PRESENTAZIONE

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Il pendolo made in china sulla parete di fronte ha appena emesso nove striduli rintocchi. Fuori è ancora stranamente scuro. Un po’ perché il cielo è angosciosamente uggioso, un po’ perché la luce è quella di un’ora prima di ieri, con la nuova ora legale.

La mano sinistra si appoggia delicatamente sulla tastiera del computer, mentre la destra indugia sotto il tavolo stringendo con le dita scomposte e arruffate il bordo della giacca del pigiama.

Sul lato del tavolo una lettera ancora chiusa che porta il timbro di Nwerenkwarụ.

Un tasto alla volta ancora assonnata e intruppata, inizio a scrivere e mi presento.

Sono Isabella Bonci. Il nome completo sarebbe Isabella Jana Bonci Dreshaj. O forse meglio Dreshaj Bonci. Mamma è riuscita, non senza procedure che a quei tempi erano complesse, ad associare il suo cognome al nome del babbo quando babbo aveva deciso di lasciarla sola a sostenere il peso dell’intera famiglia, io e lei.

Sono nata il 4 ottobre del 1983 alla clinica Mangiagalli di Milano. Mio papà Aldin Pjeter di cognome Dreshaj era del Kossovo mentre mia mamma di un paesino vicino a Firenze.

Quel giorno mamma focosa toscana era felice in maniera esagerata, ed il babbo stranamente focoso anche lui, nonostante le origini, era esageratamente felice, esageratamente appagato di se e della vita, esageratamente innamorato. Il quadretto lo immagino sfogliando gli sbiaditi ricordi fotografici che ha conservato nonna Gemma, e meno male, perché mamma non ha conservato nulla del passato.

Sono rinata una seconda volta il 2 giugno del 1988 al CiTiO di Torino. Mamma, e ancora di più papà, questa volta erano molto meno raggianti. Tremendamente tristemente felici per la mia rinascita, o meglio per la mia non morte. Stretti abbracciati così forte quasi a farsi male in uno sforzo di coraggio fisicamente trasmesso per tutto il periodo in cui ho vissuto il mio coma. Sette o otto o forse più settimane. Non ricorda più con precisione neanche mamma.

Quando alla fine ho aperto gli occhi avevo uno sguardo dolce e sereno. Forse ero compiaciuta che avevo portato con me nel risveglio almeno metà del mio corpo, la metà sinistra. L’altra metà era e sarebbe rimasta per sempre inutilizzabile, anzi a volte anche di ostacolo. Solo più tardi mi sono resa conto che anche le mie corde vocali non rispondevano come avrebbero dovuto, agli ordini della parte rimasta attiva del mio cervello, e dalla bocca uscivano solo suoni scoordinati, oltretutto con dispendio di notevole energia fisica tutto sommato del tutto sprecata. Ma in quel momento forse ho pensato che avrei avuto tutto il tempo che volevo in futuro per perdere la mia serenità.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Che dire, nella tua scrittura chiara e semplice tocchi corde complicate ma con una grande positività nonostante il tema trattato. Bella l’apertura del racconto e le metafore che usi per la rinascita della protagonista.
    Grazie, proseguo

    1. ciao Vincenzo
      come avrai visto “presentazione” è proprio solo la presentazione di un racconto più lungo e complesso. Sarei già arrivata al quindicesimo capitolo.
      Spero tu voglia proseguire nella lettura. Sono in attesa di commenti sul seguito.
      Ora che ti conosco seguirò anche io te!!
      Ciao
      A presto

  2. Ciao, il tuo racconto genera immediata empatia. Chiaro e limpido, nonostante il velo della malattia è estremamente positivo. Vedo che hai pubblicato un racconto su Nonna Gemma, adesso vado a leggerlo: li legherai in una serie?