ODORE DI SUDORE E PROFUMO DI FIOR D’ARANCIO (Giuditta seconda parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Erano trascorsi sette giorni da quella mattina, e Giuditta, dopo un intero giorno di pianto reso più fisicamente destruente e doloroso dall’insistente vomito nervoso che lo aveva accompagnato, si era con costanza e caparbietà impegnata a capire come gestire lo spazio attorno a sé senza vederlo. A tentoni. ‘E’ una cosa passeggera, devo solo superare, senza che alcuno si accorga, questi giorni di buio prima del ritorno della luce’. Nessuno tranne Bianca sapeva, e Giuditta sperava di riuscire a nascondersi e nascondere il suo problema fino alla sua risoluzione. E c’era anche riuscita ai festeggiamenti della vittoria di Cosimo su Piero Strozzi, nelle sale del palazzo della Signoria, dove il Granduca si era da poco trasferito. Aveva voluto a tutti i costi non mancare, anche se poi Cosimo la salutò con un gesto distratto, senza accorgersi nemmeno che era quasi incollata alla veste di Bianca. Ormai la passione del Granduca per i suoi seni si era dissolta o stancata, o era distratto da ben altro.

Ma non poteva reggere più a lungo la parte della finta vedente, e allo stesso tempo non poteva giocarsi la professione ed il nome così facilmente. I non pochi nemici e nemiche la avrebbero distrutta non solo nell’immagine ma anche semplicemente fisicamente, ed era certo senza risparmiargli le sofferenze.

Bianca conosceva una nobildonna, che lei aveva in precedenza servito, che possedeva una casa di campagna sul poggio di Nipozzano, appartata località nelle campagne fiorentine. Di Bianca poteva fidarsi? Sperava di sì. Raccolse un certo numero di vestiti. I colori, cazzo i colori! Forse in quel momento non erano importanti gli accostamenti. Ci sarebbe voluto poco più di quattro ore di buon passo. Giuditta nella foga di raggiungere un luogo chiuso nascosto agli occhi di tutti nel più breve tempo possibile e non avendo ancora la dimestichezza nel gestire i suoi passi al buio, aveva rischiato di cadere più volte con Bianca che, anche se nella luce, nel guidarla e enel sorreggerla aveva rischiato anch’essa più volte di cadere. Bianca era rimasta in silenzio. Sapeva che non avrebbe sopportato il pianto di Giuditta ancorchè l’avesse ripresa di rallentare il passo, rimarcando così la sua ciecità.

“Via delle mura etrusche”. Il nome sembrava garanzia di protezione.

La zona era periferica se pur con altri edifici vicino, e c’era proprio lì vicino un piccolo convento di frati, che dava una certa tranquillità di possibile rifugio e soccorso in caso di eventuale emergenza. Attigua al convento una chiesa fornita di torre, orologio e campane. La sicurezza di saper che ore sono.

Bianca, tornata in città, avrebbe sparso la voce che Giuditta era andata ad accompagnare un facoltoso cliente in un viaggio di affari al nord e sarebbe stata via per alcune settimane.

Un servitore sordomuto della nobildonna che ospitava iuditta, avrebbe assicurato le vivande in parte già preparate in parte da cucinare. Aveva l’ordine di non entrare nella dimora ma di lasciare i cesti nell’ampio atrio al piano terra.

La “luce” non era tornata e Giuditta aveva imparato a memoria tastandoli già molti spazi della casa. Aveva deciso di pianificare l’operazione esaminando per primi palpandoli accuratamente in tutta la loro altezza, un ambiente per volta, tuti i mobili iniziando dalla cucia al piano rialzato. Lasciò per ultima la scala ed il piano superiore, di cui per altro non si era ancora servita. Già appena arrivata con Bianca aveva sistemato le sue cose in modo da usare anche per la notte lo stesso ambiente. Temeva la scala pur avendo un solido corrimano, temeva che un piccolo errore le potesse costare caro.

Si chiedeva come potessero vivere e muoversi abilmente chi mancava della vista. Giuditta non aveva conoscenza di non vedenti, anche perché in quell’epoca fra i ceti abbienti non esistevano disabili. Chi nasceva con delle diversità veniva affidato ai contadini che apprezzavano negli storpi la redditizia attività di elemosina, o se non vedenti, seguivano la strada di cantore nei conventi.

Giuditta aveva però conosciuto un tempo un giovane nobile a cui ancora bambino aveva bruciato gli occhi il fratello con problemi di mente, durante un gioco. Il fratello accecatore era stato rinchiuso nelle segrete di palazzo e forse era poi morto senza uscirne. Mentre il ragazzo cieco era stato coperto di attenzioni, incluse quelle sessuali, a cui lei si era professionalmente ma amorevolmente dedicata. Il ragazzo veniva sempre accompagnato, ma le aveva spiegato che poteva muoversi facilmente anche da solo, e quando passeggiava nel parco si faceva guidare da una lunga canna di bambù, della quale si serviva per toccare quello che gli stava attorno, evitando così di urtare gli ostacoli. Doveva assolutamente trovare una canna lunga o qualche cosa di simile, perché dopo alcuni giorni che a lei erano sembrati già una eternità, ormai l’ambiente domestico la soffocava. Doveva assolutamente uscire.

