SERAFIMA CON AZZURRA

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


Un paio di fuseaux neri, una giacca jeans che copriva una maglia rosa scuro, scollo ad ampia barca. Tutta la superficie di pelle che non era coperta da vestito, portava inequivocabilmente i segni di un fuoco che la aveva percorsa insistendo rabbiosamente su di lei dalla testa fino ai piedi, e che forse ancora ora le dava il tormento.

Per la complessità delle forme che lo compongono, il viso era quello che maggiormente testimoniava gli effetti dell’evento. Il resto del corpo aveva una superficie che riprendeva la geometria del Bryce Canyon con alternate aree di minore o maggiore dislivello. Entrambe le mani mancavano di un dito ciascuna, quelle rimaste di forma un po’ contorta, come quando fai cadere un pizzico di sale sul dorso delle lumache ‘Arion’, che trovi nei giardini fra gli ortaggi.

Le quattro dita della mano destra poi erano dei semplici bastoncini di diametro maggiore del normale ma di lunghezza della metà delle normali dita. In entrambe le mani però il pollice manteneva la sua funzione di presa, potendo con facilità stringere e manipolare anche piccole cose come la chiave che Serafima ancora teneva stretta, mentre sorrideva a Lukiana in un primo cenno di saluto.

Lukiana la osservò con tenero entusiasmo, sapeva della sua difficile vita,e sapeva del suo handicap, anche se in quel momento non riusciva a rendersene conto. Per i suoi occhi la vista era annebbiata dal bagliore della figura di Serafina che si trovava proprio al centro del raggio di sole, se pur debole in quella giornata iniziata con un cielo nettamente ombroso, che filtrava come un faro spot dalla piccola finestra dell’ingresso-salotto. Gli occhi di Lukiana non vedevano i particolari ma le sue narici avevano già nettamente imparato il profumo-odore che caratterizzava Serafima, anche se forse la sua percezione olfattiva non era esaltata come in chi sostituisce con questo senso quello completamente mancante della vista. Un odore complesso con sfumature di Percloro e Lisciva, di per se piacevole e non penetrante, accompagnato da una sfumatura di dolce-acidulo sudore, prodotto in modo concentrato dalle poche zone sane della pelle del suo corpo, a volte anche in attacchi improvvisi e abbondanti. Fenomeno compensatorio alle quasi totalità di aree lese o sottoposte a chirurgia plastica, per nulla traspiranti. Non era tanto il lavoro, se pur fisicamente faticoso, che le stimolava le crisi di sudore, quanto il giro in mezzi pubblici di un’ora e mezza per le strade di Milano, dal posto di lavoro a casa. 

Erano ormai già tre anni che Serafima aveva trovato lavoro in quella lavanderia industriale dopo aver lasciato la panetteria di via Suzzai, per ragioni che non era ancora dato capire. La lavanderia è ben lontana da casa ma lei non poteva restare inattiva per mille motivi, economici e non. Non voleva neanche lasciare l’appartamento, ci stava bene anche se doveva fare tutta quella strada. Era una sistemazione tranquilla, e poi il padrone, un misantropo, single ormai da molti anni dopo un matrimonio lampo, non la stressava e la lasciava anche subaffittare senza problemi. Anche la lavanderia, pur avendo quasi venti dipendenti, era un ambiente abbastanza famigliare. Erano quasi tutte donne compresa la padrona, una napoletana DOC trapiantata a Milano da venti anni, sola forse per scelta, con un figlio di quasi venti anni, di padre mai dichiarato. Un carattere forte autoritario ma mai dittatoriale. Tutto il contrario dell’ultima arrivata, la dottoressa in economia alla Bocconi, che aveva sostituito “l’amministratore ragioniere quasi tutto fare” andato in pensione all’età di settantadue anni. Era ciccia all’esagerazione. Da piccola era una bambina carina e con una particolare dote di simpatia che emanava da un sorriso contagioso sempre presente in un viso quasi perfetto. Forse solo il naso era leggermente storto, testimone della vivacità che era stata responsabile di una rovinosa caduta dalla bicicletta, con conseguente operazione chirurgica. Poi a quindici anni la diagnosi di una malattia della tiroide, dopo un periodo di più di due settimane di febbre alta. Da quel momento è iniziato il progressivo esponenziale aumento del suo peso. Due anni dopo si è aggiunto il Diabete per il quale deve fare da allora quattro punture al giorno. Il peso è continuato ad aumentare fino agli attuali più di centoventi chili, per neanche un metro e settanta di altezza. Ora, a 27 anni, è ormai cronicamente depressa e schiva, parla poco e con gli occhi rivolti al suolo, evita il più possibile il contatto con le persone e con il mondo. Trascorre lunghe ore quando non è al lavoro silenziosamente sola in una stanza completamente eternamente in caotico disordine. Si muove poco anche per la notevole fatica che le costa non solo il scendere e salire le scale ma anche il semplice camminare. Problemi strettamente meccanici sono creati dalla massa delle sue cosce così sformate, che pur con i piedi innaturalmente allargati, conflittuano fra loro ad ogni passo, determinando oltre che un rumoroso sfregamento anche facilità alla formazione di piaghe dolorose. Respira con difficoltà, suda terribilmente anche per un piccolo sforzo, e non si sa da quanto tempo non riesce più ad avere un rapporto sessuale, forse anche per l’impedimento fisico della sua massa addominale, convinta ormai di destare esclusivamente sentimenti di repulsione. Non ha amici ma neanche amiche, ed il suo centodieci con lode alla magistrale in Menagement Internazionale, corso in inglese alla Bocconi, non ha aggiunto nulla alla sua ormai inesistente autostima.

