GHAYDAA E LA TERZA VITA (Ghaydaa parte quinta)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Appena prima di sentire la appuntita trave che gli trapassava da lato a lato la pancia appena sotto l’ombelico, vide il piccolo rigagnolo rosso districarsi lentamente fra l’intreccio di colorati Boteh del Termè che copriva il suo materasso ondulato Azin.

A volte la eccitazione prodotta premendo la punta a forma di bacchetta di tamburo del moncone del braccio destro sul clitoride, riusciva a neutralizzare il dolore della pancia. Questa volta invece il dolore aumenta violentemente. La vista si annebbia mentre il rigagnolo si trasforma in una grossa macchia purpurea.

“I granuli di Suboxone sono troppo distanti, non ho la forza per trascinarmi là” “E poi comincio ad avere freddo”

Il moncone del braccio sinistro si agita nel tentativo di raggiungere il flacone di Continus sul piccolo tavolino rotondo. Da solo il pezzo tronco di arto è inutile e scompone, facendolo cadere a terra, tutto quanto vi è appoggiato sopra, tranne la terrina in cui brucia incenso Stirax e Sandalo.

Un vellutato brivido percorre la sua schiena quando percepisce il tepore del liquido che inzuppa il pezzo di braccio destro, che è ancora affondato in mezzo alle gambe. Poi il buio assoluto.

Era l’imbrunire del sessantesimo giorno. Due mesi esatti dopo che il postino aveva lasciato la missione di Yola e aveva appena appoggiato la sua mano destra sulla spalla di Pawel.

Farhang Akbar Noubari, a bordo della sua auto, era ormai all’incrocio con Janbazan Street, ignaro di quanto stava succedendo nel salotto da dove era appena uscito.

Mentre diventa sempre più pallida Ghaydaa, sprofonda in un sonno intenso per otto interminabili tranquille ore.

Sulla soglia, dopo aver aperto la porta del lussuosissimo salotto esagonale, le ampie narici di Nasreen sono invase dall’odore sgradevole di Stirax e Sandalo mischiati al pungente olezzo di ferro marcio. Il corpo di Ghaydaa giace apparentemente esanime, seminudo, di un colore grigio angosciante.

L’ospedale di stato “Imam Khomeini” si trova a 8 minuti. Anche se i mezzi di soccorso hanno triplicato i tempi, Ghaydaa vi arriva che ancora respira.

I medici ci misero l’intera notte ed il giorno successivo per svegliarla dopo averla riempita di sangue di altri.

Era cominciata la sua terza vita.

Il dolore alla spalla di Pawel non si era più presentato, ma lui continuava ad avere un dolore costante in una regione imprecisata del suo cervello.

Xankendi, focolaio della rivolta in Nagorno-Karabakh, era ad un’ora da Berjor, dove avrebbe dovuto esserci la consegna delle armi, ma Pawel aveva deciso di organizzare lo scambio al confine ancora in Armenia. Il suo itinerario prevedeva comunque uno sconfinamento in Iran per raggiungere Khoy. La laconica risposta ‘TuttoBene!’ di Nasreen quindici giorni prima, alla sua perentoria richiesta, non lo aveva convinto affatto.

Quando gli occhi di Ghaydaa incrociarono silenziosi gli occhi di Pawel, la ragazza è scossa dalla stessa eccitazione del gatto al ritorno dei padroni dalle ferie. Ma una ancora più evidente agitazione emotiva percorre tutto il suo corpo quando per una frazione di attimi compare sul palmo della mano del postino l’immagine in negativo del tatuaggio del suo nome in rilievo purpureo. Non sapeva perché e come si era realizzato, ma era certa che era quella mano, che le aveva regalato la sua terza vita. Per questo la sua professionale delicatezza, la maestria dei gesti, il calore e la focosa fantasia, resero indimenticabile al postino, nella nebbia di fumi eccitanti ed essenze inebrianti, quella notte di riconoscente intenso sesso.

La consegna sembrava non finisse più.

Il postino stava gustandosi il suo Chai caldo e forte nel bicchiere a forma di pera che gli aveva preparato Ulkar.

Aveva quindici anni ma era già una stupenda stella, una ‘stella del mattino’ come è il significato del suo nome. Sembrava che di anni ne avesse già venti, e la asimmetria del suo volto per la ferita che dal sopracciglio di destra percorreva la guancia fino all’angolo destro della bocca, quasi scompariva abbagliata dall’azzurro ghiaccio dei suoi occhi ingenuamente penetranti nel cuore di chiunque la guardasse. Aveva un naturale movimento delicatamente sinuoso del corpo che evidenziava glutei carnosi da donna matura. Il postino aveva finito il suo compito e il suo impegno con Pawel, e stava meditando di fermarsi un po’ lì, per poi cercare una sistemazione proprio in Armenia ove l’evoluzione politica in quel momento stava maturando la privatizzazione di molte attività importanti fino ad allora pubbliche, con possibili opportunità di impiego. Mentre osservava Ulkar che si allontanava, pensava che avrebbe potuto anche fermarsi un po’ proprio in quella famiglia di Ashik così ospitali, fantasiosi ed aperti. Cantanti, poeti, ma scarsamente islamici. Forse per questo l’intolleranza religiosa aveva prodotto un assalto feroce quando era più piccola, da cui erano usciti più malconci il nonno e il padre, mentre lei aveva rimediato ‘solo’ uno sfregio deturpante.

