LA CARROZZA MAGICA PER PESHAWAR (Ghaydaa parte prima)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


“E’ un bambino! E’ il lamento di un bambino, e i bambini hanno una resistenza maggiore. Io lo so! Continuate a scavare!!” urla Pawel alle poche persone ancora sedute svogliate sui pezzi di casa di Ghaydaa.

“Okay, allora scavo io!”

Malvolentieri e solo per la fastidiosa insistenza di quel ragazzo monco altre due persone lo aiutano a scavare.

Il corpo della piccola è completamente coperto da sassi e macerie, con ferite in ogni parte del corpo anche in testa. Gli arti contorti e maciullati. Si salva solo la gamba destra, che ha solo una grossa scheggia di metallo conficcata nella caviglia.

Hassan si era laureato in medicina a Kabul nel 1977 ma non aveva mai esercitato in un ospedale perché aveva da subito scelto di unirsi al gruppo Pashtun Jabhāt-Nijāt-Milli. Ora era a Chaparhar dove aveva scortato uno speciale carico di materiale tecnologico.

Il materiale tecnologico speciale era ormai polverizzato dalla precisione del Shukoi. Lui, il caccia, il compito lo aveva svolto perfettamente, e comunque non ne aveva colpa se la casa di Ghaydaa era così tanto vicina al suo obiettivo.

Hassan aveva gettato un rapido sguardo al fagotto appoggiato sui due banchi avvicinati della scuola trasformata in infermeria. Aveva deciso di dare priorità al ragazzo che aveva trasportato in braccio quel fagotto, per il quale pensava fosse inutile perderci del tempo. Non aveva capito che il braccio del ragazzo era stato perso da molto prima. Un improvvisato infermiere stava già leggendo un versetto del Corano anche se il fagotto non dava alcun segno di poter sussurrare nulla insieme a lui.

Hassan stava cucendo con del banale filo di cotone rosso, una grossa ferita che apriva la pancia di un vecchio proprio sotto l’ombelico. Il vecchio sembrava non soffrisse assolutamente nulla, era la fortuna di essere nato in un paese dove l’oppio è dovunque.

Quando ha finito con il vecchio, ora che ha capito, si compiace del fatto che non deve accanirsi sul giovane mutilato, e getta nuovamente un’occhiata al corpo sanguinante di Ghaydaa. E’ stanco e sta pensando che se è ancora viva, ed è così dal giorno prima, può stare così ancora un pò, visto che lui invece dal giorno prima non si è fermato neppure un secondo. Ma lo sguardo silenziosamente ma intensamente implorante di Pawel ha la meglio.

Si occupa per prima del piede. Toglie la scheggia e cuce la ferita. Poi le ferite della testa. Ignora volutamente tutto quello che è successo agli arti. Spera in cuor suo di riscontrare la cessazione del battito del cuoricino della bimba prima di iniziare a prendersi cura di quei brandelli. Oltre ad essere certo che lui sarà distrutto fisicamente dalla complessità di quello che dovrà fare, lo distrugge nell’animo l’immaginare quale sarà la vita che la bimba dovrà sopportare, se dovesse riuscire a conservarla.

E Ghaydaa quella vita a più di una settimana, la sta conservando ancora. Pawel non la aveva abbandonata un minuto, asciugandole le bende che aveva un pò dovunque in tutto il corpo, e nutrendola con bevande che erano le uniche cose che la sua bocca riusciva ad accettare. Dopo che si era svegliata dal suo naturale coma, non aveva mai emesso un lamento, ma neanche una parola, gli occhi erano l’unica parte del suo corpo che conservavano un movimento e tradivano il terrore il dolore e la disperazione della inconscia percezione di tutto quello che la stava attendendo nel suo futuro reale.

“Hassan apri! E’ un ordine!”

Pawel si sveglia di colpo, guarda l’orologio sulla parete, illuminato dalla luce che filtra dalla finestra, e dal raggio di luna che è diretto proprio su di lui. Sono le due.

Nel sonno leggero che lo teneva allertato, con la mano appoggiata sulla gamba destra di Ghaydaa, aveva avuto la sensazione, quasi una immagine annegata in un sogno, del rumore inconfondibile del motore di un Volkswagen Transporter anni sessanta. Si avvicinò alla finestra e cercò di guardare nel buio lunare. Non si era sbagliato. Il colore verde scuro della parte inferiore era diventato giallo terra, e si confondeva con il bianco della parte superiore, anche lui diventato quasi giallo. Dei quattro finestrini del lato che Pawel vedeva, solo due avevano ancora i vetri, mentre gli altri erano coperti da cartoni. Il portellone sulla fiancata destra, dietro a quello del passeggero, era spalancato e si intravedevano scatoloni, sacchi ammucchiati e coperte a coprire il pavimento. Un grosso portapacchi a catino di metallo occupava più della metà posteriore del tetto del Volkswagen, con sopra un telo che copriva in una forma abbastanza irregolare, un voluminoso bagaglio.

“Devi mettercelo in condizioni da poter arrivare all’ospedale da campo di Peshawar! E’ imperativo e prioritario! Datti da fare dottore!”

