LA MACCHIA NERA (Giuditta prima parte)

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Se fossi pervasa da fede bigotta sarei portata a convincermi che quanto successo alcuni giorni dopo l’incontro con Eugenio, costituisse il giusto castigo della mia trasgressione morale.

Ho conservato una eleganza gestuale tipica di una nobildonna, durante la mia esibizione come una étoile sul palcoscenico. Erano quasi le undici di sera. Avevo prestato tutta la mia attenzione ad evitare sul ponte mediceo, storicamente lastricato, i bitorzoli della illuminazione a terra che lo aveva sicuramente arricchito nella sua immagine artistica notturna, ma esaltava anche la mia apprensione quando lo percorrevo. Avevamo appena superato il colmo, e lo sguardo si era istintivamente rivolto verso le immagini del borgo rispecchiate nel Sieve. In una frazione di secondi avevo raccolto un concentrato di sensazioni di generazioni di popolani che avevano attraversato quel percorso lungo i secoli. E chi aveva attraversato ancora prima il ponte in pietra, andato completamente distrutto a metà del 1500 da una piena, testimonianza che anche allora la forza della natura aveva il sopravvento sull’uomo. Cosimo I° De’ Medici lo fece ricostruire perché importante punto di comunicazione fra il Casentino e la Valdarno. Lo stemma della famiglia troneggia sul pilone centrale in pietra forte.

Mi è bastato essere per un attimo rapita da quel mondo irreale, da quel turbinio di emozioni che avevano anche spazzato via quell’amaro in bocca che mi aveva lasciato la signora Pinuccia. Avevo accompagnato mamma a farle visita ‘di cortesia’ in quanto appena dimessa da una operazione all’anca. Con stupidità, anzi pura stronzaggine, e anche un pizzico di sadico piacere, la signora Pinuccia aveva magistralmente inserito in mezzo ad altri banali ricordi, la mia fugace “relazione” con il cameriere ligure, stimolando il mio disagio e enche l’irritazione di mamma.

E’ bastato un attimo. Nella parte ormai in discesa superato il colmo del ponte, una lattina appiattita e quasi nascosta da una sconnessione delle lastre di sasso, è finita sotto il mio piede destro. E’ stato come se il giocoliere sui trampoli mettesse inavvertitamente la punta del suo rigido trampolo destro al centro di un pattino a rotelle.

Quando la mano sinistra di istinto ha cercato di attutire il colpo, ho sentito una fitta che in una frazione di secondo mi è penetrata violentemente nel cranio.

Impacchi freddi. Notte in bianco. Il vicino che con l’auto mi porta in ospedale. Prima fasciatura del polso. ‘Non è nulla solo una scheggina’. Braccio al collo per due settimane. Sempre male e notte in bianco. Il medico venuto per controllare la nonna mi rimanda in ospedale. Frattura di un piccolo osso della mano. ‘Come è possibile non l’abbiano vista prima?’ ‘Ma chi è il collega che l’ha vista questa povera ragazza cinque giorni fa? Bisogna fare un gesso di tutto il braccio’. Un gesso colorato fino alla ascella per tre settimane. Poi un controllo in un ospedale di Milano, contraddice quanto detto e fatto in toscana, e mi rimuovono tutto dicendo che non serviva. Un mese completamente mortificatamente dipendente dagli altri!

Ed eccomi di nuovo su quel ponte. Ho approfittato di una amica di mamma che si era offerta di accompagnarmi all’ufficio postale qui vicino, quindici minuti a piedi forse meno. Da sola non riuscivo ancora con la mano sinistra ad afferrare saldamente il bastone, che sulla pavimentazione delle strade del borgo di nonna è un accessorio indispensabile per la mia incolumità. Ed in più ero ancora sotto miorilassanti, presi durante l’ingessatura per i dolorosi crampi di reazione al braccio destro, che mi davano una certa debolezza alle gambe e occasionali capogiri. Anche per questo, pensando all’effetto dei farmaci, la mia accompagnatrice non si era minimamente preoccupata quando sono caduta in estasi riprendendo quello stato di rapimento interrotto nello stesso punto, con l’incidente di un mese prima.

Il ponte di Cosimo Primo era diventato improvvisamente per me una porta magica, superando la quale si entrava in un altro mondo e in un altro tempo. Sentivo attorno a me il profumo del cinquecento, l’odore del cibo cucinato misto al tiglio ed al gelso delle rive del Sieve.

Ed ora il profumo di violetta, lavanda e fior d’arancio di due donne che si stavano avvicinando a passo veloce, nascoste dai loro eleganti mantelli. Gli occhi di una si perdono nel vuoto come se scrutasse l’orizzonte lontano o al contrario non vedesse nulla attorno a sè, mentre l’altra sembra trascinarsi dietro la prima tenendola saldamente per un braccio, con evidente esternazione di turbata e circospetta fretta, come se dovessero scappare da qualche cosa o da qualcuno.

Rimango un attimo sorpresa ed eccitata.

Ma una delle due donne la conosco! E’ Giuditta!

In realtà il nome era Isabella Acciaioli Ridolfi, tanto che quando mamma decise il nome Isabella per me, nonna Gemma si era di molto contrariata. Ma è proprio nonna che poi  da bimba mi raccontava sempre la ‘storia di Giuditta’.