In quel periodo L’Ucraina si stava avvicinando politicamente alla NATO, ma alcuni gruppi nazionalistici, non in accordo, si stavano organizzando ad una opposizione armata, in parte sostenuta da gruppi vicini ai separatisti della Transnistria insofferente alla europeizzazione. Un focolaio di guerra è una occasione da non perdere per Pawel.

Un certo numero di armi piccole e munizioni già contrattate, vendute e pagate dai Karabakhi erano state confezionate in modo da farle scivolare in un doppiofondo del camion distraendo i guerriglieri con un certo numero di pani di oppio che Pawel aveva accuratamente tolto dallo stesso doppiofondo e messi in bella vista come omaggio del buon scambio. La redditizia destinazione di quelle armi era l’Ucraina.

Ad un impercettibile gesto con direzione la fondina della Makarova dell’unico sobrio che probabilmente si è reso conto in quel momento del raggiro, Pawel schizza al di là della finestra fortunatamente aperta del locale unico della casa. Non ha difficoltà a seminare l’inseguitore corpulento e dalle gambe corte.

Il camion ha percorso poco più di cinquecento metri, quando rilassato anche dalla certezza dell’inutilità del mezzo di trasporto dei suoi avversari a cui aveva cautamente accoltellato le gomme, si rende improvvisamente conto che gli manca la presa della mano sinistra.

La finestra da cui era fuggito non era chiusa proprio perché la lamiera del bordo era in più punti interrotta e contorta. Il bordo tagliente era penetrato profondamente nelle carni del palmo della mano sinistra di Pawel. Alcune dita non rispondevano più ai comandi, stava crescendo un dolore insopportabile ed il sangue stava fluendo inondando il volante e la leva del cambio.

“Salite sul camion immediatamente” “Tu mettiti alla guida e tu prendi dell’ago e del filo da cucito …Sbrigatevi! Non c’è tempo da perdere”.

Nè il postino né Ulkar capivano cosa stava succedendo, ma senza chiedersi altro eseguono gli ordini di Pawel.

Si fermano alla periferia di Yeghegnadzor, a circa 2 ore di strada da Tegh. Un capannone di lamiera tipo hangar era stato adibito a ristoro. Ulkar aveva l’occhio destro impiastricciato di lacrime per la polvere mal tollerata, dato che lo sfregio impediva la chiusura della palpebra inferiore, ma anche per lo sforzo di attenzione speso nel ricamare, con successo, il palmo della mano di Pawel. L’erba che aveva fumato un po’ aveva ridotto il dolore, il rigagnolo di sangue si era interrotto, ma la cosa grave era che non riusciva più a muovere le dita. “Cazzo! Non ho più nessuna mano!”

Mentre Pawel scoppia in un pianto isterico. Ulkar lo spoglia con delicatezza e con eleganti mula’aba (giochi sessuali) lo addormenta in un sonno liberatore. Ulkar è abituata a districarsi nel viaggiare per le montagne Caucasiche, e così saluta con il sorriso azzurro acqua dei suoi occhi, che rimarrà per sempre fotografato nella mente del postino, e scompare.

Dopo altre tre ore si riforniscono di carburante alla periferia sud-ovest di Yerevan sulla strada Nerkin Charbakh. Sono stravolti.

Pawel anche un po’ fatto dall’antidolorifico in fumo che gli neutralizza anche la angosciosa rabbia mista a terrore per il futuro della sua unica preziosa mano. Il postino è distrutto non avendo mai guidato per così tanto tempo. Il benzinaio indica al postino una industria di allevamento e lavorazione della carne a due chilometri, nel comune di Ghukasavan.

“Trovate i miei parenti. Vi daranno sicuramente da dormire”

Il lungo edificio a due pani si estendeva in mezzo ai campi nei pressi dei capannoni delle stalle e della lavorazione delle carni ovine e bovine. Venti finestre al piano superiore e dieci porte al piano terra sui due lati dell’edificio, ospitavano venti famiglie in cui almeno un componente era dipendente dell’industria.

Il postino aveva avuto indicazione di cercare la famiglia Parseghian.

La ragazza che apre la porta ha un sorriso che trasmette gioia al primo scatto di immagine, eppure è incastonato in un viso triangolare, con il mento strettissimo, una fronte dalla ampiezza e circonferenza esagerata, un naso piccolo e troppo in alto, lontano da una bocca stretta che nasconde malamente un gruppo di denti davanti, tutti irregolarmente ammucchiati. Ciò che è più evidente però è il corpo con due braccia cortissime appese a spalle ossute, e due gambe innaturalmente cicce ed arcuate che danno all’insieme una altezza non superiore ad un metro.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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    1. diciamo che un pò mi aiuta la parte di mia attività in archivio