volte con scioltezza a volte con tremendi rumorosi scatti e inceppamenti, e che senti prima che nella testa, nello stomaco. L’Amore non era mai stato oggetto del suo travaglio interiore. Per questo, ora che sentiva quell’ammasso di ingranaggi per la prima volta nel suo stomaco, si sorprese solo di non sorprendersi ma di saperlo da sempre senza saperlo. Lei ora era Lei, e Lui le aveva imparato che la sua bellezza non era tutto e la cecità poteva non essere il contrario di tutto.

Lui percepiva un inequivocabile moto di sconvolgimento interiore quando Lei gli esponeva le sue bellezze prorompenti, ma altrettanto quando la mano di lei cercava disperatamente l’oggetto perso nel suo vuoto di immagine, o si bloccava in un punto dell’ambiente in preda alla confusione spaziale protendendo angosciosamente le braccia a ventaglio attorno a se. L’approccio di lui nell’aiutarla e nel guidarla negli spostamenti era dolce, ma anche in quei gesti, attraverso il contatto delle loro mani, si trasmettevano eros con un flusso intenso in entrambe le direzioni.

Erano amanti nella forma più pulita ed intensa non ostate tutto, anzi assolutamente in tutto.

In passato nelle notti insonni cariche di buio come il buio del suo giorno, Giuditta aveva spesso pensato tristemente a Nidia, la serva di Pompei venduta a basso prezzo a Glauco perché completamente cieca. Ora invece le notti erano pervase da un profondo sereno sonno cosparso di sogni nel pensiero di Lui.

E il giorno pregava quello che Lui le aveva insegnato, cosa che non aveva mai fatto in passato, mentre con una canna percorreva affinando la sua abilità, il cortile interno particolarmente spaziono, della casa che aveva caratteristiche miste fra la ‘casa borghese’ e la ‘casa rurale’. Dalla via si entrava attraverso un portoncino inserito in un più ampio portone, sul lato più corto del cortile che era circondato da colonne quadrate a portico. Un tempo da questo si accedeva al negozio dell’artigiano proprietario originario. Sulla sinistra una scala in sasso conduceva alla abitazione vera e propria a cui si accedeva da una porta in legno di rovere massiccio che riprendeva il portone di ingresso. Ai piedi ed a lato della scala era interrato un sedile ampio e profondo di sasso grigio. Su di esso Giuditta appoggiava il cesto vuoto e raccoglieva il cesto con le provviste che il servitore della nobildonna padrona di casa, aveva a suo tempo adagiato trovando, ad un’ora del giorno stabilita, il portoncino della strada aperto.

L’ordine impartito al servitore era di lasciare il cesto pieno, prendere quello vuoto e andarsene. Quella sera il servitore aveva deciso di temporeggiare a lato del portoncino per osservare curioso chi fosse il misterioso ospite a cui doveva accudire per il pranzo. Forse un politico in disgrazia, un nobile ricercato o un mercante indebitato.

La vide. Era una donna. Il suo profilo si stagliava nella penombra del tardo pomeriggio con curve tornite sinuose e piene al punto giusto. I movimenti erano cauti, molto cauti. Ora che la osservava con più attenzione era certo che erano eccessivamente cauti! Quel profilo sinuoso si curva sulla panca di sasso, ispeziona con entrambe le mani il cesto appoggiato, sembra quasi rassicurarsi della sua esistenza e poi del suo contenuto. Ora protendendo entrambe le mani in avanti si avvicina al portoncino. La direzione è un po’ imprecisa e alquanto di lato. Il servitore trattiene il respiro. Ormai la ragazza è vicinissima. Con incerti passi e le mani che tastano il muro perché il portoncino è alla sua sinistra, si sposta, ed ora è proprio davanti a lui. Non guarda nella sua direzione, ma il suo sguardo è fisso nel vuoto alle sue spalle. Lei ora si rende conto che il portoncino è socchiuso e con una mossa violenta lo spinge assicurandosi che sia ben chiuso. Poi con mano ferma chiude i due giganteschi catenacci e un rumore metallico stridente rimbomba nel cortile e nella casa.

Questa ultima parte il servitore non l’ha vista e nemmeno sentita, ma quello che ha visto gli è bastato per capire che l’ospite misterioso è una giovane fanciulla, una fanciulla dalle forme prorompenti, forme che hanno, nel breve lasso di tempo della sua osservazione, provocato un intenso effetto nel suo spirito e ancora più nel suo fisico. Vi sono alcune stranezze sì nelle sue movenze, ma che importa.

Aveva pianificato le sue azioni del giorno successivo.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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Discussioni

    1. ciao kenji
      grazie
      ma hai letto dall’inizio “Al di là di Nwerenkwarụ”?
      Alcuni miei personaggi sono dell’est.
      Tu di dove sei?
      Volevo chiederti anche, ho delle difficoltà con la sequenza degli episodi che in particolare nella videata di base non sono in sequenza corretta. L’episodio 15 per esempio nella videta iniziale è dopo il 17.
      anche tu vedi lo stesso errore?
      stavo pensando di cancellare tutto e reinserire da capo tutti gli episodi.
      Puoi aiutarmi a capire cosa posso fare?