Circa 1500. Giuditta era una ambita e ricercata meretrice da ormai più di tre anni, quando quella mattina, nella sua abituale operazione di incipriatura del viso, si accorse che attorno ed anche su tutto il naso c’era una grossa macchia nera. Cercò di osservare attentamente lo specchio e si accorse che la macchia nera si spostava spostando l’attenzione del suo sguardo. Ora copriva il mobile in fondo alla camera e parte della tenda della finestra, mentre ora il naso era ben presente nell’immagine se pur non al centro della scena. Dirigendo l’attenzione verso il naso, questo si anneriva e diventava visibile il mobile in fondo alla stanza e la tenda.

In quel “palazzo” la aveva condotta Cosimo I° De’Medici in persona. Ed era stato lui che le aveva dato il nome di Giuditta, per la sua determinazione ed indipendenza mista ad una inconsueta purezza di spirito, come Giuditta della Bibbia Cristiana, che salvò gli israeliti uccidendo Oloferne.

Giuditta era stata una delle prime ad arricchire esteticamente, e successivamente anche culturalmente e in eleganza quell’ambiente che lo stesso Granduca, dopo la bonifica di piazza Sapiti, l’attuale Piazza della Passera, aveva voluto costruire intorno al 1550. Il suo amore per il sesso sicuramente ereditato dal padre Giovanni delle BandeNere, era ben conosciuto. Anzi chi lo mise al potere dopo la morte di Alessandro de’Medici, avvenuta non certo per malattia, pensava ad un fantoccio facilmente neutralizzabile da due gambe femminili aperte. Pur mantenendo e coltivando inalterata la sua passione per i candidi seni le natiche tornite ed i carnosi fianchi, Cosimo seppe addirittura non solo riaffermare il potere dei medici a Firenze ma anche creare una struttura di governo che durò fino alla proclamazione del regno d’Italia.

Ma per Giuditta il Granduca era una divinità a cui lei era eternamente sinceramente riconoscente, anche se Lui ormai la aveva totalmente dimenticata. Non lo aveva mai amato, ma rispettato e amorevolmente professionalmente servito sì. Da Lui aveva imparato molto, tutto dell’arte amatoria. La sua serietà nel mettere a frutto gli insegnamenti, la sua spontaneità mista ad una fertile fantasia, la avevano resa la meretrice più apprezzata ma anche più rispettata fra i signorili Bordelli di Oltr’Arno, così vicini al “centro del potere”, e in quegli anni così ben frequentati. Nessuno aveva mai osato opporsi alle sue inconfutabili ma decise scelte.

Di quella macchia nera non fece parola con nessuno per alcuni giorni. Pur preoccupandosi, cercò di capire ma soprattutto comportarsi come se nulla fosse. Aveva capito che riusciva a nascondere ed evitare di avere problemi orientando il capo e lo sguardo, in modo da avere comunque l’immagine completa di quello che le stava attorno. Forse una infiammazione passeggera. Un po’ di freddo. Era autunno ma la temperatura era già scesa specie nelle ore mattutine. Per la verità erano alcuni mesi che ogni tanto aveva la sensazione che una farfalla le volteggiasse davanti o di fianco.

In pochi giorni però la macchia nera si estese a tutto l’occhio destro. La cosa anziché preoccuparla aveva quasi rassicurato Giuditta perché era scomparso il disagio creato dalla sovrapposizione asimmetrica e confusa delle immagini dei due occhi.

Si era così quasi dimenticata dell’occhio destro quando una mattina, mentre era ancora assonnata e assopita, dal suo letto cominciò a sentire Bianca che produceva i rumori tipici di quando uno sta rassettano la stanza. Si chiese perché e soprattutto come facesse visto che era ancora così presto, visto che era ancora così buio. Che Bianca fosse così rispettosa ed attenta alle esigenze della padrona, Giuditta ne era più che certa, ma che lavorasse anche di notte e senza accendere nemmeno un lume le sembrava una cosa per lo meno bizzarra.

A Bianca sembrarono al contrario bizzarri i commenti di Giuditta, visto che era quasi mezzodì, di un giorno completamente sereno, con il sole che entrava prepotente dalla finestra della camera.

Per Giuditta sarebbe stato da quel momento buio per sempre.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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Discussioni

  1. “La cosa anziché preoccuparla aveva quasi rassicurato Giuditta perché era scomparso il disagio creato dalla sovrapposizione asimmetrica e confusa delle immagini dei due occhi.”
    È davvero inquietante come il precipitare delle situazioni a volte possa offrire l’illusione che le cose stiano andando meglio.

    1. Cerco sempre di scaracollare elegantemente e di dare un senso estetico alla mia andatura scoordinatamente rudemente fantasiosa
      …..ahahaha.
      E quando mi aiuto col bastone, emulo Ginger Rogers in Dancing in the rain

  2. ciao kenji
    hai letto “Al di là di Nwerenkwaru” dall’inizio?
    Come vedi è un misto di autobiografia-diario-raccontofantasia, con nascosti fra le righe miei ragionamenti personali.
    Cosa ne pensi?