Pawel non sapeva che il corpo steso su più banchi che intravedeva di nascosto nell’aula vicino alla sua, era un alto funzionario governativo, sequestrato e conservato come preziosa merce di scambio nel campo di Pachir Wa Agam, a circa 20 chilometri da lì. Per uno stupido gioco dei suoi guardiani, gli era scoppiata una granata a pochi metri di distanza, colpendolo al volto e alla pancia.

Le spiegazioni che Pawel ha rubato attraverso lo spiraglio della porta non possono essere sprecate. Il Transporter è la carrozza magica per la salvezza di Ghaydaa.

Salta fuori dalla finestra ed esamina accuratamente il mezzo. Conclude che all’interno non può proprio nascondere nulla. Lo spazio è già eccessivamente piccolo per contenere il corpo del ferito e i quattro uomini che ha identificato come suoi scortatori. In più c’è l’autista che ora, mentre il funzionario urla a scuarciagola con il silenziatore di stracci avvitato fra i denti, si sta sgolando la Vodka che Hassan aveva somministrato come anestetico. Con un balzo, aiutandosi come appoggio anche della ruota di scorta fissata sul muso dell’auto, scoperchia il carico sul tetto.

Scatole di sigarette pipirosa Belomorkanal, tre sacchi di zucchero Baghlan e un notevole numero di coperte che nascondono tre casse di Vodka.

Pawel butta giù gli scatoloni di sigarette e due dei tre sacchi di zucchero. Con le casse di vodka forma una parete protettiva di sostegno verso la coda del Transporter e dispone ordinate le coperte. Assicura bene alle due estremità di una coperta le corde che legavano il telo di copertura, e la cala a mò di amaca sul muso del mezzo appoggiandola alla ruota di scorta fissa proprio sotto il parabrezza.

Dopo aver fatto sparire dietro la scuola il materiale buttato giù dal tetto, rientra nella scuola. Hassan è ancora impegnato nel suo delicato intervento e gli altri a discutere animatamente. Nessuno si è accorto di Pawel e dei suoi spostamenti. Gli rimangono ancora diversi minuti. Controlla le bende che medicano Ghaydaa assicurandosi che siano ben coperte le ferite e avvolge con un lenzuolo tutto il corpo della bimba in modo che sia un tutt’uno meglio trasportabile. Servendosi del montacarichi artigianale che ha costruito, issa con estrema cautela il corpicino. Ghaydaa è bollente, la febbre non l’ha abbandonata un minuto da quando è stata medicata grossolanamente da Hassan. Gli occhi chiusi e il respiro che sembra ansimante. Pawel ridiscende di corsa a procurarsi un grosso recipiente di acqua e degli stracci che nel viaggio gli serviranno per rinfrescarle la fronte e le labbra. Sistema in modo che il sacco di zucchero e lui facciano da elementi stabilizzanti che attutiscano i sobbalzi del mezzo su quelle strade di montagna.

Non gli ci è voluto molto. Quando il funzionario impacchettato nelle sue bende viene adagiato sull’improvvisato lettino da ambulanza, lui e Ghaydaa sono già ben posizionati sotto il telo.

La scorta armata abbandona il suo carico dopo poco più di un’ora di scossoni e sobbalzi, a Nāder Šāh Kawţ, quaranta minuti dal confine di Torkham. Da lì un’altra ora di viaggio all’ospedale. L’ultimo tratto di strada lo fa da solo l’autista, ormai completamente ubriaco. Pawel capisce che quando il pulmino si è fermato alcuni occupanti sono scesi, ma non gli interessa capire gli spostamenti, è impegnato a tenere stretta a sè Ghaydaa per proteggerla dagli scossoni e dal freddo, anche se fortunatamente la temperatura è tollerabile, pur essendo a 800 metri di quota.

L’ospedale del CICR a Peshawar, era stato costruito dalla Croce Rossa e dalla Mezzaluna Rossa, nella periferia sud occidentale della città, proprio sulla strada che scende da Torkham. Era stato in quel periodo ampliato a causa dell’incremento massiccio di afflusso di feriti di guerra. Il Transporter era entrato nel campo urtando il cancello a causa della visione ormai annebbiata dell’autista, lui stesso sorpreso di essere riuscito ad arrivare a destinazione senza danni.

Erano ormai le sette di mattina e il sole aveva superato l’orizzonte. Appena sentì il furgone fermarsi Pawel osservo gli occhi scuri spalancati di Ghaydaa e saltò giù dal tetto del furgone. Nessuno si era preoccupato di loro da quando erano partiti, ora al contrario era proprio lui che voleva attrarre rapidamente l’attenzione.

Gli occhi di Ghaydaa finalmente si chiusero sereni quando Pawel la baciò prima di vederla entrare nella tenda verde con il tetto bianco che doveva essere l’infermeria-accettazione, su una quasi normale barella da ospedale.

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Discussioni

  1. “Oltre ad essere certo che lui sarà distrutto fisicamente dalla complessità di quello che dovrà fare”
    a volte ci dimentichiamo di questa parte, i medici devono “spegnere” il loro cuore, per non lasciarsi coinvolgere emotivamente, nel momento in cui mettono mano al bisturi