IL GIOVANE PAWEL ULJABAYEV (Il postino nero quattro)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Era l’imbrunire del sessantesimo giorno, due mesi esatti dopo che il postino aveva lasciato la missione di Yola. Lui e Pawel stavano riposando dopo aver finito di caricare il camion di armi. Pawel le aveva nascoste in un pozzo prosciugato. Il trafficante si era calato sul fondo mentre il postino le sistemava nei nascondigli ricavati nelle scatole del cambio di carri armati in disuso, che Pawel aveva svuotato, adattato e lucidato facendole sembrare nuove. Improvvisamente un violento dolore alla radice del naso raggelò il postino e lo strappo con rabbioso impeto dalla quiete del suo ristoro. Era come se una lama di coltello fosse penetrata a fondo e torcendosi dentro avesse ravanato furiosamente nel suo cervello. Quasi contemporaneamente ebbe la chiara percezione che una forza animalesca lo dividesse a metà, spezzandogli le ossa all’altezza dell’inguine. I suoi occhi si oscurarono completamente e nel buio più totale un odore nauseate di alito fecale lo fece quasi vomitare. Fu una frazione di secondo nella quale vide come in un film proiettato alla velocità del suono, tutta la sua vita fino a quel momento. Fu assalito da un inconsueto ed intenso malessere, come se avesse improvvisamente perso una parte di sé, senza però capire quale parte fosse.

Si girò verso Pawel che dormiva boffonchiando. Inquieto si alzò ad osservare l’orizzonte. Era il tramonto su Baga. Il sole di un giallo-arancio da fantascienza, aveva una dimensione gigantesca e faceva da sfondo alle case color rosso mattone e bianco, davanti alle capanne più in lontananza, ordinate e pulite. Alcuni anni dopo le stesse capanne e le stesse case sarebbero state rase al suolo o annerite dal fuoco. Ma in quel momento tutto era tremendamente calmo e allo stesso tempo per lui insolitamente inquietante, senza che riuscisse a capire perchè. I primi germi neonatali di BokoHaram erano ancora distanti duecento chilometri, e loro dovevano andare nella direzione opposta.

Il viaggio che li aspettava si prospettava complicato e lungo, anche se Pawel non gli aveva ancora chiarito quale sarebbe stata la meta, e questo lo preoccupava. Allo stesso tempo però aveva un impellente bisogno di andarsene via al più presto lontano da lì, di lasciarsi il passato dietro di sé chilometri e chilometri. Sentiva che una energia più forte di lui lo spingeva verso un nuovo futuro come se avesse un compito misterioso e allo stesso tempo inevitabile, da compiere.

Il postino osservò Pawel seminudo a pancia in giù, con solo una sottilissima mutanda che raccoglieva i genitali appoggiati al telo teso della brandina da campo pieghevole, su cui stava russando. Le due natiche erano completamente esposte e la visione di quella pelle grigio pallida, lucida e consistente nelle sue rotondità, aveva prodotto nell’intimo del postino una eccitata erezione immediatamente respinta da un razionale disagio. Non si poteva negare che Pawel avesse un fisico perfetto che oscurava la irregolare precoce fine del suo braccio destro, più o meno a livello del gomito. La gamba sinistra era allungata con il piede penzolante oltre il bordo della brandina, la destra era piegata sopra l’altra, ed esponeva sull’esterno appena sopra la caviglia, un tatuaggio geometrico di cui il postino non riusciva a comprenderne il significato. La peluria che usciva dalla piega delle natiche si perdeva quasi subito, ed in giro per il suo corpo erano scarsi i peli superflui.

Il postino socchiuse per un attimo gli occhi e con la mano destra si toccò in mezzo alle gambe, quasi per placare quel turbamento prodotto dallo sfumato grado di omosessualità, insinuato in natura secondo Kinsey, nella psiche di ogni uomo.

Doveva svegliarlo, non poteva aspettare oltre. Appoggiò con misurata energia la mano sulla spalla destra di Pawel, proprio dove si sviluppava, circondandola da dietro in avanti, un altro tatuaggio anche questo poco comprensibile anche se si intuiva essere un nome. Il nome in caratteri Dari era گایدا ovvero Ghaydaa.

A contatto con la mano del postino la pelle della spalla produsse una strana reazione. Si gonfiò improvvisamente colorandosi di un intenso rosso sangue sia attorno che all’interno del nome tatuato, mentre le lettere si evidenziarono con un rosso purpureo e denso quasi in rilievo. Pawel girò con un movimento repentino e violento la testa verso la spalla e verso il postino. Il suo viso si riempì completamente di una smorfia di dolore e insieme di sorpresa. L’improvviso e intenso bruciore all’interno della spalla era come una fiammata azzurra di un saldatore a gas penetrata nella carne. Il movimento di difesa di Pawel fu talmente esplosivo che il trafficante cadde dalla brandina, urtando con il braccio monco contro il pavimento di cemento irregolare.