‘Non mi allontano da casa e sto rasente il muro’. ‘Comincio a farmi una immagine dell’esterno come ho fatto con l’interno’. ‘Esco di notte, quando è buio per tutti, per me è lo stesso’. Inconsciamente stava metabolizzando in modo del tutto naturale il suo dramma.

Quella sera il ragazzo si era trattenuto in convento a lavare un vecchio frate malato. Lei camminava con passo incerto e decisamente impacciato non sapendo cosa avrebbe trovato sotto i suoi piedi. Il ragazzo fu attratto dai suoi capelli dal profilo così naturalmente mosso, scuro sullo sfondo scuro, che si immaginò nascondere nel buio un viso etereo da madonna. Ma ancora più fu attratto dalle mani così innaturalmente sporte in avanti in una goffa posizione come se volessero afferrare qualche cosa che non c’era. Qualche cosa di immaginario o meglio di improbabile e allo stesso tempo temuto. La sensazione era che stesse giocando a mosca cieca, gioco per altro molto in uso fra la nobiltà dell’epoca. Ma con chi? E poi a quell’ora ed in quella landa desolata, circondata solo dal buio nulla? Lui si ritrasse e trattenne il respiro. Quando la ragazza fu molto più vicina si accorse che non aveva nessuna benda sugli occhi, oggetto fondamentale per il gioco. A quella evidenza fu colto da un senso di disagio subito accompagnato da una spontanea tenera empatia.

Proprio in quel momento, distratta da un impercettibile rumore, il piede destro di Giuditta mancò un avvallamento della strada. Il tronco proiettato in avanti, le braccia irrigidite a prepararsi al contatto con il terreno, i palmi aperti nell’obiettivo di attutirne la violenza dell’inevitabile contatto.

Con un balzo quasi un tuffo da atleta lui si proietta fra lei e il terreno interrompendo, abbracciandola saldamente, il suo inesorabile percorso verso il duro selciato.

L’odore stantio di sudore lo aveva già sentito senza accorgersene lei un attimo prima, ma lo aveva ignorato. Non aveva ancora la dimestichezza nell’accentuare l’importanza dei sensi meno nobili della vista. Ora quell’odore lo aveva proprio sotto il naso. Lui chiuse gli occhi nell’aspirare il profumo di violetta e fior d’arancio di lei. In realtà lui stesso non capì se gli occhi li aveva chiusi per il profumo o per il contatto del suo petto con i seni turgidi di lei. Solo in seguito avrebbero entrambi preso coscienza che la istintiva inconsapevole eccitazione di entrambe prodotta dal reciproco contatto, confusa con il turbamento della improbabile e imprevedibile circostanza, era frutto di un più profondo flusso energetico immateriale, nobile e puro, che li avrebbe ben presto uniti.

Appena ebbe riacquistata la stabilità di equilibrio, lei si retrasse divincolandosi, e con un gesto a ventaglio rapido e violento del braccio e della mano chiusa rigidamente a pugno, cercò di esplorare o forse meglio di delimitare, con una azione fra il difensivo e l’offensivo, lo spazio intorno a sè.

Lui era un contadinello figlio di contadini che la mamma era riuscita ad introdurre nel convento come servitore, acquisendo così anche la possibilità di ottenere istruzione dai frati stessi. Aveva una intelligenza e una fantasia vivace, molto diversa dagli zoticoni suoi fratelli, e la mamma, vedova da molti anni, capiva quanto sarebbe stato frustrante per lui sprecare queste doti nel luridume del mondo plebeo.

Qualche tempo dopo lui non avrebbe più avuto l’odore di sudore stantio ma un profumo ricavato da alcune erbe che lei aveva descritto a lui e lui aveva raccolto con la complicità del frate speziale. Qualche tempo dopo ancora lui avrebbe pronunciato con precisione il nome latino di quella pianta e tante altre cose.

Il loro legame si intensificava sempre più sia spiritualmente che fisicamente. Lei aveva abbandonato i freni normalmente adottati nello svolgere la sua professione, anche perchè lui non le aveva mai dato motivo di temere una impropria invasione della di lei personale area spirituale e fisica. E Giuditta si sentiva appagata nell’usare le sue raffinate arti in un modo così spontaneamente dolce e naturale, con un animo così puro, a cui indubbiamente non era naturalmente abituata, ma che la sua maestria di valutazione professionale sapeva ben riconoscere.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. “Lui chiuse gli occhi nell’aspirare il profumo di violetta e fior d’arancio di lei. In realtà lui stesso non capì se gli occhi li aveva chiusi per il profumo o per il contatto del suo petto con i seni turgidi di lei”
    Altro passaggio molto suggestivo che ho apprezzato 👏

  2. “Giuditta mancò un avvallamento della strada. Il tronco proiettato in avanti, le braccia irrigidite a prepararsi al contatto con il terreno, i palmi aperti nell’obiettivo di attutirne la violenza dell’inevitabile contatto.”
    Questo passaggio mi è piaciuto (non per il fatto in se, ovviamente, ma per come è stato descritto)