Chiariamo subito che Azzurra non farà parte del gruppo di Nwerenkwarụ, ma questo non esclude che abbia comunque il suo “peso” nel racconto.

Si era seduta al tavolo della pizzeria con Serafima una sera alcuni giorni prima. “Serafima, tu sei l’unica qui dentro che non mi guarda con espressione di biasimo o forse anche di disgusto.”

“Azzurra, tesoro, tu pensi che con le mie caratteristiche fisiche mi possa permettere di giudicare le esteriorità degli altri?” “E comunque, non è solidarietà la mia ma obiettività. Forse se vuoi favorita dal mio complesso percorso di via. E’ convinzione che vivere merita rispetto e esaltazione di tutto quello che ognuno possiede, senza sprecare neanche una goccia della propria essenza, fosse anche decisamente amara.”

Azzurra, tenendo per la maggior parte del tempo lo sguardo rivolto verso il basso, aveva allungato il suo voluminoso cilindrico braccio verso Serafima, e con i salsicciotti dell’indice e del medio aveva accarezzato la pelle di Serafima, proprio dove la punta del naso devia decisamente verso sinistra ingrandendosi quasi il doppio del normale verso questo lato del viso, per dare spazio dal lato opposto all’irregolare bitorzolo della narice destra, che oltre a restringere la narice stessa si estende come grosso cordone allo zigomo, e attira verso di se il lato destro del labbro e la palpebra inferiore destra. Era curiosità, forse malsana, ma che Serafima conosceva bene e non osteggiava, specie se sinceramente tenera come quella di Azzurra.

“Ero al primo anno di economia in Bocconi, al corso di economia aziendale c’era un compagno di studi che veniva sempre a sedersi vicino a me. Io dovevo sedermi al bordo della fila di banchi, non ci stavo più dentro, e lui arrivava sempre dopo, chiedeva di entrare nella mia fila e si sedeva vicino, tanto vicino a me non c’era quasi mai nessuno, forse per il mio volume o forse per il mio odore. Ero sicura di puzzare nonostante le numerose docce e il fatto che l’unica persona di cui un po’ mi fidavo, la vecchia acida zia zitella, mi dicesse che profumavo. Un giorno ho accettato il suo invito ad accompagnarmi ad un seminario che era in Bicocca in auto. Con i mezzi pubblici forse non sarei riuscita ad arrivare in tempo. Era molto gentile e con simpatia non stava zitto un attimo. In aula oltre a ‘ciao’ e ‘scusa’ quando mi faceva spostare per sedersi, non mi rivolgeva mai la parola. Posteggiato e spento il motore, ha incrociato per un lungo attimo che mi sembrava non finisse più, i miei occhi con una crescente intensità che oltre ad accrescere la mia sudorazione mi ha dato la sensazione che il mio stomaco si costringesse al punto di farmi male. Ero impietrita. Quasi senza accorgermi avevo la sua mano ossuta, approfondita con forza in mezzo alle mie cosce. Un po’ per incapacità di reagire, ma anche per il subbuglio ormonale che si era scatenato al contatto della sua mano con l’umido intricato cespuglio in fondo al quale un groviglio di rami nervosi erano completamente in cortocircuito, chiusi gli occhi con forza. Era da molto tempo che non avevo un calore umano diverso dal mio in quelle zone”.

“Sono scoppiata in un pianto isterico quando mi ha detto che voleva solo sapere se anche io, nonostante quella quantità di grasso ‘ce la avevo’”.

Azzurra aveva raccontato tutto d’un fiato, come se una interruzione del racconto avesse rischiato di interrompere il suo respiro vitale soffocandola.

Forse è proprio da quel momento che Azzurra non aveva più avvicinato un maschio, e nessun maschio aveva avvicinato le sue mani al corpo di Azzurra.

Serie: Al di là di Nwerenkwarụ


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Discussioni

  1. “E’ convinzione che vivere merita rispetto e esaltazione di tutto quello che ognuno possiede, senza sprecare neanche una goccia della propria essenza, fosse anche decisamente amara.””
    in poche parole, il vero senso di vivere