Il postino guardò a terra il trafficante, rendendosi conto solo in quel momento che la sua mano era come se si fosse mossa contro o comunque senza la sua volontà. Come se qualcuno la avesse afferrata a livello del polso e trascinata dove voleva.

Pawel rotolando su sè stesso e aitandosi con la mano sinistra si mise seduto e si guardò in giro. Era come se si fosse svegliato solo in quel momento da un cattivo sogno. Biascicò qualche parola, sputò per terra e si andò a vestire. Il miscuglio di rotolamenti aveva rimosso dalla posizione precaria il fazzoletto delle sue mutande, scoprendo tutto il suo sesso turgido e fiero.

Il postino si vergognò di averlo osservato, e si diresse velocemente verso l’Isuzu Forward del 1985 che Pawel aveva rubato un anno prima in Turchia mentre lo scaricavano da una nave nel porto di Alanya. Lui il postino era già pronto per partire, rannicchiato in fondo al cassone dell’Isuzu, coperto dai sacchi di riso che Pawel aveva comprato a buon mercato da un suo collega trafficante. I sacchi dovevano servire per mascherare il vero carico, ma in particolare per nascondere il postino. Il suo compito durante la missione infatti, era quello di difendere il contenuto del cassone da eventuali imprevisti spiacevoli. Pawel contava di raggiungere Il Cairo e risalire poi lungo la costa del mediterraneo. La parte più problematica poteva essere la prima, ovvero l’attraversamento del Ciad e del Sudan. Nel Ciad almeno quattro pericolosi gruppi armati si opponevano al regime di Déby, ed un paio di nuovi gruppi stavano nascendo proprio in quel periodo, seminando il terrore un po’ dappertutto.

“In Sudan bisogna che ci teniamo il più centrali possibile, al margine dell’area desertica, perché nelle regioni più nord-orientali, verso Gadef e Cassala, i nuovi movimenti di liberazione che stanno nascendo, sono in guerra civile anche fra di loro, e questo non è per nulla bello per noi”.

Pawel aveva contatti un po’ dovunque da cui raccoglieva informazioni di ogni genere. I suoi nomi, e ne aveva cambiati parecchi in tutti quegli anni, aveva iniziato a diffonderli un po’ dovunque, sempre guadagnandosi il rispetto, fin da quando giovanissimo aveva imbracciato il primo fucile. A quindici anni riusciva già a smontare e rimontare un M16A2 in tempi record in competizione anche con chi poteva farlo avendo entrambe le braccia a disposizione.

Era già nel campo degli affari particolari quando, infiltrato fra i mujaheddin, per quasi un anno aveva saputo rendere ricca e felice, organizzandole la vendita del suo sesso, una stupenda ragazza afgana di nome Ghaydaa, “incompleta” come lui, anzi più di lui. Sotto i bombardamenti russi aveva perso tutta la sua famiglia e tre dei suoi quattro arti.

Il gruppo di guerriglieri aveva concentrato un deposito di materiale sia bellico che di sostentamento proprio in mezzo agli edifici quadrati tutti uguali dei contadini di Chaparhar, a circa venti chilometri da Jalalabad. Il Sukhoi Su-24 era sfilato silenziosamente trascinandosi dietro il suo cono di Mach. Prima di sentire l’assordante boom sonico, Ghaydaa aveva visto oscurarsi improvvisamente il piccolo anfratto dietro la cucina dove era intenta a lavorare in pani e caramelle il contenuto lattiginoso essicato dei bulbi di papavero. Prima ancora del boom sonico aveva sentito il fragore delle macerie frantumate che le cadevano addosso come grossi chicchi di grandine, e quasi contemporaneamente aveva sentito il suo capo staccarsi dal resto del corpo. Il tutto era durato una frazione di secondo ed il boom sonico non era proprio riuscita a sentirlo. L’ultima sensazione percepita era stata il sapore dolciastro di un liquido denso che le sembrava colasse dall’alto o forse solo dalla sua fronte, e poi il nulla.

Pawel giunge sul posto il giorno dopo ed era alquanto svogliato perchè “il giorno dopo” è un tempo già troppo tardi. I suoi “colleghi” hanno già razziato le cose più utili come armi munizioni e oppio lavorato, ma era un periodo di ozio stagnante, e sgranchirsi fra sassi e sangue rappreso non poteva che fargli bene.

Il flebile lamento ritmico che a mala pena si percepisce è l’involontario rumore dell’aria che entra ed esce dalla gola gonfia di Ghaydaa. La squadra di soccorso che ha scavato in quella casa ha già portato via cinque corpi sicuramente senza vita, e d’altro sembra non ci sia più nulla. Forse non hanno sentito il lamento o forse hanno pensato che tanto è inutile lavorare ancora su quelle spesse macerie sotto le quali non può esserci che morte.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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